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Sono anche io un “ratto”, uno di quelli dipinti dalla campagna di comunicazione avviata in Cantone Ticino (Svizzera) e che ha avuto tanta rilevanza anche sui media italiani. Anche io ogni giorno vado e torno dalla Svizzera come “frontaliere”. E anche a me, il fatto di essere equiparato ad un ratto che mangia a sbaffo provviste di formaggio non sue, di certo non fa piacere.

Si è gridato alla xenofobia, al razzismo. Però sono convinto che “liquidare” così la faccenda faccia perdere di vista le vere dinamiche sociali che vi sono alla base. E la capacità di governarle.

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La crisi economica si è fatta sentire, pesantemente, anche in Ticino. Molte imprese hanno chiuso o sono state “ristrutturate” con la conseguente perdita di posti di lavoro. Lo stesso settore bancario, storico baluardo del benessere locale, ha dovuto procedere a licenziamenti. Nel passato questo settore non solo assicurava entrate fiscali notevolissime, ma dava lavoro ad una grossa fetta di popolazione. Non era necessario essere guru della finanza per trovare un posto in banca, e magari fare anche una buona carriera, lautamente ripagata: ce n’era per tutti, visto che (inutile negarlo) il grosso del giro d’affari veniva dal vantaggio competitivo del segreto bancario.
Oggi questo vantaggio competitivo è dato per moribondo, non solo per lo scudo fiscale italiano (preso di mira dal ratto Giulio, che in mano ha uno scudo con tre monti come stemma), ma anche per la vicenda USA-UBS, per le pressioni dell’OCSE con l’inserimento della Svizzera nella lista dei paradisi fiscali, ecc.
Davanti ad una situazione del genere, come reagiremmo se fossimo noi nei panni del ticinese di cinquant’anni che si trova a spiegare ai propri figli che bisogna tirare la cinghia, perché è stato licenziato dalla banca in cui lavorava? Non saremmo terrorizzati per il futuro, frustrati perché ci rendiamo conto di non essere in grado, probabilmente, di assicurare alla nostra famiglia quel benessere di cui abbiamo goduto fino a pochi anni fa? E come reagiremmo alle notizie secondo cui il numero di lavoratori che vengono dalla vicina Italia è in aumento?
Da un recente sondaggio tra i cittadini del Cantone Ticino svolto da un quotidiano on-line è emerso che 1 intervistato su 2 segnala come problema principale che la politica deve affrontare quello del lavoro e della presenza dei frontalieri.
In un contesto del genere, chi afferma:
“Stiamo arrivando a quota 45.000 frontalieri, un quarto della forza lavoro in Ticino. Significa che tutti i ticinesi potrebbero lavorare, ma non possono farlo perché muratori, operai, camerieri, impiegati, infermieri, ricercatori, professori dalla vicina Italia, sottopagati e comunque ben contenti di portarsi a casa stipendi che al loro paesello nemmeno si sognano (adesso poi che l’euro è in caduta libera…) gli portano via il posto da sotto il naso.”
risulta essere particolarmente convincente. Il “colpevole” non è un astratto “modello di sviluppo”, con il suo prezzo da pagare, ma un gruppo sociale ben identificato, formato da persone in carne ed ossa, ben visibile nelle interminabili code di auto che alla mattina e alla sera attraversano i posti di frontiera. E questo senza nemmeno toccare questioni di razza: anche perché sarebbero difficilmente sostenibili, visto che il patrimonio genetico e culturale di chi sta al di qua e al di là della frontiera è lo stesso.
C’è da chiedersi: è proprio inevitabile che emergano questi fatti, che possono degenerare in pericolose tensioni sociali? In parte, credo di sì: le differenze economiche generano attriti, ma sono ineliminabili. Però c’è anche modo per ridurne la portata.
Come? Innanzitutto riconoscendo che la convivenza è strutturalmente difficile e non può essere data per scontata sotto la minaccia di accuse di razzismo.
In secondo luogo, ponendo in essere tutte quelle azioni che possono facilitare la convivenza, anche quelle più marginali. Nel caso specifico, per fare un esempio, sarebbe utile che enti pubblici svizzeri ed italiani si impegnassero con maggior decisione sullo sviluppo di un modello di mobilità transfrontaliera più sostenibile, riducendo, così, gli effetti negativi in termini di traffico, inquinamento e percezione da parte dei cittadini degli spostamenti giornalieri di 45’000 frontalieri (alcune importanti iniziative sono già state realizzate, ma il problema è ancora lontano da una soluzione soddisfacente).
Infine, un ruolo importante lo possono avere gli “uomini di buona volontà”. Andando al di là del semplice “politically correct”, dovrebbero essere convinti e convincenti nel trasmettere messaggi più vicini alla realtà, ben consapevoli che rivolgersi alla “testa” invece che alla “pancia” delle persone paga decisamente meno in termini di consenso. Dovranno, anche, essere ben consapevoli che per “farsi capire” occorre prima di tutto “capire”, a cominciare dal punto di vista di chi ascolta. In questo, la supponenza di credere che si tratti di “beceri fenomeni di razzismo” rischia di essere controproducente.
Capire il punto di vista delle persone è più facile a dirsi che a farsi, ma è anche l’unico modo per evitare di apparire “distanti dalla gente”.
Fa sorridere (ma anche riflettere) come fino a qualche anno fa, la Lega “nostrana” fosse indicata come movimento xenofobo e razzista, mentre oggi, da destra a sinistra, la si indica come il partito che sa meglio tenere il contatto con il territorio, con la base, con la gente. Perché gli altri partiti sembrano essere in difficoltà su questo fronte?
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