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Concludendo un percorso importante durato più di un’ anno l’Istat presenta oggi in parlamento il primo rapporto sul benessere equo e sostenibile in Italia (BES). Si tratta di un evento storico che pone il nostro paese all’avanguardia mondiale nella costruzione di indicatori di benessere che coniughino creazione di valore economico, sostenibilità sociale ed ambientale. Il paradosso del disallineamento tra dinamica del PIL e della soddisfazione di vita occorso in molti paesi ci ha insegnato che la “ricchezza delle nazioni” non è il flusso dei beni e servizi prodotti e venduti sul mercato ma, più generalmente, lo stock dei beni economici, spirituali, culturali, ambientali, relazionali di una determinata comunità.

Si tratta di una nota che può apparire stonata in un paese come il nostro che sta entrando nel terzo anno consecutivo di recessione. Oggi più che mai siamo tutti consapevoli che la crescita economica è importante perché se il PIL non è tutto non si possono pagare i debiti con il BES. Nonostante questo è assolutamente chiaro che per tenere assieme i tre poli del problema (economico, sociale ed ambientale) e monitorare il benessere e la soddisfazione di vita di un paese è fondamentale guardare ad un insieme più ampio di indicatori. L’esempio locale che ci può aiutare a capire è quello di Taranto dove il benessere della città non è rappresentato dai profitti dell’ILVA ma anche e soprattutto dalle dinamiche della salute dalla qualità ambientale e paesaggistica che impedisce alla città di godere e anche di sfruttare economicamente le sue bellezze naturali.
Il BES ci insegna innanzitutto a misurare l’invisibile e a superare una concezione riduzionista del valore, scoprendo per esempio che, se restiamo alla sola creazione di beni e servizi, oltre a quelli venduti sul mercato ci sono quelli prodotti dai volontari e in famiglia.
Il percorso fatto in Italia nasce dalla sollecitazione della commissione Sen-Fitoussi ad andare oltre il PIL. Per evitare un approccio paternalista, l’Istat ha convocato le parti sociali chiedendo loro di individuare gli ambiti del benessere. Il risultato è stata la definizione di 12 domini. Per ciascuno di essi una commissione di esperti ha costruito indicatori che sono poi stati sottoposti nuovamente al vaglio delle parti sociali.
Il BES dovrebbe essere di grande interesse per i politici e le imprese. I politici dovrebbero essere consapevoli che la loro rielezione si gioca sul BES e non meramente sul PIL perché ciò che spingerà i cittadini a votarli è la crescita del loro benessere e della loro soddisfazione di vita. Non sempre questa coincide con la mera crescita del PIL perché, soltanto per fare un esempio, la crescita del PIL può spiazzare beni relazionali, non coincidere con l’aumento del reddito familiare disponibile dopo il pagamento di beni e servizi pubblici essenziali o generare un aumento significativo delle diseguaglianze che incide in modo molto negativo sul benessere. Anche per le imprese il BES è un indicatore molto importante perché rappresenta una mappa dei desideri degli italiani dei loro valori che possono aiutare a costruire prodotti e servizi per i quali i cittadini sono disposti a pagare.
Nel PIL solo ciò che ha un prezzo di mercato può avere valore mentre molte delle cose che hanno più valore per noi non hanno prezzo perché non si comprano e vendono sul mercato. Ecco perché c’è bisogno del BES per misurare la ricchezza degli italiani.

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