Gli italiani sono sempre più poveri. Il 13% della popolazione del Belpaese vive con un reddito mensile che è pari alla metà di quello medio nazionale (500-600 euro).

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A ciò si aggiunge un aumento delle disparità tra aree geografiche e tra categorie di famiglie per classe di reddito: persiste, laddove non aumenta, la polarizzazione tra pochi che dispongono di sempre minori risorse e ricchi che possono contare su sempre maggiori dotazioni.

Questo è il principale è più drammatico messaggio che proviene dal Rapporto Caritas – Fondazione Zancan 2008 dal titolo “Ripartire dai poveri” e presentato lo scorso 15 ottobre.
Tale incidenza conferma una tendenza degli ultimi anni: senza andare troppo lontano, lo scorso mese di ottobre l’Istat pubblicava una nota sull’andamento della povertà relativa nel nostro Paese dove si evinceva una tendenza lievemente crescente, nel periodo 2003-2006, della quota di famiglie con una spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà rispetto alle famiglie residenti. Tutti gli indicatori statistici e le principali fonti sulla distribuzione del reddito e della ricchezza delle famiglie italiane stanno segnalando da tempo una preoccupante tendenza decrescente: l’ultimo Bollettino economico della Banca d’Italia conferma la contrazione della spesa per consumi delle famiglie, a fronte di un aumento, definito modesto dagli stessi ricercatori dell’Istituto, del reddito disponibile.
Il Rapporto Caritas-Zancan non si limita a registrare cosa avviene a livello aggregato e macroeconomico, ma scende a livello micro, osserva, partecipa, condivide i problemi e gli affanni delle singole persone e delle singole famiglie.
E da tale angolo visuale, la situazione appare molto seria: l’aumento delle persone che ricorrono ai servizi di assistenza e alle mense è cresciuto, le famiglie con più di due figli sono più a rischio povertà, così come lo sono gli anziani, soprattutto se non autosufficienti.
C’è una fascia più ampia della popolazione che non ha accesso ai servizi essenziali!
A ciò si aggiunge una riduzione della spesa complessiva relativa alla protezione sociale, riduzione ancora più marcata se la si raffronta con gli altri paesi della Unione Europea.
L’impoverimento di ampie fasce sociali del paese è una tendenza in atto, un fattore quasi strutturale, connesso alle fragilità del sistema economico nazionale, al suo forte dualismo territoriale, alla bassa competitività del suo sistema produttivo, al suo inesorabile invecchiamento e alle rigidità istituzionali del mercato del lavoro che spesso non include, ma esclude (o sommerge) una parte rilevante del potenziale di lavoro disponibile del Paese.
Non possiamo, inoltre, non accostare tale dato a quelli che scaturiscono dalla crisi dei mercati finanziari che sta sconvolgendo milioni di persone e di famiglie in tutto il mondo.
Il dibattito degli studiosi e degli analisti è animato e naturalmente concentrato sulla intuizione di vie di fuga, ossia di politiche economiche in grado di contrastare un’emergenza che sta scuotendo le istituzioni finanziarie occidentali.
Ci preme recuperare una delle riflessioni che sono emerse da tale dibattito, e che si collegano all’emergenza povertà: lo “scossone” finanziario, frutto amaro e perverso della speculazione e della crescente virtualizzazione delle operazioni e degli strumenti finanziari, induce a ripensare il valore dei circuiti dell’economia reale.
Con tale osservazione vogliamo affermare l’importanza di ricollocare al centro delle politiche economiche e delle politiche pubbliche in generale le questioni fondamentali del lavoro (produttivo), dell’innovazione del sistema produttivo, della valorizzazione del capitale umano e della distribuzione del reddito.
Ripensando anche il ruolo delle istituzioni e delle amministrazione che devono progettare e gestire la redistribuzione del reddito e la gestione dei servizi sociali nella nuova prospettiva federale.
Gli autori del Rapporto si auspicano una capacità di sistemi locali e territoriali di essere in prima linea per rispondere a questo stato di crisi, incidendo “da vicino” sulla distribuzione della spesa sociale, a favore soprattutto delle categorie più a rischio, e “personalizzando” gli interventi.
Occorre governare tale percorso che si presenta arduo e faticoso, a maggior ragione in questi mesi in cui l’attenzione del Governo è rivolta alla stabilizzazione dei grandi capitali e del potere finanziario: ripartire dai poveri non è una ricetta di facile applicazione, è una provocazione fortemente evangelica, storicamente doverosa, politicamente interessante.
Chi saprà accoglierla sul serio?
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