“Occorre promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura e non deludere i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti” (Mario Draghi, Discorso programmatico del 17 febbraio 2021)

«I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e se non si è fatto niente resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri. La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione» (Mario Draghi; Discorso al Meeting di Rimini, 18 agosto 2020).

Ho deciso di iniziare il mio editoriale facendo riferimento al discorso tenuto da Mario Draghi lo scorso mese di agosto nell’ambito del Meeting di Rimini per poi richiamare il suo discorso programmatico come neo premier il 17 febbraio.

Le parole pronunciate ad agosto sono molto significative e testimoniano l’attenzione costante di Draghi ai giovani, alla necessità di investire sulla loro qualificazione per dare loro prospettive di futuro e libertà di scelta.

Il discorso programmatico è ricco di riferimenti alla necessità di guardare al presente con gli occhi sempre rivolti al futuro. «Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour:”… le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano”. Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività. (….) Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. (….) Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti»

Draghi ha sottolineato la necessità di “promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura” di non “deludere i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti”.

Il premier ha osservato come “la diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne” e ha segnalato la necessità di “investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni. In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli ITIS (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. È stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale. Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli ITIS, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate”.

Mario Draghi sembra avere le idee chiare sulle priorità politiche. Una di queste finalmente sembra essere quella della necessità di investire sulla formazione dei giovani aumentando le loro possibilità di occupazione con un’attenzione particolare a quella femminile.

Con questo focus ci mettiamo in questo orizzonte, a partire da una analisi degli effetti del Covid sulla condizione giovanile, con particolare riferimento alla formazione ed alle prospettive occupazionali. Un’analisi che vuole però trasformarsi in proposta, indicando possibili linee di azione.

In questa prospettiva i diversi esperti che offrono i loro contributi (economisti, sociologi, demografi, ricercatori sociali, esperti di formazione e di impresa) provano a ragionare attorno ad alcune questioni: come sostenere la crescente fragilità dei giovani nell’attuale situazione sociale e lavorativa? Come agire sui fattori di rigidità del mercato del lavoro e sulle sue palesi contraddizioni per consentire ai giovani e alle donne, spesso altamente qualificati, non solo di rimanere stabilmente nel contesto lavorativo ma di vedere riconosciute le loro competenze? In che modo cogliere le occasioni offerte dal lavoro digitale per valorizzare le competenze dei giovani? Che ruolo può e deve avere la mobilità territoriale per dare opportunità nuove e diverse alle giovani generazioni riavviando anche la mobilità sociale? Ed ancora: che ruolo può avere la formazione professionale per la crescita dei giovani e delle loro competenze anche attraverso esperienze significative di apprendimento per e nel lavoro?

Iniziano con un’intervista ad Emiliano Manfredonia, il nuovo Presidente nazionale delle Acli, che dopo aver analizzato la situazione sociale e lavorativa in cui si trovano i giovani, osserva tra l’altro come “sarà fondamentale un serio investimento in infrastrutture e tecnologie per l’apprendimento digitale e per la digitalizzazione che possa facilitare l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro con un’attenzione particolare ai più giovani che spesso, dopo la scuola dell’obbligo o dopo aver esaurito un normale percorso di studi, si trovano intrappolati in un limbo che non gli offre occasioni per incrementare qualifiche e competenze ulteriori né prospettive professionali di crescita. Dobbiamo trovare strumenti per scuotere questa realtà di passaggio e riattivare coloro che potrebbero rimanere ai margini”.

Alessandro Rosina (Professore ordinario di Demografia nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano e Coordinatore del “Rapporto giovani” dell’Istituto G. Toniolo) osserva come “i dati dell’Osservatorio giovani raccolti in due indagini ad hoc condotte a fine marzo e a fine ottobre 2020 mostrano come i giovani italiani siano tra i più preoccupati in Europa rispetto all’impatto della pandemia sui propri percorsi lavorativi e sui progetti di vita”. E conclude che “l’investimento sulle nuove generazioni richiede generosità e intelligenza, perché ha bisogno di risorse economiche e intellettuali, ma richiede soprattutto il riconoscimento che ciò che migliora la capacità di essere e fare dei giovani aumenta in prospettiva il benessere di tutti”.

Gianfranco Zucca (Ricercatore senior IREF) osserva come “nel complesso gli effetti della crisi occupazionale dovuta all’emergenza sanitaria, almeno fino al secondo trimestre 2020, si sono in prevalenza ripercossi sulle componenti più vulnerabili del mercato del lavoro (giovani, donne e stranieri), sulle posizioni lavorative meno tutelate e nell’area del Paese che già prima dell’emergenza mostrava le condizioni occupazionali più difficili, il Mezzogiorno; in altre parole, la pandemia sembra aver avuto l’effetto di acuire i divari preesistenti nella partecipazione al mercato del lavoro”.

Per Maurizio Franzini (Professore ordinario di Politica Economica nella Sapienza, Università di Roma e direttore del “Menabò di Etica e Economia”) “la pandemia rende particolarmente importante affrontare il problema dei giovani, e farlo nella consapevolezza che non si tratta di un gruppo omogeneo. È così soprattutto perché le loro condizioni familiari sono molto diverse e molto influenti; non tenerne conto significa spianare la strada a un peggioramento della mobilità sociale. Per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, Nella versione approvata a metà gennaio dal Consiglio dei Ministri i giovani sono, giustamente, una priorità. Sarebbe, però, opportuna una maggiore considerazione della loro eterogeneità e, d’altro canto, sembra trasparire una fiducia, forse eccessiva, nell’aumento dell’occupazione come soluzione di tutti o quasi i problemi”.

Per Lara Maestripieri (Ricercatrice in Sociologia Economica presso il Laboratorio di Politiche Sociali del Politecnico di Milano) “le conseguenze della pandemia Covid hanno evidenziato i limiti delle politiche di sviluppo fatte negli ultimi anni: settori come il turismo o la ristorazione, per quanto importanti, sono stati particolarmente coinvolti dalla crisi, mentre i lavori ad alta qualificazione hanno tenuto. Le attività di ricerca e sviluppo, i servizi ad alto valore aggiunto, le professioni intellettuali non solo sono stati più protetti grazie allo smartworking durante la fase dell’emergenza, ma sono anche quelli che offrono le migliori condizioni di lavoro. Per questi settori, la formazione è importante e il capitale umano viene valorizzato come risorsa fondamentale del lavoratore: per migliorare la condizione dei giovani, forse, bisognerebbe domandarci perché tra i grandi paesi europei l’Italia ha la percentuale più bassa di questi lavoratori. Investire in attività di servizio e manifattura ad alto valore aggiunto è la chiave per porre le basi per una futura crescita sostenibile e inclusiva verso le nuove generazioni”.

Claudio Gagliardi (Vice Segretario generale di Unioncamere) sottolinea che “l’urgenza di investimenti strutturali per ridurre lo skill-mismatch, dando concretezza alla parola orientamento e collegandosi stabilmente con il mondo del lavoro, appare ancora più chiara se soltanto si considera la questione demografica: entro il 2025 il sistema Italia sarà chiamato a sostituire oltre 2,6 milioni di lavoratori (indipendenti e dipendenti, inclusa la PA) che andranno in pensione, con giovani a cui in generale serviranno competenze più qualificate. Insieme ai “ristori” bisogna allora pensare a politiche di affiancamento degli imprenditori in difficoltà e, parallelamente, di rigenerazione del tessuto produttivo. Occorrono formazione dedicata per gli imprenditori in attività e percorsi di auto-imprenditorialità per i giovani e per quanti rischiano di rimanere disoccupati. Il futuro deve essere immaginato e progettato dai giovani attraverso la creazione di nuove imprese capaci interpretare i bisogni sociali emergenti, applicare le nuove tecnologie e sviluppare nuovi modelli organizzativi e di business”.

Maria Chiara Prodi (Presidente della Commissione VII “Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove” del CGIE, Presidente Acli Francia) nel suo contributo da’ spazio alle voci di alcuni giovani che vivono l’esperienza della Acli all’estero (Toronto, Svizzera e Francia) e osserva, riferendosi al ruolo delle Acli a livello internazionale: “Puntiamo sulla formazione, a patto che sia chiaro che nel mondo che verrà sarà tutto da rifare (compreso cosa e come imparare). Non sfuggiamo al nostro ruolo di accompagnatori, sapendo che l’esperienza acquisita nel mondo precedente non ci garantirà autorevolezza scontata in quello futuro. E, soprattutto, facciamo un’alleanza coi giovani perché il mondo del futuro sia costruito tenendo conto di come lo immaginano loro. Evitarr il sentimento di abbandono e stringere i legami necessari per superare la crisi insieme. Questo il messaggio trasversale con il quale noi, impegnati nella vita associativa, dobbiamo attraversare il guado di questo momento storico

Per Riccardo Giovani (Vice presidente FORMA e Direttore Politiche Sindacali e del Lavoro di Confartigianato) “la pandemia ha accentuato processi già presenti da tempo. Siamo un Paese che spende tanto nell’emergenza e assai meno nella programmazione. Da sempre sbilanciati verso le politiche passive e molto meno attenti alle politiche attive. Non possiamo correre ora il rischio di abituarci a diventare una società di sussidiati, una società che pensa a come distribuire la ricchezza senza porsi il problema di come produrla. Per questo è fondamentale investire in modo significativo sull’educazione e sulla formazione professionale, sulle competenze e sulle politiche attive, in primo luogo per preparare realmente i giovani alle sfide del futuro, ma anche per aiutare chi perde il lavoro a sviluppare conoscenze e competenze che impediscano di scivolare ai margini della vita sociale e lavorativa”.

Per Simone Romagnoli (Giovani delle Acli di Milano) “oggi, più che in passato, è essenziale riportare al centro del dibattito pubblico e politico il tema dell’occupazione e della creazione di un mercato del lavoro che sia più equo e sostenibile. In questa prospettiva i fondi di Next Generation EU sono forse l’ultima grande possibilità per affrontare il tema dell’occupazione giovanile puntando su investimenti seri, per il rilancio di un mercato del lavoro più giusto, provando a ridare la possibilità di sognare, ad una generazione che nel domani vede grande incertezza”.

Concludiamo con un’intervista a Michele Tridente (Vicepresidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il Settore Giovani e responsabile del coordinamento giovani del Fiac) che, tra l’altro, parla delle diverse proposte del Consiglio Nazionale dei Giovani che puntano “a sostenere l’occupazione giovanile a contrastare il precariato lavorativo, partendo dal potenziamento dei servizi per l’impiego e dalla previsione di sgravi fiscali e incentivi per le imprese che ricorrono all’assunzione a tempo indeterminato degli under 35. Per quanto riguarda la scuola e la formazione, abbiamo proposto di investire su strumenti per contrastare la povertà educativa e l’accrescersi della forbice delle disuguaglianze: si tratta di destinare specifiche risorse al sostegno a bambini ed adolescenti a rischio di dispersione scolastica con particolare attenzione ad alcune zone particolarmente svantaggiate del paese e di valorizzare la sinergia tra famiglie, scuole, servizi sociali e comunità”.

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