“Tutta questa sofferenza non sarà servita a nulla se non costruiremo tutti insieme una società più giusta, più equa, più cristiana, non di nome, ma di fatto, una realtà che ci porti a una condotta cristiana. Se non lavoreremo per porre fine alla pandemia della povertà nel mondo, alla pandemia della povertà nel Paese di ognuno di noi, nella città dove vive ognuno di noi, questo tempo sarà stato invano” (Papa Francesco, video messaggio in occasione della veglia di Pentecoste, 30 maggio 2020)

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. (…) In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita” (Papa Francesco, Meditazione in occasione della preghiera in tempo di pandemia del 27 marzo).

Ho scelto di iniziare il mio editoriale richiamando un passaggio significativo della meditazione che il Santo Padre ha tenuto lo scorso 27 marzo, in occasione del momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia da Lui presieduto e voluto fortemente. Davanti ad una Piazza San Pietro vuota, Francesco, solo e sotto la pioggia, ha invitato tutti i fedeli del mondo ad unirsi a lui nella preghiera, invocando la fine della pandemia e impartendo la benedizione ‘Urbi et Orbi’ con l’indulgenza plenaria. Una preghiera che rimarrà impressa nelle nostre menti e nel nostro cuore e che ci ha invitato a uscire dal nostro isolamento, a superare le nostre paure, a risvegliare e ad attivare la solidarietà, la nostra fede nel Signore morto e risorto per noi.

E ancora, nel video messaggio in occasione della veglia di Pentecoste dello scorso 30 maggio il papa ha avvertito che quando usciremo da questa pandemia non si potrà continuare a fare ciò che si stava facendo prima perché “tutto sarà diverso”. “Tutta questa sofferenza – ha afferrato il Papa – non sarà servita a nulla se non costruiremo tutti insieme una società più giusta, più equa, più cristiana, non di nome, ma di fatto, una realtà che ci porti a una condotta cristiana. Se non lavoreremo per porre fine alla pandemia della povertà nel mondo, alla pandemia della povertà nel Paese di ognuno di noi, nella città dove vive ognuno di noi, questo tempo sarà stato invano”.

Queste parole del Papa ci aiutano a focalizzare il messaggio di fondo che intendiamo sviluppare e che ha indirizzato la scelta di dedicare il nostro focus al dopo Covid-19. Dopo tutte queste morti, dopo tutta questa sofferenza, in un cotesto sociale ed economico che vede e vedrà aumentate ancora le disuguaglianze, saremo capaci di un nuovo inizio? Saremo capaci di costruire una società più giusta ed equa? Saremo finalmente in grado di combattere con forza la pandemia della povertà? Questa è la sfida che abbiamo di fronte e che interpella tutti.

Gaël Giraud (nella foto) – padre gesuita ed importante economista (fa parte del Centro di Economia della Sorbona ed è chief economist della Agence Française de Développement) – in un illuminate articolo apparso su La Civiltà Cattolica nei primi giorni di aprile ci aiuta, con grande lucidità, ad analizzare la situazione indicando un orizzonte di azione globale: «è impossibile mantenere la finzione antropologica dell’individualismo implicita nell’economia neoliberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da quarant’anni: l’esternalità negativa indotta dal virus sfida radicalmente l’idea di un sistema complesso modellato sul volontarismo degli imprenditori “atomizzati”». La salute di tutti infatti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo connessi in una relazione di interdipendenza. Giraud ci ricorda che la salute è un bene comune globale e che va gestita come tale. Ma oltre alla salute, anche l’ambiente, l’istruzione, la cultura, la biodiversità sono beni comuni globali. «Dobbiamo immaginare – conclude il padre gesuita – istituzioni che ci permettano di valorizzarli, di riconoscere le nostre interdipendenze e rendere resilienti le nostre società».

La pandemia che sta interessando il mondo chiede a tutti, dalle singole persone agli stati nazionali e alla nostra Europa, un modo diverso di pensare i rapporti con un’attenzione alle conseguenze delle scelte: in questa prospettiva il principio di precauzione dovrebbe diventare il criterio di fondo per orientare le scelte politiche ed economiche. Senza dubbio l’economia va cambiata secondo alcuni criteri più legati alla tutela dell’ambiente. E questo, se ce n’era ancora bisogno, ce lo ha confermato anche la diffusione di questa pandemia che ha avuto una maggiore ampiezza in territori con un maggiore tasso di inquinamento.

Un recente studio dell’università di Harvard, pubblicato sul New England Journal of Medicine e riferito agli Stati Uniti, ha messo in relazione l’inquinamento e il Coronavirus giungendo a conclusioni piuttosto preoccupanti: la mortalità legata al Covid-19 è superiore del 15% se la popolazione è esposta, sul lungo termine, all’aumento di 1 ug/m3 della concentrazione atmosferica di PM2.5. Venendo invece all’Italia, un Position paper pubblicato nel mese di aprile scorso dalla Società italiana di medicina ambientale e da un gruppo di studiosi delle università di Bari e Bologna sostiene che i focolai particolarmente intensi della pianura padana siano stati facilitati dalle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico che oltre all’azione di boost, quindi amplificatore degli effetti sul polmone dei malati, sarebbe in grado di esercitare anche un effetto di carrier, facendo da veicolo per la diffusione del virus.

Le Acli, in questo periodo così complesso, si sono attivate dando risposte attraverso la realizzazione di numerose iniziative territoriali rivolte ai cittadini (non solo “a distanza”) e garantendo una operatività dei loro servizi. Non sono mancati momenti di approfondimento e discussione sull’impatto del Covid-19. Senza dimenticare le risposte che l’esperienza religiosa può dare in questa situazione. Insomma, ci siamo sentiti ed abbiamo cercato di essere “vicini a distanza”. Anche Benecomune.net vuole fare la sua parte.

Il nostro focus ha cercato di rispondere ad alcune questioni: il Covid-19 quali ripercussione sta avendo sul piano psicologico? In che modo sta cambiando e cambierà la vita delle persone, il loro modo di relazionarsi? Vi sono solo ripercussioni negative sul piano economico o si possono aprire nuove opportunità economiche e lavorative? Il Covid-19 può rappresentare un nuovo inizio sul piano politico ed economico? In che termini? Il Covid-19 ha riproposto l’urgenza di affrontare la questione ambientale. Quali strade vanno percorse con urgenza? Ed ancora: il Covid-19 ha mostrato l’importanza della Sanità Pubblica. Quali scelte realizzare per migliorarla in termini di efficienza ed efficacia?

In sintesi, vogliamo dare un contributo al dibattito in atto e soprattutto vogliamo sottolineare la possibilità, la necessità e tutta l’urgenza di costruire tutti insieme un nuovo inizio per la famiglia umana.

Per Leonardo Becchetti (Docente di Economia Università Tor Vergata e direttore di Benecomune.net) afferma che “il Coronavirus ci ha sorpreso ma d’ora in poi cambierà le aspettative e influenzerà in questo modo le scelte dei cittadini, delle imprese e dei governi. La parola chiave per la ripresa, che deve essere riferimento per tutte le scelte e strategie è quella di “ripresa resiliente” o “generatività resiliente e trasformativa”. Non si tratta di filosofia astratta da di realizzare scelte ed azioni concrete…”. 

Raffaele Lomonaco (Docente di Economia Politica – Università Lateranese, esperto di Terzo settore) osserva: “il settore delle organizzazioni non profit, che costituisce una grande risorsa per il nostro Paese con circa 340.000 organizzazioni e 5.500.000 circa di volontari, di fronte all’emergenza COVID -19 si trova in una situazione di totale assenza di coordinamento con la pubblica amministrazione. (…) Tale immenso potenziale umano e organizzativo, essenziale nelle politiche sociali del Paese, rischia una dispersione organizzativa e necessita, in questa fase, di un concreto contributo economico”. 

Secondo Francesco Valerio Tommasi  (Ricercatore di Storia della Filosofa – Università la Sapienza) “si può pensare il rapporto con Dio a partire dalla vita? Dio è inchiodato al mondo. Si è compromesso in modo indissolubile con il mondo. Tuttavia, non si riduce ad esso, anzi, ne è infinitamente diverso. Dio è infatti principio vivificante e strutturante, sorgentedel mondo…”

Per Elisabetta Dandini ed Ilaria Ripi (Psicologhe, esperte di psicanalisi relazionale) “è importante, ora più che mai, dare cittadinanza a ogni singolo modo di vivere questa difficile situazione: pur nella condivisione di una sorte comune, esistono infiniti modi di sentire, tutti ugualmente degni di esistere. Riconoscere i propri vissuti, non vergognarsene e non negarli, permette di accedere a una profondità ricca di risposte inaspettate. Potervi attingere, poter contare su una “soggettività alleata”, ci pone in modo meno spaventato di fronte al nuovo. Se sapremo andare incontro a questo nuovo con apertura e genuina curiosità, riusciremo a creare quel silenzio pronto ad accogliere nuove sofferenze ma anche l’emergere di nuove risorse”.  

Giuseppe Laganà (Psicologo che collabora con la Caritas Italiana) dover aver ricordato come “i valori della fraternità, della solidarietà, dell’amicizia, danno sapore alla vita, consentono di dare concretezza” alle relazioni sottolinea come – in un periodo particolare come questo – “impegnarsi nelle relazioni d’aiuto, in qualsiasi ruolo e funzione, professionista o meno, significa innanzitutto considerarsi uomo ferito che, si spera, abbia “guardato” le ferite che ha dentro, facendosene carico per poter prendersi cura delle ferite dell’altro. Non si può improvvisare nulla e non si tratta soltanto di imparare tecniche di aiuto”

Anche i dirigenti e gli esperti delle Acli hanno contribuito al presente Focus.

Gianluca Budano (Segretario di Presidenza delle Acli nazionali – Delegato alle Politiche della salute, della famiglia, della non autosufficienza, Politiche di contrasto alla povertà educativa e minori) richiamando lo Smart report che percorre la storia degli ultimi dieci anni del nostro Sistema Sanitario Nazionale, osserva: “La tesi dell’indagine, è che il territorio potrebbe diventare una trappola per i cittadini se non provvisto dei servizi necessari ad affrontare le emergenze. La possibilità che il Coronavirus colpisca con forza anche le Regioni deboli sotto il profilo dell’assistenza territoriale ci preoccupa. La saturazione degli ospedali del Nord ha determinato l’impossibilità di accogliere nuovi malati da fuori Regione, impedendo qualunque forma di compensazione sanitaria sia quella tradizionale Sud-Nord sia quella frontaliera che quella intraregionale. In sintesi la pandemia in atto ha reso chiaro che senza un territorio ben attrezzato la libertà di cura è messa seriamente a rischio…”.

Secondo Erica Mastrociani (Segretaria di Presidenza delle Acli nazionali – Delegata alla Formazione associativa e aziendale, Scuola e area educational, Politiche culturali) “per quanto criticabile e migliorabile, il nostro sistema scolastico rappresenta uno dei pilastri fondanti della nostra democrazia che si basa sulla responsabilità, la partecipazione, la formazione di una coscienza sociale e politica. Il sistema formativo è uno spazio ineludibile e imprescindibile che dobbiamo tutelare e curare, proprio perché è un bene di tutti a cui nessuno può sottrarsi. Da questi presupposti dobbiamo ripartire per costruire assieme una nuova alleanza, una nuova intesa che rappresenti la base per una ripartenza e rigenerazione”.

Per Paolo Petracca (Presidenza nazionale Acli – Delegato allo Sviluppo associativo, Cura del territorio, Coordinamento associazioni specifiche e professionali, Gestione e riforma del tesseramento)in un contesto come quello attuale occorrerà combattere la disillusione, la diffidenza e l’incertezza che di fatto rendono difficile ogni ripartenza. Saremo chiamati ad affinare le nostre capacità di ascolto e cogliere il bisogno di un clima più positivo, dove sia possibile ricostruire quel bene intangibile ma così prezioso che è la fiducia; ad accogliere la domanda crescente di un diverso modo di stare insieme…”.

Secondo Agnese Ranghelli (Responsabile nazionale del Coordinamento donne Acli e Delegata alle Pari opportunità, alle politiche di conciliazione vita-lavoro e alle politiche di genere) “in un periodo di lockdown come l’attuale rischia di passare inosservata la condizione di tante donne impegnate in ininterrotte attività di produzione e riproduzione sociale. Vogliamo che le donne siano ascoltate e che le loro istanze vengano considerate e tutelate, dal momento che anche nel post pandemia saranno le più esposte al rischio di perdere il lavoro, in modo da evitare che il peso della crisi si scarichi unicamente su di loro”.

Secondo Daniele Rocchetti (Delegato nazionale Acli alla Vita cristiana) due sono “gli elementi decisivi per ricominciare: la condivisione solidale, necessaria per venirne fuori; e l’esercizio di una responsabilità personale. A ciascuno di noi è chiesto di far propria la lezione di questi ultimi mesi: sentirsi parte di una comunità di destino planetaria, più grande del perimetro nazionale. (…) Per questo servono nuovi paradigmi che ci portino ad accettare la complessità del mondo”.

Per Antonio Russo (Segretario di Presidenza delle Acli nazionali – Delegato alle Politiche dell’immigrazione e dell’integrazione, del contrasto alle mafie e di educazione alla legalità e politiche del consumerismo) e Cristina Morga (Dipartimento Immigrazione Acli nazionali) “servono misure strutturali all’interno di un quadro integrato di politiche d’accoglienza e di integrazione. Per contrastare l’irregolarità e le conseguenti distorsioni sociali, economiche e di sicurezza che tale fenomeno comporta sono utili soluzioni a lungo termine, pragmatiche e più coraggiose. Andrà tutto bene se andrà bene per tutti”, italiani o immigrati che siano…”.

Secondo Federica Volpi (Ricercatrice IREF) “la direzione dello sviluppo – come la tragedia del virus si è incaricata di dimostrare – è tutt’altro che una speculazione teorica e astratta, ma una questione concreta e impattante sulla vita di ciascuno. Se saranno i centri del potere economico a decidere e la logica del profitto a prevalere (anche a livello internazionale) o se si muoverà verso configurazioni nuove e diverse mettendo precisi driver alla guida non è questione per addetti ai lavori ma un dato di vita reale che riguarda tutti”.

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