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Molti giovani che hanno vissuto l’esperienza di Servizio civile non sono riusciti ad inserirsi nella filiera dei servizi sociali per fare di questa loro esperienza un mestiere a servizio della comunità. Questo perché non sostenuti da un sistema di certificazione delle competenze acquiste. I decreti attuativi della legge 106/2016 dovrebbero affrontare anche questo tema

L’approccio dei giovani all’esperienza del Servizio Civile Nazionale (SCN) risulta fortemente condizionato da due grandi bisogni o per meglio dire, “aspettative”: entrare, o quantomeno iniziare a muovere i primi passi, nel mondo del lavoro ed acquisire “competenze trasversali” che possano rafforzare o arricchire la propria crescita anche in una prospettiva di occupabilità.

In realtà queste due esigenze non sempre vengono soddisfatte. Ed infatti, la maggior parte dei giovani che ha intrapreso la strada del SCN se da un lato trova un canale per affacciarsi nel mercato del lavoro, dall’altro ne esce senza ricevere un riconoscimento formale delle competenze che pure sono state acquisite in un anno di lavoro. E questa è una grande debolezza che non aiuta nemmeno a conferire al SCN la dignità che pur gli spetterebbe.

Nell’alveo delle opportunità che l’attuale Governo si propone di offrire con Garanzia Giovani, il Servizio Civile rappresenta di fatto un sistema in quanto diretto a rendere attivi e protagonisti i giovani. Al di là delle singole esperienze, nel complesso esso rappresenta un’occasione che favorisce l’acquisizione/lo sviluppo di nuovi apprendimenti e nuove conoscenze ma anche lo sviluppo del c.d. saper fare perché “sollecita” il giovane a misurarsi giornalmente con problemi reali, vuoi organizzativi vuoi “sul campo”, a contatto diretto con il disagio e le tematiche sociali più disparate e delicate che richiedono un esercizio, straordinario per i giovani avvezzi alla società 2.0, di attenzione, condivisione, riflessione e problem solving. Tutte competenze trasversali e sociali che formano e identificano la persona e la allenano a pensare in maniera flessibile, duttile, aperta, destrutturata, disponibile all’ascolto e alla risoluzione dei problemi. Esattamente quello che oggi chiede la società della conoscenza e quindi dei nuovi lavori. Allora perché non investire di più su questi aspetti?

La Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 2012 definisce tre tipologie di apprendimento. L’apprendimento formale, erogato in un contesto organizzato strutturato, che di norma porta all’ottenimento di qualifiche generalmente sotto forma di certificati o diplomi; comprende sistemi di istruzione generale, formazione professionale iniziale e istruzione superiore.

L’apprendimento non formale, erogato mediante attività pianificate (in termini di obiettivi e tempi di apprendimento) con una qualche forma di sostegno all’apprendimento può comprendere programmi per il conseguimento di abilità professionali, alfabetizzazione degli adulti e istruzione di base per chi ha abbandonato la scuola prematuramente.
Infine l’apprendimento informale,risultante dalle attività della vita quotidiana legate al lavoro, alla famiglia o al tempo libero e non strutturato in termini di obiettivi di apprendimento, di tempi o di risorse dell’apprendimento.

Per come oggi funziona, il Servizio Civile è ancora un compartimento stagno per il quale lo Stato assicura risorse senza, però, disegnare prospettive di continuità rispetto al percorso intrapreso.

Non voglio dire che l’esperienza di volontariato debba, obtorto collo, certificare competenze professionali formali come intese dalla raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 2012 ma che sarebbe opportuno lavorare ad uno strumento che misuri e certifichi con rigore, le competenze che un giovane ha acquisito realizzando, così, quello spazio europeo dell’apprendimento permanente (“qualsiasi attività di apprendimento avviata in qualsiasi momento della vita, volta a migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze in una prospettiva personale, civica, sociale e/o occupazionale) che , secondo quanto indicato nella Comunicazione N. 678 della Commissione Europea, può permettere all’Europa di diventare una società competitiva e dinamica.

Molti giovani che hanno vissuto l’esperienza di Servizio civile, pur essendosi misurati positivamente con pratiche di volontariato, non sono riusciti ad inserirsi nella filiera dei servizi sociali né ad organizzarsi (in forme di associazionismo, di volontariato o di imprese sociali) per fare di questa loro esperienza un mestiere al servizio degli altri e della comunità. Questo anche perché non sostenuti da un effettivo ed efficiente sistema di certificazione di quanto fatto ed appreso. Non che la messa in trasparenza delle competenze sia il passaporto per il lavoro, ma, di certo, aiuterebbe. Ed infatti, la sensibilità che i giovani sviluppano e acquisiscono durante il servizio civile è una dote che non va dispersa ma deve essere restituita alla collettività, non da disperdere.

La recente Legge delega di Riforma del terzo Settore, finalmente giunta a maturazione, incoraggia in tal senso e apre nuovi scenari delegando il Governo a risistemare la materia individuando quale principio e criterio direttivo al quale attenersi anche quello relativo al“riconoscimento e valorizzazione delle competenze acquisite durante l’espletamento del servizio civile universale in funzione del loro utilizzo nei percorsi di istruzione e in ambito lavorativo” (art. 8, comma 1, lett. h della legge n. 106/2016). Questo potrebbe rappresentare un passaggio cruciale che ben si incrocia con la disciplina dell’impresa sociale, anch’essa rivista dalla recente Riforma, che persegue l’obiettivo di rispondere ad un fabbisogno sociale (e non di remunerare il capitale investito), ricorrendo anche a modelli di governance partecipativi e democratici.

La triangolazione tra competenze dei giovani (che hanno fatto un’esperienza di servizio civile), il bisogno di un nuovo welfare (attualmente in affanno e che potrebbe invece giovarsi di competenze fresche e testate), la prospettiva normativa (che incoraggia le imprese sociali) potrebbe aprire nuovi spazi per i giovani che intendono restare ad operare nel sociale.
Tutto ciò a condizione che lo Stato creda fortemente in questa evoluzione e sostenga i giovani a restare impegnati nel sociale, anche supportandoli con forme di finanza agevolata.

L’auspicio allora è che con i Decreti Attuativi il riconoscimento delle competenze e la disciplina dell’impresa sociale camminino di pari passo sia attraverso meccanismi reali ed efficienti di certificazione sia con formule che agevolino i giovani a mettere a disposizione della collettività le competenze acquisite all’interno di associazioni vocate al sociale oppure mediante la creazione di start-up sociali. Un tale risultato potrebbe essere raggiunto prendendo ispirazione dalle esperienze americana ed inglese dei social impact bond, ovvero configurabile come una partnership tra diversi attori, sancita da contratti bilaterali e finalizzata a raccogliere capitali provati per promuovere politiche pubbliche innovative.

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