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Se il debito è pubblico, tutti hanno il diritto di conoscerne l’origine, la legalità delle modalità con cui è stato contratto, la legittimità e la sostenibilità degli obiettivi e degli interessi a cui è stato finalizzato. E tutti hanno il diritto di decidere come agire in merito. Perché il futuro è troppo importante per delegarlo agli indici di Borsa.

Una discussione aperta sul tema del debito pubblico è oggi molto difficile, stante il carattere ideologico che il tema del debito ha assunto nell’ultimo decennio, in quanto paradigma portante della dottrina liberista e delle conseguenti politiche di austerità.

Il carattere ideologico è quello che ha contribuito a trasformare l’alto debito pubblico del nostro paese da problema non trascurabile a priorità assoluta, dall’alto della quale far discendere non solo ogni scelta politica ed economica, bensì una vera e propria visione della società.

Il tema del debito necessita dunque di una prima operazione di verità, che non può prescindere dalla considerazione dell’impagabilità del debito stesso. Il debito complessivo (pubblico e privato) sull’intero pianeta è oggi pari a 223.000 miliardi di dollari, quasi quattro volte il valore della ricchezza annualmente prodotta (misurata dal Pil); è dunque un debito tecnicamente impagabile e sono gli stessi creditori a riconoscerlo, essendo infatti interessati non tanto al saldo del debito, quanto al puntuale pagamento degli interessi e al mantenimento del rapporto di subordinazione che consenta loro di determinare ogni scelta che riguardi gli assoggettati.

Più che una relazione di lealtà fra soggetti formalmente uguali, la relazione creditore-debitore porta con sé le caratteristiche della relazione di potere fra soggetti sostanzialmente diseguali e determina il costante ricatto del primo nei confronti del secondo.

Da questo punto di vista, il caso italiano è paradigmatico, essendo il nostro Paese gravato da un alto debito pubblico, sia in termini assoluti (oltre 2.250 miliardi di euro), sia in termini relativi (rapporto debito/Pil oltre il 130%).

Un debito, accumulato nei decenni, che la narrazione dominante attribuisce all’avere gli italiani vissuto per troppo tempo al di sopra delle proprie possibilità, fra sperperi, sprechi e corruzione che alla fine hanno inevitabilmente presentato il conto.

Ma le cose stanno veramente così? Guardando i dati, parrebbe proprio di no.

Per lungo tempo il debito pubblico italiano non è stato né alto, né allarmante; nello specifico, dal 1960 al 1981, il rapporto debito/Pil del nostro Paese è stato costantemente inferiore al 60%. La più importante impennata – un vero e proprio raddoppio- del debito pubblico italiano si è avuta nel decennio 1982-1991 ed è stata conseguente all’avvento della dottrina liberista, con la liberalizzazione dei movimenti di capitali e la progressiva privatizzazione dei sistemi bancari e finanziari: è, infatti, del 1981 il divorzio fra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia, con la fine, da parte di quest’ultima, del ruolo di acquirente di ultima istanza a tassi d’interesse predeterminati dei titoli di finanziamento emessi dallo Stato.

Questa scissione ha provocato un forte innalzamento dei tassi di interesse, che ha fatto passare il nostro rapporto debito/pil da sotto il 60% del 1981 a oltre il 120% del 1992.

Nonostante ciò che dice la narrazione dominante, nel medesimo periodo, la spesa pubblica (al netto degli interessi) del nostro Paese è passata dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42.9% nel 1994, molto al di sotto, sia in percentuale assoluta, sia in percentuale di aumento, alla media della spesa pubblica europea (passata dal 45,5% al 46,6%) e a quella dell’eurozona (passata dal 46,7% al 47,7%). E se la spesa pubblica italiana è stata ulteriormente falcidiata dall’insieme costituito da sprechi/clientelismo/corruzione, ciò ha solo reso ancor peggiori le condizioni di vita della fasce deboli della popolazione che, in quegli anni così come oggi, tutto ha fatto tranne che sperperare.

Più che un problema di spesa pubblica, quello del nostro Paese è stato, e continua ad essere, un problema di insufficienza di entrate (nel periodo sopra considerato, inferiori di 10 punti a quelle di Francia e Germania), dovute ad una gigantesca evasione fiscale e ad una fiscalità che, da allora ad oggi, ha continuato a scaricarne gli oneri dai grandi patrimoni al mondo del lavoro.

Dal 1990 ad oggi, l’Italia ha chiuso il bilancio in avanzo primario 26 volte su 28 (nel 2009 -0,9% e in pareggio nel 2010). Quindi, non solo non ha speso in eccesso, ma addirittura al di sotto delle pur basse entrate. Questo fatto ha per esempio comportato che, nel medesimo periodo, gli italiani che hanno pagato le tasse, abbiano versato allo Stato 750 miliardi in più di quello che hanno ricevuto in termini di servizi.

Perché dunque l’Italia, nonostante questi dati macroeconomici positivi, continua ad essere uno dei paesi più indebitati al mondo? Per il circolo vizioso degli interessi sul debito che ci ha costretti a pagare, dal 1980 ad oggi, oltre 3.400 miliardi di euro su un debito che continua ad essere superiore a 2.250 miliardi, e che ogni anno si autoalimenta senza soluzione di continuità.

Mentre gli economisti mainstream fingono di esultare ad ogni correzione positiva di un decimale di Pil, quanti di loro hanno il coraggio di dire alla popolazione che, grazie alla spirale degli interessi, l’unica possibilità di essere l’anno prossimo meno indebitati di quest’anno risiede in un aumento del Pil attorno al 4%?  Evento che -ammesso sia auspicabile- non si darà per i prossimi decenni.

La verità sul debito è di conseguenza essenziale per comprendere l’utilizzo ideologico che ne viene fatto, come shock per ottenere rassegnazione sociale all’approfondimento delle politiche di austerità, di precarizzazione dei diritti, di mercificazione dei beni comuni e di privatizzazione del patrimonio e dei servizi pubblici, a tutto vantaggio dei grandi interessi speculativi, che su questi settori hanno necessità di investire una parte dell’enorme massa di denaro accumulata in questi decenni sui mercati finanziari.

D’altronde, se il debito non fosse una trappola ideologica, perché la gran parte delle misure prese per la sua riduzione è stata scaricata sui Comuni, nonostante l’apporto di questi al debito pubblico non superi il 1,8%? Con il risultato che, mentre i Comuni, nel periodo 2010-2016, hanno aumentato le imposte locali di 7,8 miliardi, le risorse complessive di cui dispongono sono oggi inferiori di 5,6 miliardi rispetto a quelle che avevano nel 2010.

Come si vede, mettere mano alla questione del debito è una priorità per l’intera collettività nazionale, ma in un senso inverso rispetto alla narrazione mainstream: per questo diviene urgente la costituzione di una Commissione indipendente e popolare per l’audit sul debito pubblico nazionale, come proposto dalle organizzazioni sociali che hanno costituito Cadtm Italia (Comitato per l’annullamento dei debiti illegittimi).

Perché, se il debito è pubblico, tutte e tutti abbiamo il diritto di conoscerne l’origine, la legalità delle modalità con cui è stato contratto, la legittimità e la sostenibilità degli obiettivi e degli interessi a cui è stato finalizzato, così come tutte e tutti abbiamo il diritto di decidere come agire in merito.

Perché il futuro è troppo importante per delegarlo agli indici di Borsa.

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