Diceva Agatha Christie: ‘Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova’. Non molto dissimile è il modo di procedere della scienza sperimentale quando si richiede che esperimenti indipendenti corroborino lo stesso modello esplicativo

Diceva Agatha Christie: ‘Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova’. Non molto dissimile è il modo di procedere della scienza sperimentale quando si richiede che esperimenti indipendenti corroborino lo stesso modello esplicativo.

Ecco allora tre indizi (sperimentati di persona) di una gravissima perdita di riferimenti spaziali (con conseguente spaesamento) che si sta diffondendo nella popolazione.

Primo Indizio: Microrganismi resistenti agli antibiotici e biodiversità vegetale

Recentemente ho seguito la parte statistica di un lavoro epidemiologico in cui si analizzavano i dati della diffusione di infezioni resistenti agli antibiotici nel corso di dieci anni in vari reparti del Policlinico Umberto I di Roma. Si tratta di un problema di salute pubblica molto serio: queste infezioni possono essere mortali e comunque hanno gravi conseguenze. La resistenza agli antibiotici deriva da molti fattori tra cui la formazione di biofilm (colonie organizzate di microrganismi particolarmente frequenti su dispositivi impiantabili come le protesi d’anca) e le mutazioni acquisite in ambienti come quelli ospedalieri particolarmente ‘favorenti’ lo sviluppo di resistenze multiple. Il lavoro era molto accurato, si basava su decine di migliaia di casi, e mostrava una preoccupante tendenza all’aumento nel tempo di questi eventi.

La memoria scientifica corrispondente è stata rifiutata da una rivista internazionale con la seguente motivazione ‘Si riferisce a un fenomeno locale, gli autori dovrebbero analizzare dati da ospedali di diverse parti del mondo’. Tale motivazione, oltre di fatto a impedire qualsiasi studio autonomo di un gruppo di ricerca, non ha alcun carattere di necessità: il comportamento dei microrganismi romani si suppone essere interessante anche per i microrganismi londinesi o cinesi.

Forse ancora più balzana la motivazione del (poi rientrato) rifiuto di uno studio sulla biodiversità vegetale delle regioni italiane: il fatto che la Liguria avesse la massima biodiversità (dovuta alla sua particolare morfologia di montagna in riva al mare con lo sviluppo di clini vegetazionali che in due-tre chilometri passano dall’agave al castagno) accompagnata da una modesta estensione (è regione piuttosto piccola) era profondamente disturbante. Ora, uno studio ecologico è, per definizione (ecologia viene dai due termini greci oikos che significa casa e logos che indica pensiero/conoscenza), una descrizione di un determinato territorio particolarmente indirizzata a rilevarne le peculiari caratteristiche sistemiche. Le peculiarità del territorio italico sono irriducibilmente diverse da quelle delle grandi pianure statunitensi e non fa meraviglia che mentre in America del Nord la biodiversità cresca con l’estensione vista la sostanziale uniformità dello spazio, in Italia sia invece guidata da caratteristiche locali (non troppo sorprendentemente l’Emilia è la regione con minore biodiversità e anche una delle più estese). I revisori della rivista scientifica consideravano però questa effettiva singolarità frutto di errore o comunque indicante una anomalia, visto che a livello planetario estensioni più grandi ospitano maggiore biodiversità. Perché considerare una ‘casa particolare’ e non il mondo intero ripugna?

Secondo indizio: Discorsi da autobus

Anche se (come quasi tutti d’altronde) ascolto con curiosità e interesse i discorsi che carpisco sui mezzi pubblici, non mi sognerei mai di intervenire di persona. Unica eccezione quello che mi è capitato più di un anno fa sul tram che dal mio Istituto mi portava verso casa: due studentesse universitarie di circa venti-venticinque anni parlavano tra di loro e una magnificava all’altra le qualità vacanziere di Tortoreto Lido.

Campeggio pulitissimo, spiaggia larga e bella, mare limpido, ottimo cibo e questa bellissima pista ciclabile lungomare che giunge fino ad Alba Adriatica. Poi conta che è a poco più di due ore di autostrada da Roma’.

Sia io che mia moglie amiamo molto l’Abruzzo (inoltre la sua famiglia è di quelle parti) e quindi ero contento di sentirne decantare le lodi, a questo punto l’altra ragazza chiede ‘Dove si trova Tortoreto Lido?’.

La prima ragazza tentenna ‘Non lo so di preciso, ma credo sia in Toscana’, a questo punto intervengo, l’idea di una studentessa universitaria che si muove come un sacco di patate, del tutto inconsapevole di dove stia andando mi ferisce (ho due figlie della stessa età) e sbotto:

Ma come in Toscana? Se hai appena detto che c’è una pista ciclabile che arriva ad Alba Adriatica, i nomi qualcosa vorranno dire, sei sul mare Adriatico che è a oriente della penisola, la Toscana è a occidente, sul Tirreno, l’altro mare, quello a ovest, Tortoreto è in Abruzzo’.

Le due ragazze (un pochino a ragione ammetto) mi osservano come si guarda un vecchio maniaco e la prima balbetta ‘Sa, io non sono molto ferrata in Geografia’.  Il pensiero che due ragazze colte, molto probabilmente sinceramente preoccupate dei destini dell’ambiente, non avessero la più pallida idea del loro ambiente reale, quello in cui si muovevano, mi gettava nello sconforto. Le pensavo aggirarsi per non-luoghi, del tutto intercambiabili, nessuna possibilità di intervento reale che deve necessariamente essere collocato nello spazio e nel tempo, solo generiche emozioni su poveri delfini impigliati nelle reti (in che mare, dove, quando e quanti non importa), solo astratte petizioni sulla quantità globale di anidride carbonica.

Terzo indizio: La statistica delle indicazioni stradali

Non ti preoccupare, una volta là chiedi e te lo sanno dire tutti’ questa era la frase con cui, prima dell’avvento dei navigatori automatici, l’amico che ti invitava a un pranzo o a una gita nei pressi di un paese appenninico ti rassicurava.

In effetti era proprio così: facendo la tara sulle distanze (spesso sottostimate dai locali) e considerando una certa oscurità delle indicazioni ‘..appena superato il cancello della casa di Fausto, gira a destra e sei arrivato’ (si vabbè ma chi è Fausto e soprattutto come riconosco la sua casa ?), la faccenda andava in porto.

Ora non è più così e lo scorso Marzo, dovendo individuare l’inizio di un sentiero (piuttosto frequentato) sui monti Simbruini appena sopra Subiaco, io e mia moglie ci siamo rivolti a delle persone anziane, ormai abituati da una lunga statistica al fatto che, approssimativamente nel 90% dei casi, gli abitanti al di sotto dei cinquanta anni di età, non sarebbero stati di alcun aiuto.

La concezione dello spazio sottesa a questa incapacità di fornire indicazioni è poverissima: un insieme di ‘svolta alla prima a destra alla rotonda’ e   ‘prosegui dritto per tre chilometri’ equiparante il territorio a un labirinto di quelli che si usano per i test comportamentali delle cavie di laboratorio, identico in qualsiasi parte del mondo, dove alzare gli occhi per scrutare luoghi sensati come la casa di Fausto o il monte Autore è completamente inutile.

Tendo a non credere ai complotti, ma sicuramente ci sono significativi indizi che l’appiattimento dei luoghi in un reticolo privo di senso di coordinate (e di conseguenza i suoi abitanti in pedine intercambiabili) sia piuttosto avanti.

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