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Fare la COP negli Emirati non è stato un errore, come molti hanno detto, piuttosto il contrario. Le sorti di una COP non le decide il Paese ospitante e la sua presidenza; ciò nonostante questa presidenza ha impresso una svolta che taluni hanno definito storica, nel riconoscimento della necessità di un abbandono graduale delle fonti fossili e sancendo in qualche modo l’inclusione nei negoziati dei paesi produttori di petrolio come parte della soluzione, oltre che come parte del problema

Si dice che per mantenere l’aumento di temperatura del pianeta entro 1,5°C, in modo da contenere gli effetti devastanti del cambiamento climatico, si dovrebbero ridurre le emissioni globali del 7% ogni anno fino al 2030, mentre attualmente le stesse stanno ancora crescendo, complessivamente. Il processo di decarbonizzazione, ovvero la riduzione complessiva della concentrazione di anidride carbonica e di altri gas climalteranti nell’atmosfera, deve essere accelerato, trovando soluzioni a una serie di complessità che mai prima d’ora l’essere umano si era trovato ad affrontare in modo collettivo e con questo senso di urgenza.

La prima complessità è rappresentata dalla sostituzione progressiva della produzione di energia da fonti fossili –  da quelle più impattanti, il carbone e il petrolio, al gas naturale – con quella da fonti rinnovabili, o comunque a basse o a zero emissioni, continuando sempre ad assicurare la copertura dei fabbisogni energetici di una società globale in crescita demografica, produttiva e di benessere, garantendo la sicurezza energetica in uno scenario di incertezza – geopolitica ma anche sanitaria, come ci ha insegnato la pandemia, mantenendo la sostenibilità economica del cambio di paradigma e cercando, nel periodo necessario alla transizione per compiersi, di sviluppare soluzioni per la cattura e lo stoccaggio, o il riuso, della CO2 prodotta dall’estrazione, dal trattamento e dalla combustione delle fonti energetiche tradizionali.

Una seconda questione è costituita dalla modifica dei processi industriali, produttivi, necessaria se si vogliono sostituire materie prime ed energia vergini e a base fossile con materie prime ed energia circolari (derivanti cioè dal recupero di materiali già esistenti e da processi esistenti) e a base  rinnovabile, con attenzione agli impatti che questi cambiamenti avranno sulle filiere produttive, che dovranno tutte adeguarsi o reinventarsi e con attenzione alle disponibilità di queste materie prime, non più accessibili su scala massiva e globale ma in modo più localizzato e su scala più piccola.

La terza complessità è legata alla capacità del sistema di trasferire investimenti – e con loro la redditività e la profittabilità – da iniziative basate sulla Old Economy a base fossile a iniziative basate sulla New Economy low carbon e circolare. Non può essere solo una questione di complicati meccanismi artificiali di quote o di finanziamenti pubblici (che comunque ricadono sempre sui contribuenti): che piaccia o no, senza la leva economico-finanziaria questa trasformazione non avverrà con la magnitudo e la rapidità necessarie.

Infine la quarta è costituita dalla necessità di formazione di milioni di persone in tutto il mondo in grado di operare questi cambiamenti nell’industria (modifiche di processi industriali, produttivi, di ecodesign, di modelli di business, di logistica) e nella società  civile (modifiche di progettazione della mobilità, dell’urbanistica, sveltimento dei processi decisionali, ripensamento della funzionalità delle città, dei servizi pubblici), in grado di sviluppare soluzioni che ancora non esistono con una visione sistemica.

Senza una forza lavoro in grado su diversi livelli di gestire una tale complessità questa trasformazione non sarà possibile.

La Fondazione MAIRE che dirigo, ha realizzato insieme a IPSOS una ricerca su questo tema, che ha rilevato su 10 Paesi in 4 continenti attraverso 1715 interviste la percezione della fascia culturalmente elevata di popolazione circa l’importanza e il progresso della transizione energetica e l’urgenza di formare le persone per mettere a terra le azioni necessarie agli obiettivi climatici. La consapevolezza è molto alta in tutti i Paesi, con più vivacità e spinta nei Paesi emergenti (come India, Cina, UAE, Arabia Saudita, Turchia, Algeria, Cile) che non nelle economie storiche (USA, UK, Italia), indice di una sensibilità e di una attenzione nuova nel riconoscere i benefici non solo ambientali e sanitari, della transizione energetica, ma anche occupazionali e di competitività, e segno di equilibri geopolitici che stanno cambiando, su questo tema, a livello mondiale.

La ricerca è stata presentata a Dubai durante la COP28 a inizio dicembre e questa sensazione di una geografia politica mondiale che sta cambiando, sul clima, lì si è percepita chiaramente.

Con questa Conferenza si è fatto un passo avanti in diverse direzioni – target di capacità installata di rinnovabili, riconoscimento formale della necessità condivisa di allontanamento dalle fossili, stanziamento di fondi e altro. Il principale risultato è stato, però, a mio avviso, un altro: l’essere riusciti a gestire la complessità di una Conferenza sul clima, in un anno di forte maturazione della consapevolezza scientifica e culturale dell’urgenza di un’azione condivisa ma anche di fortissime tensioni internazionali, portando dei risultati, proprio in un Paese come gli Emirati Arabi.

Fare la COP negli Emirati non è stato un errore, come molti hanno detto, piuttosto il contrario. Le sorti di una COP non le decide il Paese ospitante e la sua presidenza; ciò nonostante questa presidenza ha impresso una svolta che taluni hanno definito storica, nel riconoscimento della necessità di un abbandono graduale delle fonti fossili e sancendo in qualche modo l’inclusione nei negoziati dei paesi produttori di petrolio come parte della soluzione, oltre che come parte del problema.

Il meccanismo di governance con il diritto di veto che caratterizza le Conferenze mondiali sul clima riflette quel processo di convergenza degli interessi necessario se si vuole cambiare un’economia mondiale in cui i Paesi sono  interdipendenti tra loro, produttori e consumatori di risorse energetiche, di tecnologia, materie critiche, prodotti materiali, finanziari, servizi. Intervenire su questa complessità richiede consenso, gradualità, inclusione.

La COP è una grande assemblea planetaria, un esempio di democrazia terrestre mai sperimentato prima nella storia dell’umanità, un processo di una difficoltà sconosciuta, per la portata globale del cambiamento climatico e dei suoi effetti, per il livello di innovazione che richiedono le soluzioni da sviluppare, per la distanza degli interessi in gioco e dei punti di partenza (incidenza delle fonti emissive) e di arrivo (target di neutralità carbonica e loro impatto sul percorso di sviluppo economico dei Paesi).

Durante la COP28, a un certo punto la situazione era in stallo, i delegati rischiavano di uscire da giorni di dibattito con un nulla di fatto, i media di tutto il mondo già con l’epitaffio pronto a decretare il fallimento della conferenza emiratina. Il Presidente ha convocato a sorpresa un’assemblea su un modello tradizionale arabo, il “majlis”, che non prevede discorsi preparati, posizioni già definite. È una parola che indica in arabo e in persiano il posto in cui ci si riunisce per discutere, scambiare opinioni e conoscersi. Conoscersi. Forse è questa la chiave universale per gestire e risolvere una sfida gigantesca come questa, piena di contraddizioni.

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