Proponiamo un’intervista a Daniele Novara, pedagogista, autore, counselor e formatore, che nel 1989 ha fondato il Centro Psico Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di cui è tuttora direttore. L’intervista è stata curata da Tommaso D’Angelo della redazione di benecomune.net

«Si potrebbe dire che finché c’è conflitto c’è speranza. Questa conflittualità consente di vivere le relazioni come vitali e significative, e quindi rappresentare l’antidoto naturale alla distruttività umana…»

Che differenza c’è tra conflitto e violenza?

Una differenza enorme, ma vengono spesso usati indistintamente. Purtroppo, oggi esiste nell’immaginario più o meno comune un insieme di parole che tendono ad acquisire lo stesso significato: conflitto, litigio, guerra, violenza, bullismo, aggressività, prepotenza… appaiono termini connotati da un’unica matrice semantica, come se appartenessero concretamente alla stessa area di comportamenti e quindi, anche dagli addetti ai lavori, vengono spesso utilizzati con una libertà discrezionale che aumenta ulteriormente la confusione.

In particolar modo, è proprio il termine «conflitto» a essere utilizzato come contenitore generale, quasi rappresentasse il termine che racchiude tutti gli altri. Non funziona così: una cosa è la guerra, quella catastrofe che vediamo nelle immagini che arrivano dalle fonti mediatiche, e altro è la divergenza che si può avere con il vicino di casa perché il cane abbaia o con il figlio quattordicenne che alle undici di sera non ha ancora finito di studiare per l’interrogazione del giorno dopo. È importante favorire le distinzioni necessarie ed evitare lo snaturamento della parola conflitto restituendole i suoi legittimi significati.

Secondo le definizioni date da vari vocabolari italiani, i significati di «guerra» e «conflitto» appaiono sostanzialmente sovrapponibili. Se la guerra è una delle forme estreme di violenza è evidente che ci troviamo di fronte a una confusione semantica particolarmente accentuata senza tenere conto che, invece, esiste un territorio che appartiene alla violenza ed esiste un territorio di esperienza che appartiene al conflitto.

Nella violenza il danno si presenta come irreversibile, il problema viene identificato con la persona, pertanto, per eliminare il problema occorre eliminare la persona che lo causa. Il conflitto, inteso come contrasto e divergenza, avviene nell’area della competenza relazionale, non è una situazione irreversibile. Gli elementi critici della convivenza divengono parte integrante della relazione stessa, generativi dell’incontro e con la funzione di garantire all’interno dello scambio la necessaria propensione al cambiamento. Il conflitto rappresenta sempre un nuovo inizio, la guerra e la violenza solo distruzione.

Quali sono oggi le principali manifestazioni della violenza nella nostra società e come possiamo prevenirle attraverso la gestione del conflitto?

Ci troviamo in una società con la «miccia corta», basta un nulla per farci esplodere anche in situazioni che potrebbero essere gestite diversamente. La fragilità dilaga ed evitare il conflitto appare una scorciatoia sempre più impraticabile. La violenza e la guerra, anche nei casi dei grandi drammi famigliari che compaiono spesso sui giornali, paiono legati non tanto al tema dell’escalation, quanto all’incapacità emotiva di stare e di gestire le situazioni di tensione e conflittualità problematica.

Io sostengo invece che le buone relazioni consentono il conflitto, mentre le cattive relazioni lo impediscono e stabiliscono una specie di tranquillità cimiteriale dove non è possibile alcun disturbo reciproco o alcuna comunicazione discordante. Si potrebbe dire che finché c’è conflitto c’è speranza. Questa conflittualità consente di vivere le relazioni come vitali e significative, e quindi rappresentare l’antidoto naturale alla distruttività umana. Occorre però un processo di alfabetizzazione di lunga durata. Difficile accettare la crisi come occasione di crescita.

Nel mondo attuale, sempre più complesso, la capacità di stare nei conflitti – usando anche il termine so-stare nel conflitto come abbiamo utilizzato nell’ambito del nostro Istituto – appare una necessità quasi di sopravvivenza in una società in cui i cambiamenti implicano una tensione quasi frenetica nell’affrontare nuove situazioni, leggerle, capirle, decodificarle.

Quali azioni è necessario pianificare per acquisire come società una consapevolezza sulla possibilità di gestire i conflitti senza ricorrere alla violenza? 

Per arrivare alla società, occorre partire dal singolo. Con i miei collaboratori, anni fa ho condotto una ricerca sulla carenza e competenza conflittuale. Solo la seconda può garantire lo sviluppo di una società in cui si forma la consapevolezza che i conflitti possono essere gestiti bene senza ricorrere alla violenza.

Alcune indicazioni possono essere utili per una corretta gestione dei conflitti:

1) Distinguere la persona dal problema, in modo da evitare ogni forma di giudizio e di colpevolizzazione generalizzante, limitandosi a individuare i contenuti specifici del conflitto, restando sugli aspetti tangibili piuttosto che su componenti arbitrarie.

2) Aspettare il momento giusto, lasciando decantare emozioni negative, creando una distanza sufficiente per vedere il conflitto dall’alto piuttosto che dall’interno.

3) Cogliere le ragioni altrui, dando senso e comprensione a quello che sta succedendo, cogliendone i significati soggettivi e non solo quelli della propria parte.

4) Strutturare critiche costruttive, e in generale evitare un linguaggio giudicante, preferendo piuttosto una comunicazione che faciliti la comprensione del conflitto.

5) Cercare l’interesse comune piuttosto che la vittoria a ogni costo, superando la forma del muro contro muro, sapendo uscire dalla logica delle posizioni per entrare in quella dei vantaggi reciproci.

Oggi si parla molto della guerra, cosa pensa del ruolo dei media sotto un profilo educativo?

A febbraio 2022, lo scoppio della guerra tra Russa e Ucraina mi ha dato occasione per approfondire proprio questo tema e fornire indicazioni a genitori e insegnanti su come parlarne ai bambini. Mi preoccupava in particolar modo il costante «martellamento» da parte dei media. I bambini, soprattutto quelli piccoli, non possono essere lasciati soli davanti alla televisione senza filtri e protezioni. Non mi riferisco soltanto alla questione della guerra, ma a qualsiasi notizia in generale.

Ogni età ha i propri tempi e le proprie necessità. Nella prima infanzia, dal punto di vista neurocerebrale, i piccoli non sono in grado di elaborare certe notizie. Le immagini della guerra, per tenere questo esempio, rischiano di creare paura, angoscia e panico. I bambini a quell’età non hanno il senso della distanza che impedisce loro di comprendere quanto la guerra e i bombardamenti avvengano vicini o lontani da noi.

Solo nella seconda infanzia, dai nove-dieci anni, si può iniziare a parlare di alcune tematiche. Con preadolescenti e adolescenti le cose si fanno in qualche modo più semplici, ma la presenza adulta non deve mai mancare, soprattutto per quanto riguarda l’eventuale accesso ai siti porno che stanno diventando per i più giovani i sostituti dell’educazione sessuale.

In conclusione, credo che i media non si pongano più di tanto il pensiero di quanto possano essere educativi o meno. Del resto, i genitori non possono delegare questo compito pretendendo che certi argomenti vengano evitati sui giornali, alla televisione, alla radio o su internet. Sta a loro essere presenti, monitorare e accompagnare i bambini e i ragazzi. da parte sua, la società deve assumersi un compito prioritario di comunità educante per le nuove generazioni.

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