Lo scorso venerdì è stato firmato, dai capi di Stato e di governo di 25 Paesi dell’UE, il c.d. Fiscal compact, ossia il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione economica e monetaria (TSCG).
rnÈ sufficientemente noto, per il rilievo mediatico che ha avuto, che questo nuovo Trattato si pone fuori dal quadro normativo e istituzionale dell’UE perché non sottoscritto da tutti i paesi che ne fanno parte. Un primo, delicato, problema che crea l’adozione di questo nuovo Trattato è dunque quello dei rapporti con il diritto dell’UE e, soprattutto, con le Istituzioni europee, ovvero se tali Istituzioni potranno “servire” (anche) il nuovo Trattato.
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Tuttavia, il profilo di maggiore interesse da indagare è se questo nuovo strumento costituisca la soluzione dei problemi che affliggono l’area Euro. Ovviamente, la risposta a questo interrogativo presuppone l’aver chiaro quali siano i problemi dell’Euro, ovvero aver chiaro che i problemi nascono dall’assenza di un’autorità europea che possa intervenire in funzione di stabilizzazione degli shock che colpiscono le diverse economie nazionali. In un sistema governato da una moneta unica, e quindi in cui non è possibile svalutare il cambio né agire sui tassi d’interesse, la condizione che consente, in maniera più efficace, di affrontare la recessione economica è l’intervento dell’autorità sovranazionale in funzione di stabilizzazione economica. Ciò avviene, per esempio, negli Stati Uniti attraverso il governo federale e la Federal Reserve. Tale sistema è comunemente definito unione fiscale.
Questa condizione è assente nell’UE. Il bilancio dell’UE, infatti, non è sufficientemente ampio da consentire un simile intervento. Esso rappresenta solo 1,1% del Reddito Nazionale Lordo degli Stati membri, pari a 141,9 mld di euro (2011). Per offrire un’idea, il bilancio federale statunitense rappresenta più del 20% del RNL (2009). Precluso è anche l’intervento della Banca Centrale Europea (o una Banca di uno Stato membro) che, per espressa disposizione, non può intervenire a favore di uno Stato membro (c.d. divieto di bail-out). Il solo argine alla riduzione degli effetti provocati dagli shock economici è il Patto di stabilità e crescita. Potrebbe sembrare paradossale, ma la soluzione prevista per affrontare i problemi economici europei è rimessa ai singoli Stati membri. Esiste dunque una asimmetria fra dimensione del problema – europeo – e dimensione della soluzione – statale.
La soluzione proposta dal fiscal compact s’inserisce in questo alveo. Per larga parte, il nuovo Trattato rafforza i vincoli e le procedure del Patto di stabilità (cosa, peraltro, già fatta attraverso il c.d. Six-Pack entrato in vigore a novembre 2011). Per altra parte, obbliga gli Stati membri a introdurre in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio e attribuisce competenza alla Corte di giustizia in merito al rispetto del Patto di stabilità. Le soluzioni proposte, dunque, continuano a essere soluzioni statali a problemi europei. In questo senso, emblematico è il vincolo del pareggio di bilancio statale. Si discosta da questo schema il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), fondo europeo finalizzato a intervenire in aiuto degli Stati membri, a condizione del rispetto dei vincoli imposti del Patto di stabilità.
La soluzione proposta appare, dunque, insoddisfacente, e lo dimostra l’annuncio, fatto immediatamente dopo la firma del Trattato, che Spagna e i Paesi Bassi non rispetteranno, per il 2012, i vincoli di bilancio posti dal medesimo Trattato.
Vi erano due soluzioni diverse, sia per il grado di efficacia sia per quello di fattibilità. La soluzione ottimale (first best, per dirla con gli economisti) sarebbe stata la creazione di una vera unione fiscale, ovvero un ampliamento del bilancio dell’UE per scopi di stabilizzazione economica. Ciò avrebbe implicato, necessariamente, l’istituzione di un’imposta europea (cfr., per le soluzioni prospettate, la Comunicazione della Commissione UE del 19 ottobre 2010).
La soluzione second best, diversamente, sarebbe stata quella dei c.d. Eurobond, ovvero l’emissione di titoli del debito europeo per finanziare i Paesi membri in difficoltà (anche in questo caso, cfr. il libro verde della Commissione UE pubblicato il 23 novembre 2011).
Allo stato attuale la prima soluzione è impraticabile. Maggior coraggio e una visione politica non limitata alla situazione contingente, tuttavia, avrebbero consentito di realizzare la seconda.

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