Per quanto criticabile e migliorabile, il nostro sistema scolastico rappresenta uno dei pilastri fondanti della nostra democrazia che si basa sulla responsabilità, la partecipazione, la formazione di una coscienza sociale e politica. Il sistema formativo è uno spazio ineludibile e imprescindibile che dobbiamo tutelare e curare, proprio perché è un bene di tutti a cui nessuno può sottrarsi. Da questi presupposti dobbiamo ripartire per costruire assieme una nuova alleanza, una nuova intesa che rappresenti la base per una ripartenza e rigenerazione

Ogni relazione si fonda su un patto, esplicito o implicito, che sostanzia i rapporti umani rafforzando la fiducia che è l’unico collante significativo che tiene unite le persone in una condizione di armonia. La parola patto deriva dal latino pactum, derivazione di pacisci, cioè patteggiare, che ha la stessa radice di pax pacis, cioè pace. I patti, quindi, sono accordi, con regole condivise, che servono a mantenere la pace, a garantire la tenuta delle relazioni, a preservare da possibili situazioni di conflitto. I sinonimi di patto sono: accordo, convenzione, trattato, trattativa, intesa, alleanza, contratto, concordato, negoziato; tutte parole che concorrono a costruire relazioni fiduciarie sia a livello personale che sociale. Le parole contrarie invece sono: contrasto, disaccordo, divergenza, controversia che evidenziano l’esistenza di un conflitto, di una guerra, di una rottura.

Dentro i patti fiduciari irrompe il tradimento, sostantivo maschile che deriva dal latino di tradire ed esprime l’atto e il fatto di venire meno a un dovere o a un impegno morale o giuridico di fedeltà e di lealtà. In particolare il verbo tradire, derivante dal latino tradĕre che significa consegnare e consegnare al nemico nello specifico, viene usato nel Vangelo di Luca (22,48) quando parla della consegna di Gesù da parte di Giuda. Il tradimento è comunque sempre un atto, un’azione che muta l’andamento e il senso dei rapporti fra le persone, spezza vincoli e patti, delude fiducia e aspettative, rinnega appartenenze. Il tradimento è per sua natura relazionale perché presuppone il rapporto con l’altro: persona, gruppo, istituzione, patria o stato che sia (…) tutte le possibili forme del tradire comportano una ridefinizione dei rapporti (1).

Oggi viviamo un tempo straordinario che si è insinuato con forza drammatica dentro la nostra quotidianità trasformando velocemente tutto ciò che ci è sempre apparso normale, consueto, abitudinario. Quando mai avremmo potuto immaginarlo? Costretti in casa; obbligati a fare la fila per la spesa! Le scuole chiuse per la prima volta nella storia della repubblica. Eppure è accaduto: inaspettatamente. Di fronte all’eccezionalità abbiamo cercato di dare un significato allo smarrimento. Forse parlare di tradimento è un po’ forte: ma del resto, come per il tradimento, la rottura prodotta da questa situazione ha inciso sul patto fiduciario verso il consueto (uscire, vivere, andare a scuola, al lavoro) per immergerci dentro una rivisitazione sostanziale del nostro stile di vita. Il corona virus ha agito come un tradimento sociale mettendo in discussione il nostro mondo.

Come abbiamo reagito? Tentando di dare un senso; e in queste settimane abbiamo cercato di recepire le nuove e progressive regole imposte dalla quarantena provando a ristrutturare in maniera rapida abitudini e stili di vita. Ma i bambini, come l’hanno capito questo tempo sospeso? Come glielo abbiamo spiegarlo? Come li abbiamo aiutati a vivere bene, a dare un senso a questo loro tempo chiuso, senza più contatti, uscite, gite, giornate a scuola assieme ai compagni, gli insegnanti, niente più sport e festa di compleanno? E come sono riuscite le famiglie a collocare il tempo della scuola e dei compiti in una quotidianità compressa dentro le stanze delle case? Come le nostre scuole hanno cercato di far fronte ad una situazione così inedita?

Va detto che il ministero, ma anche le Regioni hanno cercato da subito di fornire agli insegnati sussidi e strumenti per poter intervenire e quindi cominciare a svolgere almeno parte della funzione scolastica in remoto (2). Molte scuole, ma non tutte, hanno attinto a fondi per fornire gli allievi e gli insegnanti di strumenti per avviare i percorsi di didattica a distanza riprendendo le lezioni quotidiane in un tempo ragionevole. Ma per molte cose fatte, molte altre sono apparse insufficienti ed inadeguate. Diverse scuole hanno ripreso le attività didattiche con molto ritardo, sviluppando nelle famiglie un senso di abbandono e solitudine nella gestione del tempo dei loro bambini/ragazzi. Pensiamo alle famiglie più fragili, a quelle che non dispongono di mezzi e risorse per gestire la quotidianità dei propri ragazzi; o a quelle dove esistono conflittualità e tensioni. Ed ancora ai bambini e ragazzi con disabilità o bisogni educativi speciali: in tutti questi casi la forbice, che non è solo sul piano dell’apprendimento ma coinvolge ogni ambito del vivere sociale, rischia di diventare sempre più grossa.

Come si sono attrezzati gli insegnanti? Molti si sono armati di buona volontà convinti della necessità di continuare a mantenere un filo nella relazione che significa sempre, ma in particolare in questo momento di allontanamento, fiducia, speranza condivisione. Però non possiamo sorvolare sul fatto che abbiamo una classe docente tra le più anziane d’Europa (3): come questo ha pesato sulla gestione dell’emergenza? Specifico che non credo sia la questione anagrafica ad incidere sulla qualità di un insegnante: ma certo è più probabile che almeno ad una parte del corpo docente manchino competenze informatiche adeguate per far fronte alla richiesta di una didattica a distanza che non è certo paragonabile al modo di “fare lezione” in presenza.

Ma la cosa principale che si evidenzia è quella di una sostanziale modifica dei patti consueti tra famiglia e scuola e tra insegnati e ragazzi: di fronte a questo scenario modificato cosa è necessario fare? Come tutto questo inciderà sul senso di fare scuola oggi e domani? Queste, sono le domande che si agitano e animano le discussioni e le riflessioni tra gli addetti ai lavori ma soprattutto tra le tante famiglie che devono fare i conti con la didattica, parola e pratica che è diventata parte integrante della vita famigliare obbligando madri e padri a svolgere ruoli che prima appartenevano agli insegnanti.

Sono domande che, per quanto impellenti, ad oggi non possono né devono trovare risposte semplici o riduttive. La scuola ha una storia pesante ma è proprio questa che la rende solida e sicura. Il patto fiduciario tra scuola e famiglie necessita di essere rapidamente ripristinato perché anche le istituzioni, per essere credibili, hanno necessità di godere della fiducia di chi le vive. Non sarà forse più il modello dei decreti delegati a sopravvivere a questo tsunami culturale. La partecipazione dei genitori, della comunità e delle istituzioni nella e per la scuola dovranno trovare modi diversi, in parte antichi e in parte nuovi, di realizzarsi e di ritessersi. Perché non dobbiamo dimenticare che, per quanto criticabile, per quanto migliorabile, il nostro sistema scolastico rappresenta uno dei pilastri fondanti della nostra democrazia che si basa sulla responsabilità, la partecipazione, la formazione di una coscienza sociale e politica. Il sistema formativo nel suo insieme è uno spazio ineludibile e imprescindibile che dobbiamo tutelare e curare, proprio perché è un bene di tutti a cui nessuno può sottrarsi. Da questi presupposti dobbiamo ripartire per costruire assieme una nuova alleanza, una nuova intesa che rappresenti la base per una ripartenza e rigenerazione.

 

Note

(1) Turnaturi Gabriella, Tradimenti: l’imprevedibilità nelle relazioni umane, Feltrinelli. Milano 2000.

(2) Vedi nel sito del Miur in particolare nella sezione approfondimenti

(3) La categoria degli insegnanti continua ad invecchiare: in media hanno 51 anni e due mesi. Dopo il computo della Ragioneria dello Stato, che attraverso il Conto annuale ha confermato come gli insegnanti italiani siano quelli con l’età più avanzata in Europa, la stima stavolta è stata realizzata da Tuttoscuola, su dati ufficiali Miur, che è andata a mettere a confronto la situazione anagrafica dell’anno scolastico 2015-16 con quella di due anni dopo, il 2017-18: la rivista ha scoperto che l’età media dei docenti di ruolo di tutti gli ordini di scuola, compresi gli insegnanti di sostegno, (complessivamente erano 733.654 docenti nel 2015-16) era allora di 50 anni e 8 mesi. Due anni dopo, quando il numero di docenti di ruolo era salito a 737.243 unità, sebbene nel frattempo fosse stato realizzato il piano straordinario della Buona Scuola, l’età media degli insegnanti si è attestata a 51 anni e 2 mesi, compresi i docenti di sostegno (vedi articolo).

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