Nel 99% dei media e nel 100% dei documenti ufficiali, le cosiddette transizioni ‘ecologica’ e ‘digitale’ appaiono come due fatine inseparabili che leggiadramente ci accompagneranno verso un futuro radioso. Il solo pensiero che le due fatine invece che essere concordi possano spingere in due direzioni tra loro incompatibili è considerato poco meno di una bestemmia. Eppure, a veder bene, il loro rapporto è tutt’altro che pacifico…

Nel 99% dei media e nel 100% dei documenti ufficiali, le cosiddette transizioni ‘ecologica’ e ‘digitale’ appaiono come due fatine inseparabili che leggiadramente ci accompagneranno verso un futuro radioso.

Il solo pensiero che le due fatine invece che essere concordi possano spingere in due direzioni tra loro incompatibili è considerato poco meno di una bestemmia. Eppure, a veder bene, il loro rapporto è tutt’altro che pacifico. Consiglio al lettore con qualche conoscenza matematica un interessante lavoro scientifico apparso sulla rivista Ecological Economics, (Lange, Steffen, Johanna Pohl, and Tilman Santarius. “Digitalization and energy consumption. Does ICT reduce energy demand?.” Ecological Economics 176, 2020) che comincia a fare due conti sulla questione.

Dall’articolo si evince come anche se in teoria le due fatine potrebbero andare d’accordo e darsi man forte, l’attuale stato delle cose spinge verso un netto contrasto tra le due, con la transizione digitale (a tutti i livelli: dai nostri continui invii di foto scattate alle pietanze del ristorante all’informatizzazione di grandi aziende) che diventa sempre di più una minaccia per l’ambiente. Tutto ciò che ruota attorno alla digitalizzazione si identifica con il termine ICT (Information Communication Technology) e ha la consistenza di un macigno.

La fabbricazione del materiale informatico (sempre più accelerata dalla veloce obsolescenza degli strumenti) esercita un peso influente sulla natura in termini di energia, di acqua e di metalli. Ci apprestiamo a estrarre dalla crosta terrestre in una generazione più metalli che in tutta la storia dell’umanità. Circuiti stampati, schermi tattili, microchip e batterie esigono quantità favolose di oro, argento, rame, tungsteno, litio, e terre rare. L’industria mineraria è terribilmente inquinante e (per usare un brutto neologismo molto in voga di questi tempi) ferocemente energivora.

A questo si aggiunge il contributo dell’ICT all’effetto serra a causa della continua crescita del consumo di elettricità per il suo funzionamento. Gli attrezzi informatici alla fine degli anni 2010 consumavano fra il 10 e il 15% dell’elettricità mondiale. Questo assorbimento raddoppia ogni 4 anni, il che potrebbe portare il digitale nel 2030 a consumare il 50% dell’elettricità del mondo, cioè quello che tutta l’umanità consumava nel 2008. Possibile? Sembrerebbe un tantino esagerato ma se consideriamo che ogni ora nel mondo si spediscono 10 miliardi di email e si fanno 140miliardi di ricerche su google, la faccenda sembra meno balzana …un calcolo a spanne è che per sostenere questo traffico occorrerebbe la produzione oraria di 15 centrali nucleari.

E allora che facciamo? Allora bisogna scegliere: o moderiamo drasticamente l’ICT, oppure decidiamo che tutto sommato dell’ecologia ci importa di meno che stare tutto il giorno di fronte a uno schermo. D’altronde è raro che chi crea il problema (lo sviluppo tecnologico) proponga anche la soluzione che, se mai, sta nell’abbandono della globalizzazione, nel ritorno alla agricoltura di sussistenza ed ecologicamente compatibile, nella minore circolazione di denaro grazie all’autoproduzione e al baratto, nel conseguente ritorno delle grandi famiglie in cui cooperano le diverse generazioni (questo non lo trovate sul PNRR). L’attuazione di questo medioevo di ritorno, comporterebbe delle spiacevoli conseguenze che per molti equivarrebbero all’inferno in terra (a me devo dire che non dispiacciono così tanto, ma il vostro cronista è un maledetto retrogrado) tra cui il ritorno della fatica fisica, di una struttura sociale tradizionale, il progressivo abbandono delle metropoli, andare a dormire la sera appena dopo cena e svegliarsi all’alba….

Si vabbè ma allora come la mettiamo con l’efficienza del lavoro?  A questo proposito vi racconto una esperienza (molto comune per le persone della mia generazione). Mio padre era un impiegato del parastato (INPS) dove con il tempo raggiunse una posizione apicale (direttore ufficio ispettorato); egli (come quasi tutti i genitori dei miei amici) andava al lavoro verso le sette e mezza, attaccava alle otto circa, tornava a casa per ora di pranzo, mangiava con la famiglia, si faceva una breve pennichella e alle tre, tre e mezza ripartiva per l’ufficio da dove tornava verso le sette e mezza un’ora prima della cena. Sabato solo mattina, Domenica libera.

Il suo omologo di oggi è un poveretto che non ha orario, ha uno smartphone da cui non si stacca mai e, quando (raramente) torna a casa si trova di fronte delle persone quasi sconosciute che asseriscono essere la moglie e i figli (e questo nella migliore delle ipotesi di una famiglia ancora integra…a scanso di equivoci faccio notare che non so assolutamente chi sia l’omologo di mio padre all’INPS in questo momento). Il poveretto è compiutamente ‘digitalizzato’ e così i suoi archivi al lavoro, avrebbe quindi in teoria degli strumenti che dovrebbero facilitarne il lavoro. La grande domanda è “Allora perché le pensioni arrivano con maggiore ritardo e con percorsi burocratici molto più tortuosi rispetto alla preistoria dei faldoni cartacei?”.

Si accettano (e si caldeggiano) risposte sensate….

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