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Una decina di giorni fa le dichiarazioni del ministro degli Esteri romeno Cristian Diaconescu hanno riacceso gli animi in un contenzioso, quello tra i governi italiano e romeno, che sembra riemergere ad intermittenza. Diaconescu si è rammaricato per quelli che ha definito “alcuni atteggiamenti, soprattutto da parte di alcuni rappresentanti del governo italiano volti, attraverso una retorica molto aggressiva e provocatrice, a incitare alla xenofobia”.

L’accusa di complicità istituzionale con atteggiamenti xenofobi è stata seccamente respinta da parte del governo italiano e a questa presa di posizione si sono associate le dichiarazioni piccate di alcuni esponenti della maggioranza.rn

Ha fatto seguito l’annuncio di Diaconescu – ripreso dalla stampa romena ma in genere non da quella italiana – dell’ intenzione di Bucarest di presentare al governo italiano un dossier nel quale sono presentate ed enumerate le aggressioni e intimidazioni razziste di cui sono state vittime alcuni dei cittadini romeni residenti in Italia.

Il tutto si inserisce in un clima – appesantito ed amplificato in entrambi i Paesi da atteggiamenti spesso poco responsabili da parte dei media – che non lascia presagire un chiarimento destinato a portare con sé spiragli di autentica distensione. Il rischio è quindi quello di finire in un vicolo cieco, di fatto a causa del permanere di un’incomprensione per la quale due governi – e, in parte, le opinioni pubbliche dei rispettivi Paesi – sembrano continuare a fraintendersi, parlando di temi che a volte non si incrociano tra di loro.

Entrambi i governi sembrano difendere interessi vitali, irrinunciabili: da un lato quello romeno interpreta gli interessi di un popolo che, in modo giustificato, rifiuta – volendo adoperare un’espressione romena ricorrente – di essere bagat in oala, cioè messo tutto insieme nello stesso sacco assieme coloro al suo interno che compiono gesti criminali. Dall’altro c’è il governo italiano, il quale dichiara di perseguire un obiettivo che è anche un dovere morale, cioè difendere i propri cittadini da crimini particolarmente odiosi – come la violenza contro le donne – in base a strumenti e strategie d’intervento che risultano peraltro inevitabilmente condizionati dal clamore  assunto da tristi episodi che vedono come protagonisti negativi alcuni cittadini romeni.

E’ possibile trovare un minimo comun denominatore che unisca i due governi e ancor più i due popoli? E che sia qualcosa di differente dal semplice baratto di interessi economici italiani in Romania in cambio di lavoratori romeni in Italia? E’ evidente quanto sia fallace e di corto respiro una politica “di buon vicinato” generata semplicemente dal timore di reciproche ritorsioni rispetto a quella sorta di accordo sotteso – o, appunto, baratto – appena ricordato.

Per superare questa logica – di muro contro muro oppure improntata a un mero pragmatismo utilitaristico – occorre fare un passo indietro. E riappropriarsi di una lucidità di analisi che permetta di comprendere la reale incidenza dei fenomeni criminali al centro delle cronache rispetto a una comunità che in Italia conta circa un milione di persone.

Ma ancor più importante è affiancare all’analisi una capacità di stabilire un rapporto empatico, di immedesimazione ed ascolto. Innanzitutto verso le voci – ben scarsamente mediatizzate e quindi apparentemente ‘silenti’ – di quei romeni indignati, preoccupati, o disorientati tanto dai recenti fatti di cronaca quanto dal perdurante stigma sociale attributo loro in blocco, i quali si levano a difendere l’onestà propria e quella della maggioranza dei propri connazionali in Italia.

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La comunità romena in Italia è composta in larga maggioranza da lavoratori; dato, questo, certo affermato e confermato da statistiche e dossiers ma che non dovrebbe sfuggire neppure all’analisi ‘empirica’, all’esperienza personale. Si tratta, come è facile constatare, prevalentemente di lavoratrici domestiche nel caso delle donne e di lavoratori dei servizi e dell’industria – segnatamente nel comparto dell’edilizia – nel caso degli uomini.

Sono in genere persone che lavorano duro per portare a casa uno stipendio certo più alto di quello che potrebbero avere nel loro Paese, ma spesso non sensibilmente più alto, specie in tempi di recessione in Italia e di un ciclo economico il quale, a dispetto della decelerazione dei livelli di crescita, continua mantenersi positivo in Romania. Non è quindi solo ed esclusivamente un calcolo economico – come del resto neppure la semplice parentela ‘linguistica’ tra due popoli latini – a giustificare la decisione di molti romeni di eleggere l’Italia come destinazione lavorativa. Esiste molte volte un’effettiva partecipazione, coinvolgimento, interesse per le vicende di un Paese che per numerosi “immigrati” romeni è divenuta una patria adottiva o una seconda patria.

La riprova è data anche dal numero di romeni che decidono di creare una famiglia in Italia e dai ricongiungimenti che coinvolgono coniugi e minori – in crescita evidente, seppur non facilmente rilevabile statisticamente, a partire dalla libera circolazione determinata dall’ingresso della Romania nella UE nel gennaio 2007. Questo fenomeno contribuisce ad attenuare e talora a superare il problema della ‘dispersione’ familiare che è fonte del disagio emotivo di molti lavoratori stranieri, non soltanto romeni. I minori ‘ricongiunti’ sono inseriti nel sistema scolastico italiano – importante banco di prova dell’integrazione presente e futura – con esiti spesso molto soddisfacenti. Questa realtà di crescente importanza – che conferma il carattere non tanto ‘temporaneo’ quanto si supponeva in passato, di tanta parte dell’emigrazione romena – dovrebbe indurre a maggiore attenzione nel valutare l’ampia e articolata realtà migratoria proveniente della Romania.

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L’attenzione, ancora una volta, non va disgiunta dalla capacità di immedesimazione; capacità di porsi, in questo caso, nei panni dei romeni onesti che vivono in Italia. E’ infatti evidente che, se nell’opinione pubblica italiana i recenti episodi di criminalità compiuti da cittadini romeni provocano, oltre alla rabbia, una percezione di insicurezza per sé e i propri cari, ben più tangibilmente angosciosa può essere, per il proprio presente e futuro, la percezione della realtà per i lavoratori romeni nel nostro Paese e i loro nuclei familiari, soprattutto in un’area “calda”, al centro del ciclone, come è quella romana. Si tratta di persone per le quali il rispetto da parte degli altri è essenziale per poter trovare e mantenere un lavoro e un alloggio, così come l’impatto di una campagna mediatica negativa non è privo di conseguenze sui minori romeni, sulla loro autostima, in rapporto alla percezione della realtà circostante e nel modo di rapportarsi con i propri coetanei.

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Lo sforzo per sviluppare “buone pratiche” a sostegno della reciproca conoscenza tra i due popoli può attuarsi a vari livelli. Da un lato con l’impegno a sollecitare i media ad abbandonare taluni automatismi e generalizzazioni: in primo luogo quelli prodotti da quei media ‘verticali’, come la TV, che unilateralmente non soltanto condizionano ma in numerosi casi di fatto “creano” le percezioni di un numero ancora sensibilmente alto degli italiani in rapporto agli “altri”.

Dall’altro, è opportuno stimolare la rete associativa romena – in riferimento all’associazionismo sia laico sia cristiano – rete ancora in parte deficitaria ma soprattutto non adeguatamente valorizzata. Tale rete può contribuire potentemente ad essere occasione di incontro ed a veicolare anche ‘dal basso’ un’ immagine più corrispondente alla realtà dell’impegno e delle buone intenzioni della larga maggioranza dei romeni in Italia, combattendo così un pregiudizio che,con il tempo, diviene sempre più difficile da scalfire. L’associazionismo romeno afferente alle diverse identità cristiane del Paese – ortodossa, greco-cattolica e cattolica romana –è in tal senso di particolare rilievo, ed è espressione di una popolazione che vive nella sua maggioranza il fatto religioso come un elemento sentito ed importante per la vita sia personale sia sociale.

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In tutto questo, l’aspetto della certezza del diritto in Italia e della repressione dei crimini, siano essi compiuti da italiani, romeni e di altra nazionalità è un aspetto importante ma è evidentemente distinto. Certamente è un problema che, in riferimento reati compiuti da cittadini romeni, può avvalersi fruttuosamente di una la cooperazione bilaterale italo-romena, già parzialmente in atto. Riguarda tuttavia lo Stato italiano in primis. Il perseguimento dei reati evidentemente non collide con gli interessi dello Stato romeno né con quelli delle comunità romene in Italia, ansiose semmai proprio di distinguere la propria realtà da quella negativa che è spesso divenuta moneta corrente. Non certo su questo – bensì sulla mediatizzazione negativa dell’immagine dei romeni– sono sorte le incomprensioni con il governo di Bucarest, che anzi su questo ritiene che la propria controparte italiana manifesti una debolezza talora da esso valutata come ai limiti dell’irresponsabilità.

rnNell’ambito del ricordato contenzioso bilaterale, il governo romeno non è certo esente dalla sua dose di sbagli di valutazione, errori di merito e di comunicazione. Tuttavia, quando più volte da parte di questo si afferma che il piano del perseguimento dei crimini è altro dalla questione degli atteggiamenti e delle eventuali policies da mettere in atto nei confronti della comunità romena, fa una semplice affermazione di buon senso. Un’affermazione della quale si dovrebbe tenere conto nell’interesse tanto della ‘maggioranza’ italiana quanto di quella maggioranza all’interno della comunità romena composta da persone oneste.

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