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di Leonardo Becchetti
rnChi ai tempi dell’antica Roma avesse parlato di sostituire i gladiatori con rugby e terzo tempo sarebbe stato preso per matto, tacciato di utopia e la sua carriera politica sarebbe sicuramente stata bloccata dalla lobby dei giochi del circo. Indicare la strada verso il futuro a quei tempi era molto pericoloso e la rivolta di Spartaco fu soffocata nel sangue; ma i germi del cambiamento diffusi anche dai principi del cristianesimo erano già in circolazione anche se avrebbero dato risultati soltanto nel tempo a venire. Se fossimo tutti iper-pragmatici, e se non avessimo qualcuno che si sforza di indicare l’orizzonte e ciò che viene dopo, il mondo non progredirebbe mai.

I temi su cui le agende politiche non brillano, soprattutto per la capacità di indicare l’orizzonte, sono quelli della felicità sostenibile e del rapporto tra soddisfazione di vita e scelte di politica economica. Siamo nel pieno della grande rivoluzione della convergenza, stimolata a gran ritmo dalla globalizzazione dei mercati. Mondi con costi del lavoro drammaticamente diversi sono a confronto. I meccanismi di aggiustamento sono in atto ma sono lentissimi, dolorosi, e non tengono conto dei problemi di sostenibilità sociale ed ambientale. Non ci sono mani invisibili che fanno il lavoro per noi ma biciclette da pedalare e regole più giuste da costruire attraverso l’alleanza di politica e società civile. Ma le agende politiche che in questi giorni si moltiplicano e ci confondono le idee si stanno preoccupando di costruire meccanismi di convergenza verso l’alto di diritti e sostenibilità ambientale e non verso il basso? E come tengono conto del fatto che non è il dato quantitativo della crescita quanto la qualità di una creazione di valore economico socialmente ed ambientalmente sostenibile ad essere decisiva per la nostra soddisfazione di vita ?
Gli studiosi e le istituzioni come l’ISTAT hanno fatto in questi anni un grosso lavoro per costruire la mappa del benessere equo e sostenibile, una mappa che indica chiaramente la strada tracciata dagli italiani per un progresso verso il bene comune e, al contempo, il terreno sul quale si giocherà il consenso con gli elettori.
La direzione giusta per costruire circoli virtuosi è innanzitutto quella della riforma della finanza internazionale per riportare il genio nella lampada e reindirizzare enormi risorse al servizio dell’economia reale. A livello europeo abbiamo bisogno di politiche macroeconomiche direttamente indirizzate agli obiettivi di occupazione e lotta a povertà e diseguaglianze. A livello nazionale dobbiamo puntare su fattori produttivi non delocalizzabili perché se ci illudiamo di competere solo abbassando il costo del lavoro e aumentando le flessibilità siamo sulla strada sbagliata (non raggiungeremo mai i costi del lavoro fino a 30 volte inferiori di Cina ed India). Dobbiamo piuttosto guardare al modello tedesco che, a costi del lavoro maggiori dei nostri, punta su un sistema paese forte ed affidabile, e colmare i molti gap che ci allontanano da quel modello (efficienza pubblica amministrazione e giustizia civile, agenda digitale, istruzione e ricerca, lotta alla corruzione e riduzione del peso della burocrazia). E’ urgente una riforma del fisco che riduca l’onere sulle voci collegate alla creazione di valore (redditi e lavoro) spostando il carico su quelle che producono effetti esterni negativi (inquinamento ambientale e finanziario, ludopatia). Dobbiamo in questo stesso ambito eliminare al contempo il differenziale di evasione con gli altri paesi vincolando la destinazione di tutti i proventi derivanti dalla lotta all’evasione alla riduzione del peso fiscale.
Gratuità, beni relazionali e capitale sociale, fiducia e capacità di investire nel futuro sono elementi fondamentali per la qualità della vita e risorse produttive formidabili per la creazione di valore economico. Le scelte di politica economica possono giocare un ruolo decisivo per favorire lo sviluppo di queste risorse o deprimerle.
Non basta sostenere che dobbiamo crescere, è fondamentale specificare a quale crescita vogliamo puntare e di quale crescita abbiamo bisogno per la felicità sostenibile. Il caso Ilva ci insegna che sia a livello d’impresa che di sistema paese puntare su modelli imprenditoriali poco attenti alla sostenibilità sociale ed ambientale si rivela prima o poi una scelta miope per la stessa crescita economica oltre che dannosa per il benessere della collettività.

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