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“La parola speranza è fondamentale perché ogni crisi non è mai definitiva, come insegnano gli antichi greci che utilizzavano il termine krisis per indicare una scelta da operare, una decisione da prendere, un passaggio deciso verso una condizione migliore” (p. 21).

A pochi giorni dal voto per le europee si intensifica il dibattito sulla partecipazione dell’Italia al progetto comunitario. In clima di campagna elettorale si torna a parlare di come le molte questioni relative alla politica interna possano essere conciliate con gli interessi e le regole dell’Unione. Saranno elezioni caratterizzate da una tensione sociale non indifferente, generata, quantomeno in Italia, dal consolidamento di una destra (in parte) inedita, dalla ricostruzione della proposta politica della sinistra e dall’imprevedibilità dell’elemento M5S, alla prima grande prova dalle ultime elezioni nazionali.

Con le imminenti elezioni del Parlamento Europeo si aprirà una stagione nuova nel processo d’integrazione europea, una fase in cui si assembla un fronte sovranista e nazionalista che porterà avanti rivendicazioni che molto probabilmente andranno a rallentare, o perfino ad erodere, il già fragile equilibrio europeo.

Volendo trovare un’interpretazione allo stato attuale delle cose, è evidente come la crisi è tanto causa di shock esogeni – migrazioni, cambiamenti tecnologici, crisi finanziaria – quanto interna, strutturale. Come emerge a più riprese in EurHope – un sogno per l’Europa, un impegno per tutti sono in discussione tanto le istituzioni europee quanto i suoi presupposti, ovvero quel sistema valoriale-culturale che ha sostenuto la nascita e il consolidamento del progetto europeo.

Dunque, l’attuale questione sul futuro dell’Europa va oltre il livello politico; interessa quel sistema di credenze e rappresentazioni collettive, di idee e visioni del mondo che ha potuto sostenere l’impegno necessario a fondare l’Unione. Come si ribadisce in molti dei contributi del libro, per comprendere la crisi sarebbe opportuno ripartire dalle origini, da una riflessione sulla necessità di un’unione di stati europei e sull’idea di un luogo comune che fornisse un’alternativa a nazionalismi, totalitarismi ed antinomie. Il presupposto dell’integrazione europea, dell’esistenza di questo locus, è la condivisione di valori, idee, cultura. Senza una base comune di dialogo, non si sarebbe mai potuto discutere della fine delle ostilità tra nazioni.

L’attuale Europa nasce dalla consapevolezza del passato, della diversità e dalla necessità di condividere una visione comunitaria di futuro. Nonostante le diverse identità e storie nazionali, possiamo dire infatti di condividere un’eredità culturale comune in cui si sono stratificati e sintetizzati, tra gli altri, l’ellenismo, la romanità, l’ebraismo e il cristianesimo, l’illuminismo. Al centro dell’Europa non ci sono le nazioni o i popoli ma la persona con la sua dignità e libertà, i suoi diritti, la sua diversità.

La sfida europea, e dell’Occidente democratico in generale, è sempre stata dunque il conciliare e mantenere un equilibrio tra omogeneità e particolarismo culturale, interessi nazionali e comunitari, tra individuo e collettività. Delusioni, occasioni mancate, e crisi sono connaturate ad un progetto politico di tali ambizioni e anzi dovrebbero essere intese come funzionali al rafforzamento dell’integrazione europea. Questo momento storico può essere dunque un’occasione per riformare le istituzioni e adattarle alle nuove esigenze delle persone e delle nazioni, per ricominciare a parlare e ad agire in termini di futuro comune.

Questo nostro futuro comune sarà inevitabilmente legato alla capacità di gestire quei processi di portata globale all’origine delle odierne difficoltà – nuovi e vecchi conflitti, migrazioni, cambiamenti tecnologici, economici, climatici. Per fare ciò, è fondamentale innanzitutto prendere coscienza della crisi ed intenderla come un’opportunità di rinnovamento, un punto di partenza per riflettere sul ruolo che l’esperienza dell’Unione Europea ha avuto e potrà avere nell’espressione del bisogno individuale e nazionale di un futuro migliore. Senza negare le conquiste del passato, bisognerà dunque affrontare le problematiche attuali, identificate nel corso del libro, senza ovviamente la pretesa di esaustività, in:

  • un deficit di comunicazione tra istituzioni e cittadini e di educazione civica;
  • la mancata riforma dell’architettura istituzionale e un deficit di democrazia;
  • la carenza di coordinamento e condivisione di obiettivi di politica economica, difesa dei confini, politica estera;
  • il lento deperimento della leadership politica e intellettuale (anche tramite la deprivazione di un contatto con la realtà sociale);
  • il mancato rinnovamento di un progetto comune che definisca un futuro condiviso;
  • la sostituzione degli ideali e degli interessi originari (comunitari) con altri di stampo particolarista e nazionalista;
  • la riduzione dell’Europa a luogo di transazioni commerciali e finanziarie.

EurHope è una raccolta di brevi interviste e riflessioni che intende richiamare l’attenzione su questi temi, soffermandosi tanto sulle conquiste passate quanto sulle opportunità presenti e future del progetto europeo. Chi ha contribuito al volume fa parte di quel gruppo di attori sociali – presidenti di Ong e associazioni a scopo sociale, professori universitari, giornalisti – che crede fermamente nell’Europa, che è consapevole della sua necessità nelle nostre vite presenti e future e che riconosce la bontà dei principi che hanno guidato in passato il suo sviluppo. Ma oltre a questa pluralità coerente di voci, è significativo che le testimonianze e le riflessioni provengano da un concreto contatto e un impegno nel progetto europeo. Sono dunque contributi ancorati alla realtà, un tratto estremamente prezioso in una società il cui clima politico è sempre più viziato da rappresentazioni distorte delle relazioni e dei fenomeni sociali.

Altri due tratti distinguono questo volume. Il primo è il combinare speranza e fiducia nel futuro europeo con un’analisi fortemente critica degli errori commessi in passato. Nel complesso, questa serie di riflessioni, non assumendo toni ideologici o fideistici, né rinchiudendosi in una sterile accusa nei confronti del passato, fa risaltare la sua vocazione propositiva e progressista. Il secondo è il notevole livello intellettuale e culturale delle riflessioni, perfettamente in linea con i contenuti del volume nel quale si ribadisce a più riprese la necessità di ripartire dal patrimonio immateriale europeo – le idee, il dialogo, il sapere, la cultura, l’educazione alla democrazia.

L’impianto dialogico e l’uso di un linguaggio non specialistico rendono il volume di scorrevole lettura, adatto anche a chi si approccia alla sua prima esperienza di voto. Essendo completo di una buona bibliografia e sitografia è un’ottima proposta con la quale accompagnare la propria riflessione in vista del voto di fine maggio. Va infine prestata attenzione alla proposta, a chiusura del libro, di un ‘Manifesto per l’Europa’ nel quale si delinea una visione dell’Europa del futuro più unita, responsabile, democratica, solidale, giusta.

Di seguito si riporta, per ogni intervista, un passaggio particolarmente saliente.

 

Paolo Beccegato, Michele D’Avino, Laura Stopponi, Ugo Villani (a cura), EurHope. Un sogno per l’Europa, un impegno per tutti, Ave, Roma 2019.

 

Citazioni

«La parola speranza è fondamentale perché ogni crisi non è mai definitiva, come insegnano gli antichi greci che utilizzavano il termine krisis per indicare una scelta da operare, una decisione da prendere, un passaggio deciso verso una condizione migliore» (Padre Giulio Albanese, p. 21).

«Se vogliamo che l’Unione Europea operi in modo diverso, dobbiamo interrogarci dal basso e chiedere di riformulare alcuni passaggi dei trattati. Questo è già avvenuto in diverse occasioni, ma l’impressione è che al momento la spinta politica si sia fermata» (Vincenzo Buonomo, p. 50).

«L’integrazione europea è passata da una prima fase culturale e spirituale a una fase quasi esclusivamente economica e finanziaria, senz’anima e quasi mossa dalla preoccupazione del rigore economico, del rispetto dei bilanci. Ma è la cultura, nella sua multiforme espressione, che esprime il desiderio d’umanità, di stare insieme, che non potrà mai essere cancellata da nessun passo indietro. Perché è la cultura la prima e autentica fonte di conoscenza e misura dello stato di salute dell’Unione» (Edoardo Zin, p. 60).

«Occupiamoci dei valori e delle regole comuni che ci lasciano vivere e ci hanno lasciato vivere in pace fino ad adesso per sessant’anni» (Giuseppe Tesauro, p. 72).

«Serve un clima economico e occupazionale più disteso. Perché la disoccupazione fa paura a tutti. Serve una cultura del dialogo che comprenda il saldo attivo dell’incontro, dell’apertura all’altro. Pensiamo al campo dell’educazione, al valore inesauribile dell’associazionismo e del volontariato» (Gianni Borsa, p. 78).

«L’Europa occidentale è prima di tutto un’unione culturale, valori fondanti condivisi, un certo modo di vivere e di intendere le relazioni sociali» (Ugo De Siervo, p. 87).

«Siamo un continente nel quale l’alta tecnologia consente la produzione senza posti di lavoro. E siccome i posti di lavoro sono strettamente connessi anche alla redistribuzione del reddito, che è interconnesso alla democrazia, facciamo fatica a uscire dalla crisi. Dopo questo arriva solo la dittatura. Perché saltano i meccanismi democratici» (Giuseppina Paterniti, p. 98).

«Il populismo è portato a rimproverare tutto all’Europa, ma forse dovremmo imputare ai governi l’incoerenza, spesso il tradimento rispetto ai valori che ci portano a dire che ci sentiamo europei» (Ugo Villani, p. 109).

«Shakespeare diceva che quando la povertà entra dalla porta, l’amore esce dalla finestra. Forse possiamo sostituire la parola amore con la parola solidarietà. Se non saremo capaci di promuovere e attuare serie politiche occupazionali e rilanciare lo sviluppo economico, è vero che la solidarietà avrà tempi sempre più difficili» (Eva Giovannini, p. 118).

«La crisi dell’immigrazione è in realtà una crisi politica e culturale. Una crisi di immagine, di rappresentazione, di politicizzazione del tema, più che una crisi legata ai numeri e alla quantità degli arrivi e delle presenze» (Maurizio Ambrosini, p. 126).

«Credo che sia un momento molto importante per la “politica”, un fenomeno che possiamo cogliere come un kairòs, come un tempo bello e favorevole. […] Questa crisi è un’opportunità che l’Europa ha per dare una svolta al decennale dibattito sulla sua identità» (Angelo Moretti, p. 127-130).

«Il termine [è] co-sviluppo: occorre cioè sostenere contemporaneamente l’integrazione e lo sviluppo dei migranti qui da noi e coinvolgerli per aiutarci a dare un sostegno, attraverso la cooperazione, alle comunità di origine» (Andrea Stocchiero, p. 140).

«Le sfide globali richiedono una coscienza e un’intelligenza collettiva. I nostri muri, le nostre frontiere, i nostri conti correnti, i nostri muscoli e le armi che li potenziano milioni di volte sono radicati nell’egoismo del nostro cervello» (Sandro Calvani, p. 150).

«Il futuro non ripete mai il passato. […] Senza avere coscienza dell’eredità che ci portiamo sulle spalle, con le sue complessità e gli aspetti controversi, è difficile operare» (Luca Jahier, p. 155).

«La bellezza del progetto dell’Ue è che i valori si incarnano in scelte concrete. È lì che si può giocare la carta dell’attenzione alla persona, per far sì che l’Europa sia sempre una scommessa inclusiva e non esclusiva, che sia un progetto solidale, sostenibile, nei processi che sono in atto e non in speculazione politiche o in teorie» (Giuseppe Riggio SJ p. 173).

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