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Il rispetto di sé e dell’altro da sé sono alla base di una società attenta, inclusiva e solidale verso gli ultimi. La violenza e più specificatamente la violenza di genere è il sintomo di un disagio profondo, aggravato dalla pandemia che va contrastato con mezzi efficaci, azioni normative ma soprattutto educative e comunicative

Da diversi anni mi occupo di tematiche di genere prima come sindacalista e presidente di DORA – donne Valle d’Aosta ETS e oggi come Consigliera di Parità della Regione.

La violenza e in particolare la violenza di genere sono e devono essere oggetto di approfondimento e studio delle comunità educanti in senso lato. Infatti non solo la scuola ma le famiglie e in generale tutti e tutte coloro che ricoprono un ruolo educativo dovrebbero approfondire la tematica della violenza di genere e in particolare le radici culturali e sociali che ne sono generatrici, delle quali spesso non siamo assolutamente consapevoli.

Nelle diverse attività di formazione e progetti di cui mi sono occupata nelle istituzioni scolastiche della regione Valle d’Aosta è emersa una generale conoscenza del fenomeno della violenza sulle donne, una chiara coscienza delle diverse forme che può assumere la violenza (fisica, sessuale, psicologica, economica, sociale…) ed è trasversalmente riconosciuto il ruolo centrale di rappresentazioni che descrivono come inferiore il femminile.

È condivisa anche l’idea che il tema della violenza sulle donne vada trattato nel solco del più generale contrasto e prevenzione di ogni forma di violenza, per lo più puntando sul tema del rispetto dell’altro/a e della diversità. La violenza sulle donne è infine intesa come un problema culturale trasversale alla società.

In merito agli stereotipi culturali si fa riferimento ai media, ai giocattoli, ai libri di testo, alla mancanza di asili nido o di parità di condizioni nei congedi genitoriali, alle abitudini. Si ritiene spesso erroneamente che gli strati sociali più svantaggiati, educativamente ed economicamente, e certe appartenenze etnico-religiose, per esempio l’essere migranti musulmani, siano particolarmente esposti al fenomeno, diffusamente considerato come manifestazione di “ignoranza” e frutto di modelli culturali lesivi della dignità e della autonomia della donna. Anche l’alcool è considerato tra i fattori di rischio maggiori per il generarsi di violenza sulle donne.

Il cambiamento degli “immaginari”, dei comportamenti e della società in fatto di parità di genere è generalmente avvertito trasversalmente, ma la trasformazione è vista come processo in corso. Poco diffusa è solitamente la conoscenza di un linguaggio tecnico, parole come: ambito affettivo; spirale della violenza; colpevolizzazione della donna; violenza assistita; femminicidio, vengono citate raramente e non sempre avendone davvero chiaro il significato. A tal proposito è bene riflettere sul ruolo della comunicazione e dei media: il racconto dei femminicidi, della vita delle vittime e degli aggressori, lo scendere nei particolari delle modalità della morte, l’attenzione alimentata anche per mesi, non sempre è foriera di contenuti corretti che dovrebbero servire a generare prevenzione e cultura del rispetto.

Nel recente caso di Giulia Cecchettin, la giovane uccisa dall’ex fidanzato che ha suscitato emozione e mobilitazione in tutta Italia, abbiamo assistito a reazioni e prese di posizione contrastanti, di sdegno e rabbia da un alto, di difesa del modello culturale del patriarcato come ordine naturale delle cose dall’altro. La reazione sui social, i commenti di odio verso Elena, sorella di Giulia, le minacce emulative di diversi ragazzi alle fidanzatine “ti faccio fare la fine di Giulia”, sono emblematiche poi come la rappresentazione mediatica deve essere maggiormente attenta a non ottenere l’effetto contrario, ossia di mettere in discussione la stessa vittima e la condanna della violenza che ha subito.

Il dibattito pubblico sulla definizione e l’esistenza o meno del patriarcato ha avuto il solo scopo di trasformarsi in uno scontro tra alcuni movimenti politici e quelli femministi sollevando, a parer mio, polvere sulla reale entità del problema: un modello di società che propone ancora oggi la donna come oggetto da possedere.

La stessa impostazione delle campagne di comunicazione antiviolenza deve diventare prioritaria; oggi non è più sufficiente mostrare gli effetti della violenza sui corpi ma indagare a fondo e smascherare il sostrato culturale che in fondo “accettiamo”, a volte come atteggiamenti di “costume”, di “goliardia”, come “tradizioni” ma che non fanno che perpetuare il modello della “presunta inferiorità femminile”, della donna come oggetto da possedere e punire se non corrisponde al nostro volere e si ribella.

Nella campagnaGli uomini che cambiano” promossa dal mio ufficio in collaborazione con la Presidenza del Consiglio regionale e il Dipartimento politiche sociali dell’assessorato Sanità, salute e politiche sociali della Regione, ci siamo chiesti come poter arrivare prima del gesto estremo, prima che si entri nella spirale di violenza. Abbiamo voluto mettere in luce, svelare lo stereotipo presente in 4 brani musicali molto noti e filmare le reazioni degli ignari spettatori che venivano esposti ad un breve monologo recitato. I temi individuati tra le molteplici forme di violenza sono stati il catcalling, lo stupro, la violenza domestica e lo stalking.

Abbiamo scelto di mettere in evidenza contesti appartenenti alla normalità e di parlare prioritariamente alla popolazione maschile in quanto non deve essere messa in evidenza la colpevolizzazione ma collegare la consapevolezza e l’assunzione di responsabilità alla possibilità di scelta, cambiamento, agency.

il regista Davide Bongiovanni e l’attore Francesco Rizzuto, hanno in maniera molto efficace mostrato come gli uomini possono fare qualcosa contro la violenza e come i comportamenti violenti ci riguardino tutti e le loro radici sono profondamente intrinseche nella nostra quotidianità.

Giocarsi”, dal punto di vista educativo, il riconoscimento e lo scardinamento degli stereotipi di genere vuol dire mettere in discussione non solo i concetti ma lo stesso modello di riferimento non solo familiare ma collettivo, sociale e oggi anche virtuale in cui siamo costantemente immersi. E la stessa consapevolezza degli adulti di riferimento deve innanzitutto essere sostenuta.

E’ poco fruttuoso parlare del rispetto del corpo della donna a chi vede intorno a sé atteggiamenti sessisti nel linguaggio, nelle azioni, nella rappresentazione visiva che non vengono censurati (ad esempio in casa, a scuola, al bar, nei contesti sportivi o culturali frequentati, nei gruppi di pari e di adulti di riferimento, nelle trasmissioni televisive, nei contenuti on demand, nelle serie tv, su YouTube e TikTock, nelle chat ecc…).

Fare interventi in cui si trasmettono conoscenze può essere utile ma devono essere accompagnati da una seria educazione all’affettività e alla sessualità, libera da pregiudizi, che dia le fondamenta del rispetto di sé e dell’altra persona.

Il rapporto difficile della scuola con i genitori certamente non aiuta un’azione di tale portata e più l’età delle e degli studenti di alza più le famiglie delegano alla scuola e non partecipano, anche se sarebbe fortemente auspicabile invertire la tendenza.

A complicare ulteriormente le cose è la diffusione del “bullismo femminile” visto da più parti come interiorizzazione del modello prevaricatore maschile da parte di alcune ragazze e la visione della “relazione tossica” come modello accattivante da ricercare in cui la ragazza è sia protetta che dominata dal ragazzo “alfa”. Le canzoni, i videoclip e i social contribuiscono a diffondere questo modello che spesso sfocia in episodi di violenza anche molto gravi tra giovani e giovanissimi.

Emerge infine la necessità di inserire il tema della violenza contro le donne all’interno dello spettro più ampio delle violenze di genere, agite quindi anche contro le persone LGBTI+, ovvero lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuate e di ogni altra identità sessuale possibile.

Nella mia esperienza, le insegnanti sono le più consapevoli di rivestire un ruolo culturale ed educativo e della natura anche culturale del fenomeno, ma ritengono che le risposte adeguate a situazioni rilevate nel corso del loro operato non siano tutte nelle loro competenze, quanto piuttosto in quelle di altri professionisti (ad esempio psicologi), che andrebbero inseriti in una azione permanente e strutturale.

Mettere in campo azioni di prevenzione, di supporto educativo e individuare le strategie migliori per ottenere dei risultati è certamente complesso e comporta una sforzo collettivo non indifferente, il primo dei quali dovrebbe essere quello di decidere di andare nella stessa direzione anche culturale e di proposta di modelli di riferimento.

Il rispetto di sé e dell’altro da sé sono alla base di una società attenta, inclusiva e solidale verso gli ultimi. La violenza e più specificatamente la violenza di genere è il sintomo di un disagio profondo, aggravato dalla pandemia che va contrastato con mezzi efficaci, azioni normative ma soprattutto educative e comunicative.

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