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L’idea di una fiscalità familiare che abbandoni via via l’unità di misura del singolo contribuente meriterebbe qualche approfondita valutazione. Sarebbe anche l’occasione per approcciarci noi verso una tipologia di contribuzione meno “atomistica” e più “collegiale”, e al tempo stesso l’occasione per l’amministrazione di farsi percepire non più come l’interlocutore di una persona bensì di un gruppo di persone.

Sarà banale, ma senza avventurarsi in chissà quali voli pindarici o tesi macroeconomiche, non sarebbe più semplice ammettere che pagare le tasse, cioè pagarle tutti, ciascuno secondo il dovuto, è il primo vero passo per riformarle?

Posta così la questione ha più le tinte di un meccanismo ideale e virtuoso di fatto irrealizzabile; la pretesa, cioè, o la speranza campata in aria, che tutti paghino senza far storie, senza mezze misure, senza trovare giustificazioni o scorciatoie, sapendo comunque che tra i peggiori pagatori figura anche colui che le tasse le pretende: lo Stato.

Proviamo allora a porla in un altro modo.

Sono la furbizia diffusa, il malcostume sociale, la bassa coscienza civica di alcuni o l’evasione endemica a rendere necessario il rinnovo del sistema fiscale, o è la natura non-equa del sistema stesso, a prescindere da chi paghi e chi no, a far accendere la spia del cambiamento? È, il nostro, un sistema equo? E cos’è davvero evasione? Se infatti a un estremo della catena troviamo chi evade per evadere, cioè per puro interesse e fame di denaro, all’estremo opposto il non pagare diviene sinonimo di necessità, di scelta forzata fra “me e loro”. È evidente, allora, che l’adesione incondizionata di tutti alle pretese fiscali di un Stato resta utopia pura e semplice, e in tal senso i discorsi a sfondo economico c’entrano poco. Potremmo forse concretamente pretendere che dall’oggi al domani non si rubi o non si uccida più?

Qualcuno però, come Papa Francesco, l’ha ripetuto: “Pagare le tasse è un atto dovuto per sentirsi cittadini”. Quindi, posto che l’uomo appartiene prima a Dio, ciò non esclude la sua appartenenza sociale, e di qui il suo dovere di contribuire, di essere, in altri termini, contribuente. Concetto che sfocia nell’ambito teologico, nella celebre contrapposizione fra Dio e Cesare, ma che a nostro avviso, calandolo nel quotidiano, nasconde una salda matrice politica nel non giustificare chi si dice cristiano, fregiandosi di una fede di facciata esibita fra l’ambone e il confessionale, ma poi dal lunedì al sabato si industria per eludere il proprio dovere di cittadino. Diremo di più: avrà Francesco voluto alludere, con quelle parole, a tutta una borghesia agiata di estrazione cattolica, che però nel privato pratica sistematicamente l’illecito? D’altronde, se risaliamo alla fonte evangelica evocata dal pontefice (“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”), quelli che avevano tentato di far cadere in contraddizione Gesù coi loro tranelli dialettici non erano certo bottegai, prostitute o mendicanti, ma farisei ed erodiani. In una sola parola: il potere, l’élite.

Capita allora di sorprendersi, o se non altro di alzare le antenne, quando un ultra-miliardario come Bill Gates non fa candidamente mistero dell’aver pagato, a sua detta, “troppe poche tasse”. E non certo per averne evase, ma semplicemente perché “lo Stato dovrebbe chiedere a me e alle persone nella mia posizione di versarne molte di più”. Tranquilli, non è aura di santità, sono solo parole pronunciate da un Signor Paperone che su un patrimonio di oltre 90 miliardi di dollari ne ha visti “appena” 10 andarsene in tasse; tuttavia, pur nella sua singolarità, è un esempio che può legarsi al discorso ideale sulla bontà del pagare tutto e pagare tutti.

Se quella di Francesco era un’esortazione sottilmente politica, le recenti dichiarazioni di Gates, oltre a una papabile candidatura demo (il ricco filantropo contrapposto al ricco arrogante), contenevano un obiettivo fin troppo evidente, Trump e la sua riforma fiscale, il cui fiore all’occhiello è stata la drastica riduzione d’aliquota, addirittura dal 35 al 21%, sugli utili di impresa. Gates se ne farà una ragione, e forse – chi può dirlo – di qui a tre anni si insedierà anche lui al 1600 di Pennsylvania Avenue, magari per alzarsi le tasse da solo. Nel frattempo la domanda è un’altra: la famiglia operaia dell’Ohio, o i tagliaboschi del Vermont, risentiranno di questo taglio epocale? Onestamente a immaginarlo serve più fantasia che ottimismo.

D’altronde anche il panorama italiano non è così avaro di spunti.

Allungando allora lo sguardo su quello che è diventato uno dei leit-motiv più popolari della campagna elettorale, potremmo porci la stessa domanda che vale per la working class americana: risentirebbero, cioè, gli operai, le maestre, gli impiegati, i camerieri, della famigerata Flat-Tax fissata al 25%? Con rispetto parlando: ma quando mai? Già oggi l’aliquota Irpef più bassa si attesta al 23%, mentre fra i 15.000 e i 28.000 euro si paga un po’ di più del 25, il 27%. Quindi comincerebbe ad avere un senso per chi oggi paga il 38% oltre i 28.000 euro. Qui però subentra un altro discorso. Al di là del senso economico, che in effetti sussiste (almeno per i diretti interessati), domandiamoci piuttosto che ragione morale potrebbe avere il pretendere da tutti la stessa quota di reddito: 25% il manager; 25% il primario; 25% l’industriale; 25% il negoziante; 25% lo sportivo. Sarebbe davvero equità il livellare in maniera così drastica l’obbligo contributivo di chiunque, sia esso un operaio o un imprenditore? E con quale obiettivo poi? Di convincere tutti a pagare? Detta brutalmente: l’equità fiscale non passa dall’uniformità contributiva, anzi, e non c’è aliquota, per quanto accattivante, che possa convincere un evasore a pagare.

La gradualità dell’Irpef è essa stessa equa. Il 25% sarebbe un regalo, non un sistema fiscale.

Accantonando allora il discorso per noi improponibile sulla Flat-Tax, potremmo invece cominciare da piccole e semplici cose che già all’interno dell’attuale ordinamento fiscale sono migliorabili.

Un aspetto, ad esempio, su cui varrebbe la pena riflettere sono i familiari a carico.

Da anni sosteniamo che la soglia di reddito per essere considerati tali va riaggiornata. 2.840 euro è una cifra irrisoria. Fortuna che nell’ultima Legge di Bilancio si è pensato bene di innalzarla a 4.000 euro, ma per i soli figli. Verrebbe allora da chiedersi come mai non per altri? Per i genitori ad esempio, o per il coniuge.

Altra questione: le spese mediche e la franchigia pari a 129 euro che da sempre sta lì in pianta stabile. Non sarebbe ora di eliminarla? È una “barriera” obiettivamente priva di senso. Perché mai il contribuente che nell’anno precedente ha speso 130 euro in medicine non può avere diritto a detrarsene nemmeno un centesimo?

Per non parlare dei libri scolastici o dei manuali universitari colpevolmente esclusi dal monte delle spese d’istruzione detraibili. La cosa strana, su questo fronte, è che se da un lato non si è perso tempo a chiarire – giustamente – la possibilità di detrarre gite e mense, dall’altro l’indetraibilità dei testi di studio (lacuna incomprensibile) è rimasta puntualmente inosservata. L’idea, cioè, di agevolare le sole spese relative alla presenza fisica dell’alunno/studente nella struttura (frequenza e iscrizione) escludendo invece quelle che stanno alla base dello studio e dell’apprendimento veri e propri, non solo a scuola ma anche a casa, è sbagliata in partenza. Ci premuriamo quindi di sottoporla all’amministrazione perché la corregga al più presto.

Ci siamo limitati fin qui a elencare tre aspetti che basterebbe davvero poco a raddrizzare. Ma la lista potrebbe continuare: introdurre ad esempio una no tax area più ampia, cosa che a onor del vero si propone di fare anche la FlatTax, o se non altro diversificare le soglie di esenzione fra lavoratori e pensionati, incrementando strutturalmente le detrazioni per i giovani lavoratori.

Se poi dovessimo parlare di equità, ma di equità vera, non quella millantata, dovremmo fare forse un salto di prospettiva più avanzato rispetto a quello che ci porta di solito a ragionare sull’orizzonte del singolo contribuente. Va da sé che un sistema fiscale non più concepito sulla capacità contributiva dell’individuo, ma che vada a “fotografare”, sia come fonte di prelievo che come oggetto di tutela, la famiglia tutta, è un’idea più futuribile che altro. Consideriamo però anche un altro elemento: da anni stiamo assistendo a questo costante polarizzarsi dell’attenzione sociale sulla famiglia; famiglia intesa come nucleo destinatario di sostegno economico, lavorativo, assistenziale. Il debutto del REI ne è solo la punta di diamante, ma già prima del REI c’era stato il SIA, e ancora prima del SIA la corposa riforma dell’Isee. Questo per dire, in buona sostanza, che la famiglia è divenuta col tempo un istituto sociale sempre più misurabile in termini economici.

Perché allora non pensare a un re-indirizzamento di prospettiva anche in chiave fiscale?

Ci vorrà del tempo, d’accordo, ma perché non prendere in considerazione l’idea già da adesso? Dopo tutto una solida base da cui partire già esiste: non è infatti l’Isee stesso una sorta di dichiarazione dei redditi familiare, estesa per altro a fonti patrimoniali al di fuori del 730, ma di fatto esistenti? Si tratterebbe perciò di parametrare pretesa fiscale e agevolazioni basandosi sul reale benessere del nucleo, creando una stratificazione, e quindi una maggiore o minor pretesa, in rapporto all’estensione/composizione del nucleo e al reddito prodotto; infine quello stesso indice di benessere tornerebbe poi utile per la richiesta di eventuali prestazioni.

Se questo è solo “fantafisco” ce lo diranno i prossimi venti/trent’anni, nel frattempo l’idea di una fiscalità familiare che abbandoni via via l’unità di misura del singolo contribuente meriterebbe qualche approfondita valutazione. Sarebbe anche l’occasione per approcciarci noi verso una tipologia di contribuzione meno “atomistica” e più “collegiale”, e al tempo stesso l’occasione per l’amministrazione di farsi percepire non più come l’interlocutore di una persona bensì di un gruppo di persone.

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