La cultura dominante dei nostri tempi tende a convincerci della sostanziale inutilità della tradizione, ridotta al rango di folklore (nei casi migliori) o di bigottismo (nei casi peggiori). Questo comporta la fine di ogni evoluzione e progresso: così ogni generazione deve ricominciare da capo a prezzo di grandi dolori.

Il pensiero scientifico è forse l’ultimo pensiero tradizionale vitale (anche se in pericolo) in quella parte di mondo che, con una definizione che non apprezzo, chiamiamo Occidente.

Il carattere tradizionale della scienza è evidente dalla lettura di un qualsiasi articolo scientifico: le innovazioni proposte sono considerate accettabili se e solo se si integrano con le conoscenze pregresse. Ogni nuova teoria, o semplicemente una particolare osservazione, è accolta se riesce a dar conto del corpus di regolarità precedentemente stabilite. Gli articoli scientifici saranno quindi fitti di rimandi a risultati riportati in lavori di altri scienziati e i manuali di scienze (a differenza dei manuali di filosofia o delle antologie letterarie) non saranno ordinati per ‘autori’ (tranne rari riferimenti a scienziati famosi) ma per argomenti sviluppati progressivamente nell’alveo della tradizione.

Qualsiasi processo evolutivo si fonda sulla tradizione: una mutazione in un gene che codifichi per una proteina che non si integri efficacemente nel metabolismo della cellula non avrà futuro (l’organismo muore), solo le mutazioni che garantiscono l’efficace interazione del nuovo prodotto con le altre molecole interagenti con la ‘vecchia versione’ saranno accettate. Questo fenomeno è così pervasivo che in biochimica si predicono le interazioni tra proteine sulla base della loro evoluzione coordinata.

Tradizionali sono state le arti figurative fino circa alla metà dell’Ottocento: il criterio ‘integrativo’ era garantito dalla committenza (specialmente ecclesiastica) che vigilava sulla coerenza delle ‘innovazioni’ con la trasmissione della dottrina. Questo ha portato a una progressiva evoluzione degli stili dove le individualità d’eccezione (i grandi artisti), analogamente ai grandi scienziati, ‘trascinavano’ in avanti l’intero sentire artistico creando ciò che chiamiamo ‘stile’ e che per i posteri è l’immagine più essenziale dello spirito dell’epoca.

Le tradizioni possono morire per molte ragioni: la più diffusa è forse quella della frammentazione della committenza e la conseguente necessità per l’artista (scienziato) di ‘competere’ su base individuale con altri prestatori d’opera trovandosi quindi nella necessità di esaltare il (supposto) carattere ‘unico e irripetibile’ della sua arte e la conseguente ‘rottura con la tradizione’. Quando ciò accade assistiamo a una sorta di fuoco d’artificio di nuovi ‘stili’ che non rappresentano più ‘il senso comune di una società’ ma solo l’individualità dell’artista (e.g. i movimenti delle avanguardie novecentesche che si susseguivano nello spazio di pochi anni), in relativamente poco tempo, il fuoco di artificio si esaurisce lasciando il campo alla ripetizione del ‘già visto’ pescando qui e là nel magazzino.

Il processo che ho sommariamente descritto per l’arte comincia a essere avvertito nella scienza: due anni fa è apparso un articolo illuminante sui ‘Proceedings’ dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, dal titolo ‘La Scienza nell’epoca dei selfies’, che trattava l’argomento da un punto di vista inconsueto.

Gli autori immaginavano uno scienziato ‘ibernato’ nel 1915 che ritornasse in vita nel 1965 cercando di farsi un’idea della scienza dopo cinquanta anni. Il viaggiatore nel futuro troverebbe di certo molte difficoltà a comprendere ciò che lo circonda, molte scoperte di base hanno cambiato drasticamente (ma con continuità) il panorama. Ripetendo il gioco con un ricercatore ‘congelato’ nel 1965 che si trovi catapultato nel 2015 la situazione sarebbe molto diversa: anche se sicuramente ammirato dalle conseguenze applicative (computer velocissimi a costo molto basso, nuovi sistemi di comunicazione…) lo scienziato scongelato non avrebbe difficoltà a comprendere la scienza di cinquanta anni dopo che si fonda sugli stessi elementi di base che ha studiato ai suoi tempi.

Gli autori dell’articolo associano questo ‘blocco evolutivo’ della scienza di base al diffondersi dei ‘selfies’, cioè alla necessità di autopromozione dei singoli ricercatori che, nella necessità di competere con gli altri, ‘vendono’ prodotti simili ammantandoli del titolo di ‘novità rivoluzionaria’.

La cultura dominante dei nostri tempi tende a convincerci della sostanziale inutilità della tradizione (erroneamente descritta come fissità immutabile e relegata alla cucina o a popolazioni esaltate per la loro ‘diversità dall’Occidente’ ma sostanzialmente derubricate a figurina del presepio) ridotta al rango di folklore (nei casi migliori) o di bigottismo (nei casi peggiori). Questo comporta la fine di ogni evoluzione e progresso, ogni generazione deve ‘ricominciare da capo’ a prezzo di grandi dolori.

Lavorando all’interno di un pensiero tradizionale ancora vivo (anche se minacciato) mi trovo spesso di fronte a una sorta di linea di faglia tra me e (alcuni) miei colleghi: ultimamente in una discussine con un giovane collega straniero lo complimentavo per il fatto che avesse usato un vecchio (e molto semplice) metodo per risolvere un problema, lui la ha presa come una critica e si scusava di questo. Ho durato fatica a convincerlo del mio sincero apprezzamento….

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