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Ripubblichiamo un’intervista al professor Carlo dell’Aringa. Vogliamo così rendere omaggio ad un uomo che con la sua passione e competenza ha cercato di dare un contributo serio al nostro Paese. Esperto del mercato del lavoro italiano – in particolare della condizione occupazionale dei giovani, delle diseguaglianze sociali e dei contratti collettivi – per diversi anni consulente del CNEL e Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nel Governo Letta.

Un sistema integrato di politiche attive e passive del lavoro, una riforma degli ammortizzatori sociali che preveda anche sussidi di disoccupazione estesi ai giovani, un miglioramento del sistema di intermediazione domanda-offerta di lavoro, la necessità di dare più stabilità ai lavori temporanei: questi alcune delle indicazioni proposte di Carlo Dell’Aringa professore di Economia Politica all’Università Cattolica di Milano.

Professore quali linee di riforma delle politiche attive del lavoro sono oggi necessarie per rilanciare lo sviluppo del Paese?

La più grave criticità è costituita dalla mancanza di un sistema integrato e coerente di politiche attive e passive del lavoro. Le risorse per gli ammortizzatori sociali sono troppo concentrate sulla Cassa Integrazione, nelle sue varie forme. Occorre un sistema di sussidi di disoccupazione esteso ai giovani. Le politiche attive e di attivazione rappresentano il punto più debole. Devono essere rafforzate e meglio integrate, dal punto di vista funzionale, con le politiche di sostegno dei redditi. I soggetti istituzionali che svolgono un ruolo nel campo delle politiche attive e passive agiscono ciascuno nel loro ambito, senza il coordinamento che sarebbe necessario. In molti Paesi le funzioni di politiche attive e passive fanno capo agli stessi enti che poi si articolano sul territorio. Manca inoltre un incisivo supporto da parte delle imprese nel segnalare i fabbisogni di personale. La intermediazione tra domanda ed offerta di lavoro diventa impossibile se non si hanno informazioni dal lato della domanda di lavoro da parte delle imprese. Le imprese vanno incentivate a dare informazioni sui loro posti vacanti fornendogli un servizio utile finalizzato a selezionare e sottoporre alla loro attenzione il personale di cui hanno bisogno.

Il tasso di disoccupazione giovanile italiano è molto più basso della media UE. Inoltre in Italia si registra un costante aumento della percentuale dei giovani inattivi e scoraggiati ed emergono fenomeni come quello dei NEET. Cosa c’è dietro questi numeri? Come è possibile affrontare questa vera e propria emergenza sociale? Quali misure è necessario adottare con urgenza?

Il problema dei giovani è in parte dovuta all’alternarsi di esperienze di lavoro temporaneo con periodi di inattività e di disoccupazione. Da un lato occorre dare più stabilità ai lavori temporanei. Innanzitutto combattendo gli abusi, anche con opportuni disincentivi economici nei confronti di forme di lavoro precario (false partite IVA, ecc.). Occorre però aggiungere che la disoccupazione e la inattività dei giovani è spesso di “di lunga durata”. Questo è il problema più serio. Un problema che si intreccia spesso con il lavoro nero. I giovani hanno bisogno di una assistenza e di misure ritagliate sui loro specifici e particolari problemi. Nel nostro Paese servizi di questo tipo sono quasi del tutto assenti.

Oltre a mostrare lacune evidenti sul versante delle competenze fornite, la scuola italiana non riesce a collegarsi in modo virtuoso con il mercato del lavoro e a fornire i profili professionali richiesti? Come intervenire per modificare la situazione? Quale ruolo può avere la formazione professionale?

Siamo il Paese dove è più bassa la percentuale di giovani studenti che abbiano qualche esperienza di lavoro. Questo in parte spiega come mai i giovani facciano così fatica a passare dalla scuola e dall’università al mondo del lavoro. Dobbiamo investire sugli stages e sui tirocini durante e non solo dopo i percorsi scolastici. Investire poi di più nell’orientamento (dove siamo drammaticamente indietro). Dare sbocco all’offerta formativa di natura tecnico professionale verso corsi post-secondaria, del tipo ITS. Molti giovani laureati rimangono a lungo senza lavoro perché hanno investito in titoli di studio che sono poco richiesti dal mercato. Il mondo delle piccole imprese non è ancora preparato ad assumere laureati in misura consistente. Un’offerta di tecnici di livello elevato può rispondere alle loro esigenze. D’altra parte è comune a molti Paesi sviluppati avere due percorsi dopo la scuola secondaria. Uno di tipo universitario-accademico e uno di tipo tecnico professionale.

L’apprendistato può diventare un utile strumento per inserire i giovani nel mercato del lavoro? Come valuta questo istituto e quali altre misure possono affiancarlo?

Qui la risposta è “secca”: speriamo che finalmente possa partire il nuovo apprendistato, dopo dieci anni di attese e di tentativi parziali.

 

* L’intervista è stata pubblicata su Azione sociale n. 1 /2012

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