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E’ passato abbastanza in sordina il settantacinquesimo anniversario dell’approvazione ed entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che in altri tempi avrebbe suscitato maggiore interesse, sia sotto il profilo di una riflessione dell’applicazione della Costituzione stessa sia sotto quello delle possibili riforme a cui può essere sottoposta. Tuttavia per la centralità che la Carta costituzionale ricopre come fonte principale del diritto nel nostro Paese, l’una e l’altra riflessione non possono essere eluse in quanto rimandano a due questioni fondamentali: il mantenimento delle promesse della democrazia e l’efficienza della decisione politica

E’ passato abbastanza in sordina il settantacinquesimo anniversario dell’approvazione ed entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che in altri tempi avrebbe suscitato maggiore interesse, sia sotto il profilo di una riflessione dell’applicazione della Costituzione stessa sia sotto quello delle possibili riforme a cui può essere sottoposta. E tuttavia, proprio per la centralità che la Carta costituzionale ricopre come fonte principale del diritto nel nostro Paese, ed anzi criterio di valutazione della compatibilità della produzione giuridica con i principi fondamentali che essa prescrive, l’una e l’altra riflessione non possono essere eluse in quanto rimandano a due questioni fondamentali: il mantenimento delle promesse della democrazia e l’efficienza della decisione politica.

La crisi delle democrazie moderne, secondo molti osservatori, è essenzialmente una crisi di delusione rispetto alle promesse non mantenute, intese come promesse di integrazione sociale e di sicurezza economica. La democrazia per lungo tempo è stata associata non solo al libero esercizio dei diritti civili fondamentali (voto, parola, pensiero, culto…) ma anche ad un miglioramento costante della posizione economica di ogni singolo cittadino, ed anzi alla sua protezione universale dalla malattia, dal disagio sociale, dagli effetti della vecchiaia. Erano le famose “quattro libertà” (di parola, di religione, dal bisogno, dalla paura) che Franklin Delano Roosevelt aveva enunciato come diritti universali della persona e che erano alla base dell’impegno degli Alleati contro il nazifascismo.

Diritti che la nostra Costituzione incorporò ed inserì in un progetto organico che non si limitava al riconoscimento liberale dell’astratta eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma andava oltre, affermando che tale eguaglianza andava resa effettiva in quanto inaccettabili disparità sociali creavano di fatto una cittadinanza di seconda o terza fascia in cui si situavano coloro che non avevano disponibilità economiche. Sotto questo profilo molto è stato fatto nel corso degli anni, ed il lungo ciclo espansivo dell’economia occidentale -almeno fino allo choc petrolifero del 1973/1974- aveva permesso che lo sviluppo della democrazia politica andasse di pari passo alla crescita dei diritti sociali e civili.

Il ristagno e poi l’arretramento sotto il profilo sociale, in assenza di un’alternativa credibile (giacché il vistoso ed inequivoco fallimento del comunismo sovietico portava con sé la condanna di ogni possibile progetto di palingenesi sociale di matrice marxista), ha generato nel corso degli anni una crescente diffidenza nei confronti dei meccanismi della globalizzazione economica, che è stata percepita da larghi settori sociali come una minaccia agli equilibri consolidati giacché immetteva nel mercato del lavoro – appunto globalizzato- masse di persone fino ad allora marginali, che si accontentavano di livelli di paga inferiore e per questo rendevano percorribile la strada della ridislocazione in altri Paesi delle attività produttive, con conseguente depauperamento del tessuto produttivo occidentale. A ciò si aggiungeva il crescente fenomeno dell’immigrazione dal Sud del mondo, che creava una molteplice percezione di insicurezza, di tipo sociale (per l’arrivo di quella che veniva descritta come una massa di manodopera sostitutiva), di ordine pubblico (per la crescita della microcriminalità in ambito urbano e, in alcuni casi, di una minaccia terroristica) e culturale (per la possibile affermazione di modelli culturali e religiosi differenti dal nostro, specie se di matrice islamica).

Queste paure, sapientemente alimentate da alcuni settori politici, sono divenute nel corso degli ultimi due decenni l’espressione di una diffidenza, se non di un rifiuto generale, nei confronti di ogni manifestazione di cosmopolitismo, di tolleranza della diversità , di richiesta di attenzione ai problemi dell’ecosfera, di fluidità culturale , sociale e sessuale, percepite come una minaccia allo stile di vita tradizionale dalla quale comunque gli abbienti sono protetti in ragione delle loro disponibilità economiche.

I modelli democratici sono quindi stati assimilati all’incapacità di protezione in senso lato nei confronti delle fasce sociali più deboli, e si è affacciata l’idea che modelli di governo non propriamente democratici, se non apertamente autoritari, rispondessero meglio alla confusa esigenza sociale che muove la protesta nella duplice direzione della radicale sfiducia (con l’aumento della disaffezione al voto) e dell’aumento del consenso verso le forze che pretendono di dar voce al malcontento sociale con ricette semplicistiche ma fortemente ancorate in quell’aspirazione ad un passato non reversibile ma inteso da molti come un rifugio rassicurante rispetto alle incertezze del presente e alle minacce del futuro.

A fronte di questa richiesta di protezione, le stesse garanzie costituzionali diventano quasi un fatto secondario, sacrificabile rispetto alle esigenze securitarie (del resto è quanto accaduto durante la pandemia, ed è un paradosso che la destra che si fa portavoce delle esigenze securitarie abbia contestato con tanta determinazione e spesso con argomenti antiscientifici le misure adottate dal nostro Governo come da quelli di tutto il mondo per la salvaguardia della salute pubblica contro un nemico sconosciuto), si tratti di migranti, di carcerati, di persone che manifestano per strada.

In questo senso è da inquadrare il progetto – fin qui non esplicitato nei suoi particolari – della destra di governo di trasformare l’impianto del nostro sistema democratico da parlamentare a presidenziale, spostando alcune funzioni di governo dall’Esecutivo che deve godere della fiducia del Parlamento ad un Presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo. Naturalmente il presidenzialismo, in sé non ha nulla di antidemocratico, né peraltro il semplice dato di fatto dell’elezione diretta del Capo dello Stato implica l’esistenza di un modello presidenziale: nei molti Paesi dell’Unione europea in cui esiste l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, se si esclude il peculiare caso francese, è pacifico che la conduzione dell’attività di governo è in capo al Primo Ministro, comunque denominato, che è tale perché ha la fiducia del Parlamento.

Nel corso degli anni, soprattutto in questa lunga fase di transizione succeduta alla crisi della cosiddetta Prima Repubblica, la figura del Capo dello Stato nel nostro ordinamento ha assunto un ruolo di garante del sistema che è evoluto nel corso del tempo di fronte alle incertezze della politica e a veri e propri fenomeni di analfabetismo istituzionale da parte di leader politici titolari di un consenso tanto forte quanto temporaneo che gli faceva pensare di poter bypassare le norme scritte e non scritte che reggono l’impianto della nostra democrazia.

Nell’incertezza di quella che è la reale proposta delle forze di maggioranza, l’ipotesi presidenzialista, comunque la si consideri, appare estranea alla cultura istituzionale italiana: altra cosa è considerare quelle che sono le garanzie che potrebbero aumentare la stabilità e l’efficienza dei Governi, a partire dalla cosiddetta sfiducia costruttiva (cioè l’impossibilità per il Parlamento di cambiare il capo dell’Esecutivo senza indicare un nome alternativo). A ciò si aggiunga una riforma significativa della legge elettorale, che riconferisca dignità al rapporto fra elettori ed eletti, e una riconsiderazione del ruolo dei partiti politici che li valorizzi come insostituibili strumenti di partecipazione politica definendone in modo più trasparente la raccolta delle risorse e la vita democratica interna.

Certo, di fronte ai problemi pressanti della guerra e della pace, dello sviluppo economico, del lavoro che manca, delle bollette del riscaldamento, simili problemi possono sembrare secondari, ma non è così, giacché i diritti costituzionali, la loro esigibilità, la loro evoluzione, e la capacità delle istituzioni di rispondere in modo flessibile e rapido alle esigenze della società civile sono problemi di tutti, che richiedono un’attenzione specifica ed informata da parte di tutti i cittadini.

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