“Nel corso di più di trent’anni il realismo capitalista ha imposto con successo una specie di ontologia imprenditoriale per la quale è semplicemente ovvio che tutto, dalla salute all’educazione, andrebbe gestito come un’azienda”

Nel sistema educativo anglosassone la further education è pensata come alternativa all’educazione terziaria (l’università, per intendersi). Con tutte le differenze del caso, si potrebbero paragonare questi percorsi alla formazione professionale, corsi professionalizzanti rivolti a quei ragazzi che, per diversi motivi, non se la sentono di affrontare l’Università. Sebbene negli anni abbia ottenuto riconoscimenti accademici significativi (da ultimo, presso il Dipartimento di Visual Cultures del Goldsmiths College a Londra), Fisher non ha mai abbandonato l’insegnamento nelle scuole professionali, a contatto con una generazione di giovani che non ha conosciuto altro al di fuori dell’Inghilterra post-tatcheriana. È indicativo che l’autore, in uno dei passaggi più illuminanti del libro, per descrivere l’impatto psico-sociale del realismo capitalista non tragga esempi dalla sua carriera accademica, né dalla sua intensa attività di critico culturale, ma parli dei suoi studenti. L’esempio è tanto banale quanto penetrante:

“[…] una volta ho chiesto a uno studente perché mai indossava gli auricolari in classe. Ha risposto che non era un problema, perché tanto non stava ascoltando musica. In un’altra lezione invece, dalle sue cuffie arrivava musica a volume bassissimo, senza però che lui le indossasse. Quando gli ho chiesto di spegnerla ha replicato che lui nemmeno la sentiva. Perché indossare le cuffie senza musica, perché suonare musica senza cuffie?

La spiegazione offerta da Fisher è molto raffinata e si conclude con l’affermazione che l’istruzione è tutt’altro che sganciata dalla realtà, ma è uno degli spazi sociali nel quale la riproduzione dell’ordine sociale neo-liberista raggiunge il suo massimo. Tuttavia, al di là della forza dell’argomentazione, di Realismo capitalista colpisce la capacità di portare a “livello strada” le astratte categorie della filosofia politica e della critica al capitalismo. Questo è il fascino di un piccolo, grande libro come questo, tradotto da Valerio Mattioli per Not; la capacità di far dialogare cultura pop e teorizzazione, non con la formula del pastiche post-moderno, ma con il rigore di chi vede nella cultura materializzarsi l’ideologia.

L’esempio delle cuffiette non è un virtuosismo argomentativo, Fisher lì non sta blandendo il lettore con una giustapposizione pop tra elementi all’apparenza distanti, sta invece mostrando come il capitalismo neo-liberale sia arrivato a permeare il nostro modo di intendere la realtà, creando una quasi ontologia per la quale si arriva a volere Nietzsche come si vuole un hamburger, ossia qui, ora e a poco prezzo, senza pagare con la fatica della lettura e della comprensione. Anche in questo caso, non si tratta di un’iperbole o di un’analogia spericolata e autocompiaciuta, ma della constatazione che applichiamo schemi mercificanti a tutto, trasformando il capitalismo da semplice modo di produzione nello sfondo necessario e inaggirabile del nostro stare al mondo. Come scrive Fisher: «Nel corso di più di trent’anni il realismo capitalista ha imposto con successo una specie di ontologia imprenditoriale per la quale è semplicemente ovvio che tutto, dalla salute all’educazione, andrebbe gestito come un’azienda» (p. 51)

Nelle argomentazioni sostenute da Fisher, tanto eclettiche nelle fonti e nei riferimenti quanto convergenti nel ricondurre manifestazioni diverse a uno stesso schema, echeggia uno tra gli incroci più singolari della storia delle idee. Karl Marx, ne Il Capitale, cita una sola volta la Bibbia, quando analizza la nascita del denaro, come equivalente generale di qualsiasi altra merce. Il passo usato da Marx è tratto dall’Apocalisse e si chiude con l’intimazione: «Essi hanno un solo pensiero, e danno il loro potere alla bestia. E che nessuno possa comprare o vendere, se non chi abbia il carattere o il nome della bestia, o il numero del suo nome». Fuori dalla polisemia biblica, il passo può essere riassunto affermando che gli uomini si concedono alla bestia perché pensano possa portare loro vantaggio, non capendo che il marchio che ne ottengono in cambio li condanna a una vita che si esaurisce nel vendere e comprare. Volendo parafrasare con un lessico sociologico, il processo di razionalizzazione capitalista si è talmente perfezionato da aver portato gli individui a convincersi che al di fuori degli scambi di mercato non c’è nulla.

Da una convinzione del genere derivano fenomeni sociali molto distanti come ad esempio la tendenza alla “quantificazione del sé”, ossia la mania per la misurazione e registrazione delle proprie attività quotidiane (dagli espressi bevuti, alle calorie consumate, dalle mail inviate e ricevute ai passi compiuti), per poi condividere sui social media i propri risultati. Deborah Lupton mostra bene che l’auto-tracciamento è una pratica che segna l’incorporazione dell’ideologia neo-liberale. Oppure, il crescente ruolo che hanno le classifiche, i sistemi di rating e gli algoritmi reputazionali: in questo caso, gli studi di Wendy Espeland mettono in luce che queste forme di quantificazione dell’esperienza umana nascondono una riduzione della persona a proprietà suscettibili di conteggio. L’avvertimento di Fisher a riguardo è chiaro: «Quello che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta sia che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione» (pp. 47-48).

Una cooperazione irriflessa che non problematizza la pretesa totalizzante del neoliberismo. Fisher a riguardo fa due esempi: la malattia mentale e la burocrazia. Nel primo caso, intravede dietro la riduzione del disagio psichiatrico alla dimensione chimico-biologica una negazione delle cause sociali; nel secondo, evidenzia la diffusione dei sistemi di valutazione delle performance anche in contesti dove procedure standardizzate sono inapplicabili. Il realismo capitalista è talmente solido da non essere stato messo in discussione nemmeno dalla crisi del 2008. Le tesi che volevano il capitalismo sull’orlo del collasso si sono rivelate infondate: il salvataggio delle banche è servito a ribadire l’assunto al capitalismo non c’è alternativa.

Secondo Fisher la crisi pur non avendo intaccato il capitalismo ha contribuito a sciogliere la “paralisi mentale” che ci portava a darlo per scontato. Bisogna ricordare che l’edizione originale del saggio è del 2009 per cui Fisher non poteva tenere conto del sostanziale fallimento del movimento Occupy e delle altre forme di protesta con il neo-liberismo. Tuttavia il grande merito del suo libro è aver infranto quella barriera del pensiero per la quale a questo capitalismo non c’è alternativa. Pensare e agire al di fuori del paradigma neo-liberale è la grande sfida intellettuale e politica di questi anni e Mark Fisher offre a chiunque ci si voglia cimentare alcuni riferimenti imprescindibili.

 

Mark Fisher, Realismo capitalista, Nero, Roma 2018 (originale inglese del 2009).

 

Citazioni

“Che una sinistra sinceramente rinvigorita occupi con fermezza il nuovo terreno politico che ho qui tratteggiato in via molto generica è fondamentale. Non esiste niente che sia innatamente politico: la politicizzazione richiede un agente politico che trasformi il dato-per-scontato- in una messa-in-palio. Se il neoliberismo ha trionfato assorbendo i desideri della classe operaia post-sessantottesca, allora una nuova sinistra potrebbe cominciare dal lavoro su quei desideri che il neoliberismo ha generato, ma che è incapace di soddisfare. Ad esempio, la sinistra dovrebbe rivendicare la sua capacità di riuscire in quello in cui il neo liberismo ha fallito per primo: una massiccia riduzione della burocrazia. Serve una nuova battaglia sul lavoro e su chi lo controlla: l’affermazione dell’autonomia del lavoratore (contro il controllo dei manager e dei dirigenti) assieme al rifiuto di un certo tipo di occupazioni (come le eccessive pratiche di valutazione che sono diventate tanto centrali nel lavoro postfordista): Questa è una battaglia che può essere vinta, ma solo se a prendere forma sarà un nuovo soggetto politico. Resta aperta la questione se le vecchie strutture (come i sindacati) saranno in grado di coltivare una simile soggettività, o se piuttosto non avremo bisogno di organizzazioni politiche radicalmente nuove” (p. 150).

“Il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è il consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine” (p. 31).

“Che il capitalismo abbia colonizzato i sogni delle persone è un dato di fatto talmente accettato dal non meritare più alcuna discussione” (p. 37).

“Rivendicare un’azione politica vera significa prima di tutto accettare di essere finito nello spietato tritacarne del Capitale al livello del desiderio. Declassando il male e l’ignoranza a dei fantasmatici Altri disconosciamo la nostra complicità col sistema planetario dell’oppressione. Quello che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta sia che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione” (pp. 47-48).

“Di seguito vorrei sottolineare altre due aporie del realismo capitalista che ancora non sono state politicizzate come pure dovrebbero. La prima riguarda la salute mentale. Si tratta in effetti di un esempio paradigmatico: il realismo capitalista insiste a trattare la salute mentale come se fosse un fatto naturale alla stregua del clima (il quale a sua volta non è tanto un fatto naturale quanto un effetto politico-economico) […] L’altro fenomeno che vorrei evidenziare è la burocrazia” (pp. 55-56).

“Ripoliticizzare la malattia mentale è un compito urgente per qualsiasi sinistra che voglia lanciare una sfida al realismo capitalista. Infine, intravedere un parallelismo tra l’incremento dei disturbi mentali e i nuovi modelli di valutazione delle prestazioni è tutto tranne che eccentrico. E’ su questa «nuova burocrazia» che ci concentreremo adesso” (p. 85).

“Il capitalismo reale è segnato dalla stessa discrasia che caratterizza il socialismo reale: da una parte una cultura ufficiale in cui imprese e aziende vengono presentate come premurose e socialmente responsabili; dall’altra la diffusa consapevolezza che queste stesse compagnie sono in realtà corrotte e spietate” (p. 98).

“La causa della catastrofe ecologica è una struttura impersonale che, nonostante sia capace di produrre effetti di tutti i tipi, non è un soggetto capace di esercitare responsabilità” (p. 130)

“Nonostante le iniziali apparenze e speranze, il realismo capitalista non è stato messo in discussione nemmeno dalla crisi del 2008. Le speculazioni che volevano il capitalismo sull’orlo del collassi si sono rivelate infondate; fu anzi subito chiaro che, anziché essere un segnale dell’imminente fine del capitalismo il salvataggio delle banche serviva a ribadire nella maniera più manifesta possibile l’assunto fondamentale del realismo capitalista: non c’è alternativa. Permettere che il sistema bancario si disintegrasse venne considerato impensabile, e quello che seguì fu un’imponente emorragia di denaro pubblico in mani private” (p. 147).

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