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La nonviolenza è apertura: all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di ogni essere vivente; Questa “educazione aperta” considera vicini al nostro pensiero anche i lontani; è perdono, aiutando a dimenticare il passato tormentoso; è fiducia nella possibilità che ogni essere faccia meglio e produca valori, oltre ogni ostacolo; è aggiunta al modo di vivere degli altri, senza chiedere o imporre; è mano tesa agli ultimi. Questo è il contrario della guerra. Il senso del nostro impegno.

C’è un punto di partenza, ineludibile. È stabilito in un pensiero forte di Gandhi: “La guerra è il più grande crimine contro l’umanità”. Gandhi condanna il ricorso alla guerra senza appello, e ci spiega il perché in un modo cristallino: “Si dice: i mezzi in fin dei conti sono mezzi. Ma io dico: i mezzi in fin dei conti sono tutto”. Tra mezzi e fini vi è la stessa inviolabile correlazione che c’è tra seme e albero. Un fine di giustizia, di libertà, di pace, si raggiungerà solo con mezzi compatibili con la giustizia, la libertà, la pace.

Noi abbiamo il controllo sui mezzi, non sul fine. Per questo i mezzi sono tutto: perché i mezzi che scegliamo prefigurano il fine che raggiungeremo. Se usi mezzi di distruzione, di morte, di guerra, come le armi, otterrai solo un fine di distruzione, di morte, di guerra.

Un altro punto decisivo del pensiero nonviolento gandhiano, è che ancor prima di fare il bene, siamo chiamati a non fare il male: La noncollaborazione col male è un dovere quanto lo è la collaborazione col bene”. Ed è qui la chiave della proposta educativa nonviolenta.

Per la nonviolenza organizzata il primo punto programmatico è sempre stato quello educativo. Quando Gandhi venne in Italia per alcuni giorni, nel 1931, ebbe un contatto con Maria Montessori. Egli intuì la grandezza del metodo Montessori e si fece dare tutto il materiale per studiare la proposta montessoriana e quando tornò in India la chiamò per pianificare la sua riforma scolastica.

Maria Montessori diceva: “facciamo la pace, un bambino alla volta”. Il suo metodo era chiaramente educativo nonviolento. C’è un grande investimento nel futuro, una fiducia nei bambini: questo il suo più importante insegnamento “educa un bambino e salverai il mondo”: è il motto delle scuole Montessori. Su questa stessa linea Gandhi dice: “cambia te stesso e cambierai il mondo”, quindi parti da te stesso, il primo cambiamento fallo su di te.

Perché ci richiamiamo sempre ai grandi Maestri del passato? Perché con la loro testimonianza sono persone che ci conquistano. Perché San Francesco piace a tutti: laici e atei? Perché aveva la forza della coerenza. Così per Gesù Cristo ed altri grandi profeti di pace. La loro forza è stata la coerenza e l’esempio personale: dimostrano che la nonviolenza funziona partendo da se stessi e poi contagia gli altri!

In Italia abbiamo una tradizione straordinaria del metodo nonviolento che si origina da San Francesco per poi arrivare fino ad Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lanza del Vasto, Don Lorenzo Milani, Alexander Langer ed ovviamente l’educatrice Maria Montessori.

La pace è un concetto positivo, costruttivo. Gandhi lo chiamava proprio così: “Programma costruttivo della pace”, che può essere espresso pienamente solo in condizioni di democrazia, dove è prevista la partecipazione, la cooperazione, dove ciascuno può esprimere la propria volontà, il proprio orientamento. Dove tutti hanno il diritto di parola. La pace è infatti un concetto corale.

Aldo Capitini, cercava di andare addirittura oltre la democrazia con il concetto di omnicrazia, cioè il potere di tutti. Ecco, solo con il potere di tutti si può esprimere pienamente il concetto di pace. Non un potere concentrato in poche mani, nel governo, che può invece anche guidare e comandare l’intervento armato, ma solo in un concetto di democrazia piena, di omnicrazia, si può sviluppare il concetto di cultura della pace.

Se in un Paese si crea una formula educativa di tipo nonviolento i risultati si vedono, come nelle scuole Montessoriane, anche a distanza di anni e di decenni: è facile che un bambino che si è formato a quella scuola sia un adulto più consapevole, che abbia un atteggiamento diverso con la realtà circostante.

L’obiettivo di questa educazione con il metodo della nonviolenza (fin da bambini con il gioco, la scoperta, la responsabilizzazione, la cooperazione) è arrivare alla persuasione (termine che usava Aldo Capitini nella sua filosofia della nonviolenza). Ma chi è, cosa fa, il persuaso? Usiamo le stesse parole di Capitini: “il persuaso è colui che attraverso l’apertura, ha tale saldezza che conosce il massimo possibile della sua vita presente”. Giuliano Pontara, il filosofo della nonviolenza, lo spiega così: “il persuaso è un «rivoluzionario aperto» e «permanente», perché la lotta nonviolenta per una società nonviolenta non ha mai sosta — e sembra proprio che debba ricominciare da zero. Ma non si scoraggia: è umile, conosce i suoi limiti, sa quello che può dare e per questo ha una grande fiducia in se stesso”.

Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento (e colui che ha attualizzato il pensiero nonviolento di Gandhi alla realtà e cultura occidentale) guarda all’educazione, che passa dalla scuola, come a un potente mezzo di trasformazione. L’educazione nonviolenta, o educazione aperta, innesca una rivoluzione profonda e strutturale della società; tende a ricreare il mondo su basi nuove, ponendo al centro la creatività dei fanciulli, che è sempre libera, aperta e gioiosa.

I fanciulli sono “i figli della festa”, sono “davanti, non dietro di noi”, portatori di un futuro che si realizzerà attraverso di loro. E qui Capitini, con Gandhi, introduce il concetto di educazione all’amore: Il fanciullo non fa una distinzione tra amore e amicizia; se gli dite: in me tu hai un amico sicuro; gli dite moltissimo ed egli lo apprezzerà profondamente, vorrà essere anche lui così, magari subito col cane. […] Sta nell’educatore mostrare (e in ciò confermare il fanciullo) che l’amicizia è interessamento alla situazione in cui l’altro si trova, attenzione agli altrui problemi, intervento a risolverli quando sia necessario. Il fanciullo deve al più presto assistere ed essere poi ammesso in gruppi deliberanti: se c’è da prendere una decisione importante in famiglia, nel vicinato, altrove, se c’è da fare un progetto, si attua il metodo della discussione”.

Il bambino, dunque, come soggetto protagonista della società costruttrice di pace. È questo il cuore della educazione nonviolenta che passa dal rifiuto della guerra.

Una definizione della nonviolenza, per me la più persuasiva, è quella che ha elaborato lo stesso Aldo Capitini: “La nonviolenza è apertura: all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di ogni essere vivente”; dove la novità è data dal termine “apertura”. E così si capisce bene il perché quella nonviolenta viene chiamata anche “Educazione aperta”. L’apertura “considera vicini al nostro pensiero anche i lontani; è perdono, aiutando a dimenticare il passato tormentoso; è fiducia nella possibilità che ogni essere faccia meglio e produca valori, oltre ogni ostacolo; è aggiunta al modo di vivere degli altri, senza chiedere o imporre; è mano tesa agli ultimi, agli infermi, ai pallidi, agli stroncati, ai miseri, ai pazzi, ai morti, a chi meno ha, a chi meno è, per fare che essi abbiano, che essi siano”.

Ecco, questo è il contrario della guerra. Il nostro impegno.

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