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Il Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis compie cinquant’anni. Per l’occasione il 28 e 29 febbraio prossimi, si svolgerà un Convegno internazionale dal titolo “L’uomo, via di Cristo e della Chiesa. Cinquant’anni del Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis.

Con particolare riferimento alla moderna dottrina sociale della Chiesa, il 2007 è stato un anno particolarmente significativo. Abbiamo celebrato i quarant’anni della lettera enciclica di Paolo VI Populorum progressio (1967) e i vent’anni dell’enciclica di Giovanni Paolo II Sollicitudo rei socialis (1987). Le tematiche affrontate da papa Montini nella Populorum progressio saranno riprese ed ampliate da Papa Wojtyla nella Sollicitudo rei socialis, il quale le svilupperà ulteriormente e, in un certo senso, le riordinerà nell’enciclica Centesimus annus del 1991, alla luce delle “cose nuove” che hanno rivoluzionato la geografia politica europea e l’esistenza di milioni di persone in tutto il mondo.

Tra la fine della seconda guerra mondiale e il Concilio Vaticano II (1946-1967), l’Europa aveva già sperimentato un incredibile sviluppo economico che andò sotto il nome enfatico di “miracolo economico”. Le cause di tale miracolo andrebbero ricercate nella capacità dei governanti di combinare le istituzioni democratiche: stato di diritto, libere elezioni e separazione dei poteri, con gli istituti classici dell’economia di mercato: libera impresa, sistema competitivo e leggi antitrust. È probabile che la Germania sia stato il paese in cui tale combinazione ha dato i maggiori risultati, al punto che da quell’esperienza sono emerse una serie di teorie economiche che per alcuni avrebbero potuto rappresentare l’alternativa tanto al socialismo quanto al liberismo manchesteriano. Il riferimento è alla cosiddetta “economia sociale di mercato”, ispirata da quella particolare versione del liberalismo continentale, nota come Ordoliberalismus.

Tuttavia, durante il Vaticano II l’attenzione dei Padri conciliari si rivolse soprattutto alla situazione di quei paesi le cui economie si mostravano stagnanti, depresse e bisognose di aiuto. Su questo problema Paolo VI focalizzò la sua attenzione nell’enciclica Populorum progressio (26 marzo 1967), il cui merito fu innanzitutto quello di aver individuato un nuovo modo di affrontare i problemi sociali, comprendendo la necessità di comunicare concretamente e direttamente a tutti gli uomini del mondo. In secondo luogo, il Pontefice pose il problema dello sviluppo nei termini di un problema universale che riguarda tutti gli uomini e tutte le nazioni della terra.

Gli storici concorderebbero sul fatto che la redazione dell’enciclica fu particolarmente lunga e curata. Fin dal 1963 Paolo VI avrebbe avviato la raccolta di materiali di vario genere entro un dossier che aveva intitolato “Sullo sviluppo economico, sociale, morale. Materiale di studio per un’enciclica sui principi morali dello sviluppo umano”. Nel 1964 fu preparato un primo testo, a cui seguirono sette redazioni diverse fino all’approvazione finale avvenuta il 20 febbraio del 1967.

Affinché l’enciclica possa essere compresa nel modo più autentico, riteniamo sia necessario considerare alcuni elementi di contesto. In primo luogo il processo di decolonizzazione che in quegli anni poteva in gran parte dirsi compiuto, sebbene all’indipendenza politica non sempre seguisse quella economica. In secondo luogo, sotto il profilo squisitamente economico, l’enciclica si poneva criticamente nei confronti di una visione eccessivamente ottimistica del mercato concorrenziale, in quanto strumento in grado di redistribuire efficacemente le risorse scarse. Piuttosto che evidenziare i possibili aspetti positivi del libero scambio, Paolo VI porrà l’accento sulle difficoltà che i meccanismi di mercato incontrano nel processo distributivo e, di conseguenza, verranno sottolineati i limiti del mercato nel ridurre gli squilibri iniziali.

Il punto di vista dell’enciclica in ambito economico rifletteva un dibattito molto diffuso all’epoca. Sul banco degli imputati era posto il divario tecnologico esistente tra paesi sviluppati e paesi non ancora sviluppati. Tale disuguaglianza iniziale avrebbe pregiudicato ogni possibile sviluppo per i paesi più poveri, in quanto il volume delle esportazioni non sarebbe stato in grado di finanziare le importazioni e, di conseguenza, il finanziamento dei piani di sviluppo interno. Ecco, dunque, la logica conseguenza lucidamente esposta dall’enciclica: i meccanismi del mercato andrebbero corretti attraverso l’azione politica internazionale, volta a ridurre gli squilibri iniziali. Solo in questo caso i processi tipici del mercato concorrenziale avrebbero potuto dar vita ad un circolo virtuoso e favorito lo sviluppo economico dei paesi più poveri

Secondo l’autorevole opinione del Card. Pavan, la chiave di lettura dell’enciclica andrebbe ricercata verso la fine del documento, negli ultimi numeri dove si afferma: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Un altro illustre studioso di Dottrina Sociale della Chiesa, il professor Mario Toso, ritiene che tale celebre dichiarazione di Paolo VI svelerebbe immediatamente come l’insegnamento di Papa Montini in materia sociale fosse in stretta continuità con quello di Giovanni XXIII, ed in particolar modo con l’enciclica Pacem in terris. In questo documento, Giovanni XXIII concepisce la pace come un processo al quale ci si approssimerebbe per gradi, il frutto prezioso dell’organizzazione di un “tranquillitas ordinis”, nonché il prodotto dello sviluppo ordinato ed orientato al rispetto della dignità di ciascuna persona. Un ordine globale, dunque, per la realizzazione del quale si richiede il contributo delle organizzazioni e dei popoli a livello mondiale. Di conseguenza, sulla scia del suo predecessore, Paolo VI, si sarebbe interrogato sulle ragioni e le cause dello sviluppo, conservando e maturando l’idea che lo sviluppo, perché sia rilevante dal punto di vista della Chiesa cattolica, è necessario che sia pluridimensionale, ovvero, che interessi oltre alla sfera economica, anche quella politica e quella etico-culturale. In definitiva, lo sviluppo economico, per la Dottrina Sociale della Chiesa, sarebbe parte (rilevante) di una prospettiva antropologica più ampia della mera contabilità – in termini monetari – della ricchezza prodotta, tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale. Per questa ragione, per una sua adeguata comprensione necessiteremmo di criteri di giudizio aggiuntivi rispetto a quelli forniti dalla scienza economica, criteri che investono il pieno sviluppo della personalità umana. Di qui una nozione di interdipendenza globale tra persone e popoli che rivela una prospettiva tutt’altro che pessimistica nei confronti dei moderni processi di globalizzazione, sia sul piano economico, sia su quello politico ed etico-culturale.

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