Pratiche di abuso fiscale deprivano le casse pubbliche di preziose risorse, contribuiscono a creare uno svantaggio competitivo per le piccole e medie imprese domestiche e minano alla radice l’equità fiscale. Solide misure di giustizia fiscale, dalla rimodulazione in chiave più progressiva dei sistemi fiscali al contrasto senza quartiere a ogni forma di abuso, rappresentano un antidoto imprescindibile alle crescenti disuguaglianze.

La crescente disuguaglianza economica all’interno dei Paesi e fra i Paesi costituisce uno dei temi di maggiore attualità del nostro tempo. Se guardiamo le rilevazioni statistiche e la percezione degli italiani, il nostro Paese presenta un profilo di disuguaglianze particolarmente accentuato. Siamo in un contesto mondiale in cui le disparità socio-economiche si vanno acuendo è un mondo sulla cui tenuta regna un profondo senso di incertezza.

La disuguaglianza paralizza la mobilità sociale, crea le condizioni per un aumento della criminalità e della corruzione, fa vacillare la fiducia della cittadinanza nelle istituzioni e rappresenta un serio rischio per la coesione sociale. Oltre ad alimentare un senso di profonda ingiustizia e inquietudine civica (l’esternalità raggiunta dal fenomeno è sintomatica di un sistema economico i cui benefici sono distribuiti in maniera iniqua fra le diverse fasce della popolazione) gli attuali livelli di disuguaglianza pongono seri interrogativi sulle prospettive di una crescita duratura e sostenibile.

Sono molti gli ambiti di intervento normativo in grado di favorire la riduzione delle disuguaglianze: uno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.

Nel nostro contesto nazionale, tra le misure fiscale capaci di livellare il divario fra i più ricchi e i più poveri, va indubbiamente annoverata una revisione del sistema di imposizione fiscale sui redditi delle persone fisiche. Un intervento ambizioso volto a ridisegnare prioritariamente le aliquote, gli scaglioni, le detrazioni, le deduzioni, la quota esente e che porti le classi meno abbienti a essere ragionevolmente più avvantaggiate o meno svantaggiate rispetto a quelle più ricche.

Va in altri termini ricostruita, come ha di recente scritto Franco Gallo sulle colonne de Il Sole 24 Ore, “una curva di progressività che rimedi all’eccessiva pressione fiscale sulle classi medie sempre più impoverite, non favorisca chi più ha e che sia accompagnata da un sussidio per i contribuenti più bisognosi”. Una proposta da coniugare “con appropriate politiche di spesa pubblica per differenziare sgravi ed agevolazioni in proporzione alla situazione economica familiare.”

Salvo poche eccezioni, le proposte dei partiti nella campagna elettorale in corso, non sembrano orientarsi al rafforzamento della progressività fiscale e a un potenziamento della portata redistributiva del sistema fiscale italiano. Gli ammanchi erariali riconducibili a quasi tutte le proposte di riforma suonano inoltre come un segnale d’allarme per il nostro incerto welfare state sia sotto il profilo delle coperture finanziarie sia, seppure implicitamente, sotto quello della salvaguardia delle politiche selettive di welfare che rispondono in maniera differenziata ai bisogni dei nostri concittadini, a partire da quelli che versano in condizioni di povertà assoluta (4 milioni e 742 mila italiani nel 2016) o sono a rischio di povertà o esclusione sociale (quasi il 31% dei residenti nel 2016).

La lotta alle disuguaglianze – attraverso un rafforzamento degli investimenti nei servizi pubblici come l’istruzione e la sanità, nella sicurezza sociale, nella creazione di posti di lavoro stabili e ben retribuiti – e le misure di contrasto alla povertà richiedono uno sforzo finanziario significativo.

Sorprendentemente (o forse no) la campagna elettorale offre pochi spazi per una discussione approfondita sugli strumenti e sulle risorse destinabili al contrasto dell’evasione fiscale e contributiva domestica, stimata prudenzialmente dal MEF in almeno 108 miliardi di euro annui.

Eppure proprio gli abusi fiscali sono percepiti dai cittadini italiani come il principale fattore di rischio per ciò che concerne l’aumento delle disuguaglianze, prima anche del clientelismo e di misure politiche in ambito economico e fiscale.

Ancor meno spazio in questo rush elettorale trovano le proposte sul rafforzamento delle misure di contrasto all’evasione ed elusione fiscale internazionale perpetrate da individui facoltosi e imprese multinazionali. Un ammanco erariale complessivo che arriva a toccare – una stima conservativa – i 430 miliardi di dollari all’anno su scala globale è il risultato: da una parte, dell’occultamento di ricchezza finanziaria individuale in giurisdizioni fiscali opache con un ammanco fiscale stimato da Gabriel Zucman in 190 miliardi di dollari all’anno; dall’altra parte, del trasferimento degli utili di impresa generati in Paesi a medio-alta fiscalità, ma contabilizzati, in maniera artificiale, in giurisdizioni dal fisco agevolato o paradisi fiscali societari, con un ammanco erariale complessivo fino a 240 miliardi di dollari l’anno secondo l’OCSE.

Contestualmente poco accentuata appare in Italia la discussione sugli argini da porre, in un contesto europeo ed internazionale di cooperazione intergovernativa, all’agguerrita corsa globale al ribasso in materia fiscale che insieme a pratiche di dumping salariale, sociale e ambientale, esacerba le disuguaglianze economiche. Sotto il profilo della fiscalità societaria, la concorrenza senza quartiere tra i Paesi (di cui l’Italia non è, almeno in parte, esente) sulle aliquote nominali – attraverso incentivi, regimi fiscali preferenziali o ruling segreti con le amministrazioni fiscale, sull’imponibile societario – causa l’erosione delle basi imponibili da parte di alcuni Paesi a danno di altri e incentiva la pianificazione fiscale aggressiva d’impresa.

Strutturandosi in maniera conveniente sullo scacchiere internazionale, sfruttando i disallineamenti fra i sistemi fiscali nazionali, ricorrendo a prestiti infra-gruppo artificiali o inflazionando i prezzi delle transazioni per beni e servizi tra le varie entità del gruppo, i grandi colossi multinazionali sono capaci oggi di trasferire i profitti verso giurisdizioni dal fisco amico e minimizzare il proprio carico fiscale globale arrivando a versare aliquote irrisorie in paradisi fiscali societari. Si pensi al gigante Apple che nel 2014 è arrivato a pagare un’aliquota effettiva dello 0,005% in Irlanda su utili realizzati in Europa, Medio Oriente, Africa ed India.

Nei Paesi OCSE la contribuzione fiscale d’impresa è scesa del 20% dall’inizio della crisi finanziaria e la maggiore attenzione dei governi al fenomeno BEPS (erosione delle basi imponibili e trasferimento degli utili d’impresa) ha dato un impulso, a partire dal 2013, a un processo di riforma della fiscalità internazionale in ambito OCSE/G20 ed UE. I progressi sono incoraggianti, seppure parziali. Manca ancora la volontà politica di rivedere alla radice la modalità di tassazione di un gruppo multinazionale, considerato ai fini fiscali non come una ‘singola entità’ ma come un insieme di ‘entità separate’ fra loro indipendenti e concorrenziali. L’operatività su scala globale di una multinazionale suggerirebbe invece che gli utili realizzati nei diversi Paesi in cui essa opera debbano essere aggregati e la base imponibile globale suddivisa fra i diversi Paesi secondo l’effettiva creazione del valore economico in ciascuno di essi (modello di tassazione unitaria).

Un simile approccio è al vaglio dell’UE (proposta di una base imponibile comune e consolidata per l’imposta sulle società) per i profitti realizzati nell’Unione da colossi multinazionali. Va valutata positivamente la pubblicazione lo scorso dicembre della prima lista nera e grigia europea dei paradisi fiscali extra-UE che deve tuttavia essere ancora corredata da efficaci misure difensive e sanzionatorie. Vanno inoltre accesi i riflettori sulle giurisdizioni europee, come l’Irlanda, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, Cipro e Malta che esasperano la concorrenza fiscale in seno alla stessa Unione. Da due anni è in discussione in UE l’introduzione dell’obbligo di rendicontazione pubblica Paese per Paese per le grandi multinazionali che operano nell’area economica europea: un’importante misura di trasparenza finanziaria e fiscale capace di fornire un quadro dettagliato sull’operatività delle entità di un gruppo multinazionale in ciascun Paese in cui operano e di individuare i disallineamenti – un segnale di sospetta elusione – fra l’attività economico-finanziaria condotte in un Paese, la forza lavoro ivi impiegata e i profitti registrati.

Pratiche di abuso fiscale deprivano le casse pubbliche di preziose risorse, contribuiscono a creare uno svantaggio competitivo per le piccole e medie imprese domestiche e minano alla radice l’equità fiscale. Solide misure di giustizia fiscale, dalla rimodulazione in chiave più progressiva dei sistemi fiscali al contrasto senza quartiere a ogni forma di abuso, rappresentano un antidoto imprescindibile alle crescenti disuguaglianze.

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