Nel complesso gli effetti della crisi occupazionale dovuta all’emergenza sanitaria, almeno fino al secondo trimestre 2020, si sono in prevalenza ripercossi sulle componenti più vulnerabili del mercato del lavoro (giovani, donne e stranieri), sulle posizioni lavorative meno tutelate e nell’area del Paese che già prima dell’emergenza mostrava le condizioni occupazionali più difficili, il Mezzogiorno; in altre parole, la pandemia sembra aver avuto l’effetto di acuire i divari preesistenti nella partecipazione al mercato del lavoro

Per i nati dopo il 1990, la cosiddetta Generazione Z, l’inserimento nel mercato del lavoro è stato condizionato da una serie di fattori strutturali, rispetto ai quali ne la politica ne i sistemi formativi sono riusciti a intervenire in modo efficace. La pandemia non ha fatto altro che radicalizzare la situazione.

Cominciamo dal sistema formativo. L’Italia ha due problemi, parzialmente concatenati. Il primo è il tasso di abbandono scolastico. In Italia, nella fascia 18-24 anni, il 13,5% non ha completato il ciclo di istruzione secondaria superiore. Il dato è riferito al 2019 e comparato con quello del 2014 fa registrare un miglioramento dei valori dell’indicatore: cinque anni fa gli early school leavers erano il 15%. In questi anni l’Italia è riuscita ad avvicinare l’obiettivo della strategia Europa 2020, fissato al 10% di abbandono scolastico, tuttavia c’è da notare che tale obiettivo è ancora abbastanza distante dalla situazione di paesi che consideriamo nostri pari: siamo stati bravi, ma il compito era comunque alla nostra portata e continuiamo a essere tra gli ultimi della classe.

Mi sia permessa una parentesi su un secondo indicatore quasi sempre citato assieme all’abbandono scolastico, ovvero il tasso di NEET ovvero la percentuale di giovani 18-24 anno che oltre a non studiare più nemmeno lavorano. Su questo numero sono anni che si scrivono e dicono fiumi di parole. Tuttavia, corre l’obbligo di far notare che stiamo parlando di una misura statistica armonizzata a livello europeo che rispetto alla situazione italiana presenta più di un problema. La definizione operativa precisa, proposta dall’Istituto Toniolo, sarebbe difatti un’altra: i NEET sono giovani senza segnali amministrativi di istruzione e lavoro, ciò non equivale a dire che non facciano nulla tutto il giorno. Non è difatti un caso che secondo le analisi dell’Iref pubblicate in un volume di due anni fa (Il Ri(s)catto del presente) il tasso di NEET su scala regionale presenta una correlazione elevata con l’economia sommersa. In Italia il collegamento tra abbandono scolastico e lavoro nero è una realtà che in troppi dimenticano.

Tornando al sistema formativo, l’altro ritardo strutturale dell’Italia riguarda la percentuale di giovani che ottengono un titolo di studio terziario. Anche qui vorrei sollecitare una riflessione su una semplificazione che facciamo di sovente. Non esiste solo la laurea, ma ci sono anche una serie di opportunità di formazione post-secondaria non universitaria che i giovani e le famiglie spesso conoscono poco. Comunque sia anche in questo caso i dati vanno analizzati tenendo conto della peculiarità del caso italiano: secondo l’Ocse, la quota di 25-34enni con un titolo di studio di istruzione terziaria ha infatti raggiunto il 28% nel 2018 (34% per le donne), contro una media del 37% nell’area Ocse. I dati mostrano un leggero miglioramento, se non fosse che il rendimento di un titolo di studio superiore in Italia è più basso che altrove. Non è solo una questione di tasso di occupazione (più basso di quasi cinque punti per i laureati italiani rispetto ai colleghi europei), conta anche e molto il peso dell’ereditarietà sociale: un figlio di laureati ha più possibilità di accedere a una posizione lavorativa adeguata alle proprie credenziali formative.

C’è poi la questione della saturazione di alcuni settori professionali. Nel nostro paese, si registra la percentuale più alta in Europa di laureati in Arts & Humanities (16,3% contro una media UE del 10,3%), parallelamente, la percentuale di laureati in Information and Communication Technologies è dell’1%, a fronte di un valore europeo del 3,6% e punte superiori al 5% in Croazia, Romania e Danimarca. Citando questi dati non voglio affermare che bisognerebbe incentivare economicamente le iscrizioni ai percorsi tecnico-scientifici, come hanno pensato di fare in Gran Bretagna, oppure che bisognerebbe estendere il numero chiuso. A mio parere nella formazione terziaria, così come nella secondaria, c’è un grandissimo problema di informazione e orientamento. Le scelte formative non sempre sono fatte con la completa conoscenza dell’offerta disponibile. Ancora un inciso, questi dati sono lo sfondo sul quale si colloca tutto il dibattito sull’educational mismatch, ossia sulla mancata corrispondenza tra le conoscenze dei giovani e le richieste del mercato del lavoro.

In questo scenario, le caratteristiche del mercato del lavoro italiano penalizzano i giovani. Un primo dato definisce la portata della questione. Secondo i calcoli dell’Iref tra il 2005 e il 2018 il numero di under35 con un rapporto di lavoro a tempo indeterminato full time è passato da 3milioni a meno di 2milioni. In pratica i giovani che hanno un lavoro “normale”, come lo intendiamo noi adulti, sono una minoranza, poco meno del 40%. Gli altri sono quelli che con un eufemismo potremmo definire mid-siders, ne dentro ne fuori dal mercato del lavoro; aggrappati a un part-time, a uno stage o a un tirocinio, a contratto a progetto, a una consulenza in mono-committenza, a due o più micro-lavori. La ricerca comparativa ha messo in evidenza che tra i giovani italiani comincia a manifestarsi con proporzioni rilevanti un fenomeno che pensavamo fosse tipico solo delle economie ultra-liberali. La in-work poverty riguarda le persone che nonostante abbiano un lavoro non riescono a superare la soglia di povertà relativa: in Italia le stime convergono sulla percentuale del 12%; all’interno di questo sottogruppo ci sono ovviamente molti giovani.

Come evidenzia un rapporto Inps del 2019: 4,3 milioni di rapporti di lavoro su 14 milioni (il 28%) prevedono un salario inferiore ai 9 euro lordi l’ora, al di sotto delle soglie minime di retribuzione oraria. In altre parole, in Italia, la povertà sul lavoro non è data da un «basso sforzo», perché quasi sempre lavorare di più serve a poco. Uno studio di Carrieri evidenzia che lavorando due ore in più al giorno il rischio di povertà si riduce di appena il 3%: buona parte della povertà è quindi imputabile a fattori fuori dal controllo dell’individuo, è una povertà da «circostanze avverse»; un modo elegante per chiamare lo sfruttamento lavorativo.

La situazione quindi era già grave prima del coronavirus, ma la pandemia ha pericolosamente allargato la platea dei giovani finiti in ginocchio. Secondo l’Indagine straordinaria sulle famiglie italiane, realizzata dalla Banca d’Italia a fine primavera 2020, il 60% dei 18-34enni intervistati dichiara una diminuzione del proprio reddito, anche tenendo conto di eventuali sostegni pubblici ricevuti. All’interno di questo gruppo, il 21,2% afferma di aver perso più del 50% del proprio reddito mensile.

Finito il lockdown si sono moltiplicate le previsioni sugli effetti macro della pandemia. Per una volta, nostro malgrado, le previsioni sono state confermate dai dati ufficiali. Secondo i dati mensili diffusi da Eurostat nell’Eurozona tra agosto 2019 e agosto 2020 il tasso di disoccupazione generale è passato dal 6,6% al 7,4%, mentre per gli under25 dal 14,8% al 17,6%. Le differenze tra alcuni dei principali paesi europei sono però molto marcate: se in Germania e Francia l’effetto della pandemia sull’occupazione giovanile è marginale (rispettivamente +0,2 e +0,6 punti percentuali), in Italia si osserva un aumento della disoccupazione di 5,3% punti percentuali (dal 26,8% al 32,1%) e di ben 11,1 punti in Spagna. È interessante notare che in Germania e Francia non ci sono grandi differenze tra la dinamica della popolazione generale e degli under25, mentre in Italia e Spagna a fronte di un peggioramento generale, consistente ma di proporzioni ancora non macroscopiche, il tasso di disoccupazione giovanile si è rapidamente deteriorato.

Al di là dei dati comparativi, la nota Istat sull’occupazione nel secondo trimestre del 2020 quantifica in modo puntuale le conseguenze sull’occupazione giovanile. Aumentano i divari generazionali a sfavore dei più giovani: per i 15-34enni è maggiore la diminuzione del tasso di occupazione (-3,2 punti) e di quello di disoccupazione (-3,0 punti), a cui si associa l’aumento più elevato del tasso di inattività (+5,6 punti); per i 35-49enni il tasso di occupazione cala di 1,6 punti, quello di disoccupazione di 1,8 punti e quello di inattività mostra un incremento di 3,3 punti.

La crisi, inoltre, ha colpito più duramente taluni tipi lavoro. I giovani tra 15 e 34 anni – che più spesso degli altri lavoratori svolgono un impiego a termine (26,3% contro 10,8% del totale occupati) e sono impiegati nel settore di alberghi e ristorazione (9,8% rispetto al 5,6%) – hanno subìto il calo occupazionale più forte (-8,0% rispetto a -3,6% del totale) che in quasi un terzo dei casi è concentrato nel settore alberghiero e della ristorazione.

Nel complesso dunque gli effetti della crisi occupazionale dovuta all’emergenza sanitaria, almeno fino al secondo trimestre 2020, si sono in prevalenza ripercossi sulle componenti più vulnerabili del mercato del lavoro (giovani, donne e stranieri), sulle posizioni lavorative meno tutelate e nell’area del Paese che già prima dell’emergenza mostrava le condizioni occupazionali più difficili, il Mezzogiorno; in altre parole, la pandemia sembra aver avuto l’effetto di acuire i divari preesistenti nella partecipazione al mercato del lavoro.

Difficile che il trend innescatosi subisca un’inversione di tendenza: nei prossimi mesi è probabile che i dati continuino a peggiorare, aggravando ancora di più la situazione dei giovani e assottigliando ancora di più quella fascia di ragazzi che hanno un lavoro “normale”.

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