La pandemia ha accentuato processi già presenti da tempo. Siamo un Paese che spende tanto nell’emergenza e assai meno nella programmazione. Da sempre sbilanciati verso le politiche passive e molto meno attenti alle politiche attive. Non possiamo correre ora il rischio di abituarci a diventare una società di sussidiati, una società che pensa a come distribuire la ricchezza senza porsi il problema di come produrla. Per questo è fondamentale investire in modo significativo sull’educazione e sulla formazione professionale, sulle competenze e sulle politiche attive, in primo luogo per preparare realmente i giovani alle sfide del futuro, ma anche per aiutare chi perde il lavoro a sviluppare conoscenze e competenze che impediscano di scivolare ai margini della vita sociale e lavorativa

Il contesto economico e sociale del dopo Covid subirà profondi mutamenti, nell’organizzazione del lavoro, nella produzione, nei consumi e anche nelle stesse abitudini delle persone. Conseguentemente, occorre avviare importanti investimenti sulle competenze professionali, ad incominciare dall’utilizzo delle tecnologie digitali.

L’attenzione ai giovani rappresenta una  priorità per ripartire e, soprattutto alla luce degli effetti della crisi derivante dalla pandemia in atto, non si possono rinviare riforme e misure specifiche che consentano di superare alcune criticità strutturali del nostro Paese, presenti ancor prima dell’epidemia,  che riguardano il mismatch tra la domanda e l’offerta di lavoro che si traduce in un mismatch tra le competenze richieste dal mondo del lavoro e quelle acquisite nel sistema educativo, la carenza nelle competenze STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), le basse percentuali di raggiungimento dei titoli di studio secondari e terziari e, infine, livelli preoccupanti di abbandono precoce degli studi.

Siamo infatti di fronte ad un grande paradosso che è quello di un calo della domanda di lavoro e di crescita della difficoltà di reperimento di figure professionali e questo riguarda in modo particolare i giovani. La crisi derivante dal Covid si innesta, acuendola, in una situazione già molto difficile per i giovani, soprattutto in alcune realtà territoriali maggiormente marginalizzate.

L’Ufficio Studi di Confartigianato ha evidenziato che nel 2020 il mercato del lavoro ha perso l’1,3% degli occupati con un livello dell’occupazione che è sceso di 300 mila unità. Purtroppo, questo calo ha colpito maggiormente i giovani. Se ci confrontiamo con gli altri Paesi Europei il tasso di occupazione dei giovani fino a 34 anni in Italia è del 40%, oltre 15 punti inferiore al 55,5% della media UE a 27. Il tasso italiano è il più basso tra i 27 paesi dell’UE. Allo stesso tempo, sale la difficoltà di reperimento delle figure professionali ricercate dalle imprese che si attesta al 29,7%, registrando un aumento del 3,3% rispetto al 2019.

La difficoltà è poi ancora maggiore nelle piccole e medie imprese e nelle imprese artigiane dove la difficoltà di reperimento sale del 38,2% nel 2020 segnando un aumento di 5,5 punti rispetto all’anno 2019 (32,8%). Mancano operai metalmeccanici ed elettromeccanici, operai specializzati nelle industrie del legno e della carta, operai specializzati e conduttori di impianti tessile, abbigliamento e calzature, operai specializzati in edilizia e manutenzione degli edifici, conduttori di mezzi di trasporto.

L’analisi dei primi effetti della crisi Covid-19 sul mercato del lavoro oltre a confermare la fragilità del segmento dei giovani, si associa alla debolezza dell’occupazione femminile e del lavoro indipendente, che nel corso del 2020 ha registrato flessioni tra le più accentuate degli ultimi tredici anni, arco di tempo in cui si sono manifestate le tre gravi recessioni del XXI secolo. Sempre secondo recenti dati dell’Ufficio studi di Confartigianato, il segmento delle giovani donne soffre maggiormente, registrando una flessione dell’8,9% a fronte del calo del 3,9% dei giovani under 35 maschi. In tutte le ripartizioni il calo dell’occupazione giovanile femminile è più ampio di quello della corrispondente componente maschile, arrivando in doppia cifra nel Centro (-11,9%) e nel Mezzogiorno (-10,3%). Nell’arco degli ultimi quattro trimestri l’occupazione femminile scende del 3,5% (-344 mila occupate) a fronte del calo del 2% di quella maschile (-278 mila occupati).

Inoltre, per fronteggiare la crisi, le imprese hanno intensificato l’utilizzo delle tecnologie digitali e i trend di lungo periodo stimano che tra il 2020 e il 2024 le imprese richiederanno il possesso di competenze green e digitali sia di importanza intermedia che elevata. Il 59% delle assunzioni nelle PMI richiede competenze digitali, per il 52% skills matematico-informatiche e per il 36% tecnologie 4.0.

Nella direzione di superare queste criticità si debbono focalizzare le prospettive di ripresa del nostro Paese attraverso il rilancio di una istruzione e formazione professionale in grado di rispondere alle esigenze di un mercato del lavoro in costante e veloce evoluzione. Nella definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che il nostro Paese a breve dovrà presentare alla Commissione Europea è di immediata evidenza quanto ci si debba concentrare sull’obiettivo di un tasso di occupazione italiano in linea con la media dell’UE entro la fine del decennio e della necessità di adottare misure e politiche che riguardino la disoccupazione giovanile, compreso il fenomeno dei NEET, e promuovano l’occupazione femminile.

Così come al centro della ripartenza va messa la centralità del lavoro: risorse ed energie importanti vanno allocate per creare impresa, lavoro vero e di qualità, come quello delle PMI. Infatti, se è vero, come è vero, che gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro sono stati pesantissimi, con un impatto particolarmente concentrato sui giovani, è necessario che gli obiettivi di policy siano declinati in concrete azioni per rimuovere gli ostacoli che, da un lato, mettono le imprese di fronte alla mancanza delle figure professionali di cui avrebbero bisogno e, dall’altro, scoraggiano ad assumere.

Non esistono facili ricette, certamente però l’investimento sulla formazione professionale può avere un ruolo determinante per la crescita e l’occupabilità dei giovani. Proprio per questo, la prima misura da attuare è quella di investire sulle competenze professionali puntando sull’apprendistato. Ridurre il mismatch di competenze significa intercettare i reali fabbisogni delle imprese e sostenerle concretamente nell’investimento sulla formazione on the job, incentivando il ricorso all’apprendistato duale.

Ma ancora prima è fondamentale la previsione di un forte ed efficace sistema di orientamento scolastico e professionale. Va avviata una riforma del sistema di orientamento che consenta di guidare i giovani e le loro famiglie verso percorsi formativi che tengano conto da un lato delle attitudini e propensioni personali e dall’altro delle prospettive occupazionali e di lavoro futuro.

Un orientamento efficace e strutturato in tutto il percorso formativo ma con una attenzione specifica nei momenti di passaggio da un ciclo di studi ad un altro (tra le scuole medie e le superiori e tra le superiori e gli ITS e/o l’università) consentirebbe di contrastare alcuni fenomeni preoccupanti come il mismatch di competenze e la dispersione scolastica.

L’attività di orientamento va affidata ad orientatori specificatamente formati e aperta agli stakeholder e al territorio di riferimento. Inoltre, per aumentarne la profittabilità dovrebbe implicare anche una efficace attività di informazione/comunicazione capace di far conoscere realtà formative ancora poco note (si pensi agli ITS) o sulle quali gravano pesanti pregiudizi (Istruzione e Formazione Professionale -IeFP), al fine di farne conoscere le potenzialità.

La formazione professionale, infatti, rappresenta ancora una scelta residuale, come dimostrato dai primi risultati sulle iscrizioni all’anno accademico 2021/2022 pubblicati dal Ministero dell’Istruzione e dai quali emerge come i Licei, con il 57,8% delle preferenze, si confermino in testa alle scelte delle studentesse e degli studenti. Seguono gli Istituti tecnici, con il 30,3% delle iscrizioni (30,8% un anno fa), e i Professionali, scelti soltanto dall’11,9% degli studenti (12,9% lo scorso anno). In questo ambito andrebbe rilanciata e/o sostenuta anche l’alternanza scuola lavoro che, insieme all’apprendistato duale, può portare ad un rinnovato rapporto tra scuola e lavoro.

E’ importante il rilancio dell’istruzione e della formazione tecnica e professionale, anche grazie al sistema di orientamento, in quanto si tratta di percorsi che prevedono in uscita la maggior parte delle figure professionali richieste dalle imprese, collegate alle filiere produttive della manifattura e del Made in Italy, alle nuove tecnologie e che spesso sono figure di difficile reperimento.

La qualità formativa di tali percorsi va assicurata attraverso uno stretto collegamento con i sistemi produttivi strategici dei territori per una facile transizione nel mondo del lavoro, potenziando le attività didattiche laboratoriali e gli strumenti di alternanza scuola-lavoro.

Ancora. L’utilizzo crescente delle tecnologie digitali, intensificatosi durante la pandemia Covid-19, profila una domanda di lavoro caratterizzata da una maggiore diffusione di competenze digitali. Conseguentemente, occorre avviare importanti investimenti sulle competenze professionali, ad incominciare dall’utilizzo delle tecnologie digitali. In tale ottica un obiettivo importante è quello di costruire una filiera della formazione professionale che parta dalle scuole secondarie, compresa la istruzione e formazione professionale, e trovi il suo completamento negli ITS che costituiscono un laboratorio per la formazione di nuove competenze e profili professionali.

Infine, c’è un aspetto fondamentale da evidenziare e riguarda l’utilizzo dell’apprendistato come canale privilegiato di accesso al lavoro dei giovani.

Come abbiamo ampiamente evidenziato, le mutate esigenze del post Covid rendono necessario un adeguamento delle competenze professionali. Occorre, quindi, incentivare il ricorso all’apprendistato quale strumento indispensabile per far fronte alle difficoltà per le imprese a reperire manodopera qualificata e quale canale di ingresso privilegiato nel mondo del lavoro. Non solo l’apprendistato formativo, ma anche l’apprendistato professionalizzante, che va sostenuto e rilanciato perché è l’unico contratto di lavoro a contenuto formativo che esalta il valore formativo del lavoro.

In conclusione, si può dire che la pandemia ha accentuato processi già presenti da tempo. Siamo un Paese che spende tanto nell’emergenza e assai meno nella programmazione. Da sempre sbilanciati verso le politiche passive e molto meno attenti alle politiche attive. Non possiamo correre ora il rischio di abituarci a diventare una società di sussidiati, una società che pensa a come distribuire la ricchezza senza porsi il problema di come produrla.

Per questo è fondamentale investire in modo significativo sull’educazione e sulla formazione professionale, sulle competenze e sulle politiche attive, in primo luogo per preparare realmente i giovani alle sfide del futuro, ma anche per aiutare chi perde il lavoro a sviluppare conoscenze e competenze che impediscano di scivolare ai margini della vita sociale e lavorativa.

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