Sarà fondamentale un serio investimento in infrastrutture e tecnologie per l’apprendimento digitale e per la digitalizzazione che possa facilitare l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro con un’attenzione particolare ai più giovani che spesso, dopo la scuola dell’obbligo o dopo aver esaurito un normale percorso di studi, si trovano intrappolati in un limbo che non gli offre occasioni per incrementare qualifiche e competenze ulteriori né prospettive professionali di crescita. Dobbiamo trovare strumenti per scuotere questa realtà di passaggio e riattivare coloro che potrebbero rimanere ai margini.

Che impatto sta avendo La pandemia da Covid-19 sulla vita dei giovani e sulle loro prospettive lavorative?

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la pandemia da Covid-19 ha causato una perdita di lavoro senza precedenti, che ha colpito 114 milioni di persone. Tra queste, oltre il 70% – ovvero più di 80 milioni di persone – è fuoriuscito dal mondo del lavoro per inattività, anziché per disoccupazione. Ciò significa che la grande maggioranza di coloro che hanno perso il lavoro erano non più in grado di svolgere la propria occupazione – per le restrizioni mirate a limitare il contagio, per motivi di salute, ecc. – oppure hanno cessato la ricerca attiva di un impiego (Nota OIL su “COVID-19 e il mondo del lavoro”)

Oltre agli stati di insicurezza e ansia ormai dimostrati dalla psicologia e dagli studiosi, causati in particolare dalle misure sociali adottate per contenere la diffusione del virus, come ad esempio le limitazioni ai contatti e agli spostamenti, la pandemia ha generato – o, forse, contribuito ad alimentare – un forte senso di insicurezza sul lavoro. Nel nostro Paese, inoltre, l’emergenza sanitaria ha contribuito ad aumentare il numero di Neet (Neither in Employment or in Education or Training), ovvero quei giovani che non lavorano, non studiano e non cercano un lavoro. Secondo le stime della Commissione europea, gli italiani tra i 15 e i 24 anni che fanno parte di questa categoria hanno raggiunto il 20,7% nel secondo trimestre del 2020.

Ciò significa, in termini pratici, che più di un giovane su cinque non lavora, non studia e non cerca un impiego. Una percentuale preoccupante, soprattutto se confrontata con la media dei Paesi dell’Unione europea, che si attesta all’11,6% – quasi la metà di quella italiana – e che diventa emergenziale se si estende l’indagine sino ai 34 anni, ottenendo oltre tre milioni di Neet in Italia.

 

L’Europa con Next Generation EU, il pacchetto di misure finalizzate alla ripresa dal Covid-19, sembra guardare anche ai giovani. Si tratta di un punto di partenza. Ma cosa serve per orientare al meglio le politiche per i giovani?

L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, assunta dalla stessa Unione europea come punto di riferimento per le proprie politiche, sottolinea l’importanza di adottare un’ottica di giustizia intergenerazionale. La stessa ottica dovrebbe ispirare il piano italiano di impiego delle risorse europee messe a disposizione dal Next Generation Eu. Quest’ultimo, spesso indicato in modo erroneo come “Recovery Fund”, ha questo nome – Next Generation, appunto – poiché, come ha detto il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, “servirà ad investire sulle prossime generazioni”.

Le proteste da parte di molti giovani sull’utilizzo delle risorse europee del Next Generation Eu, però, fanno suonare un campanello d’allarme. Realtà come Il Consiglio Nazionale dei Giovani assieme alla Fondazione Bruno Visentini, Visionary Days e Officine Italia, nelle scorse settimane, hanno promosso campagne comunicative, studi e ricerche che richiedono alla presidenza del Consiglio di istituire un autonomo pilastro all’interno del PNRR appositamente dedicato o di impiegare una quota (almeno il 10%) dei 196 miliardi che saranno stanziati per il nostro Paese in politiche attive per i giovani e per il loro inserimento nel mondo del lavoro. La mancanza di un piano organico per le politiche del lavoro giovanile e risorse pari a poco più di 2 miliardi per questo settore hanno anche spinto oltre 100mila giovani a firmare la petizione lanciata da queste ultime due realtà. E, fra l’altro, non ci si è limitati soltanto a contestare tale situazione, ma sono state rilanciate alcune proposte: dall’inserimento nel mondo del lavoro di 800mila giovani attraverso il rinnovamento di Garanzia Giovani all’inserimento di 300mila ragazzi in percorsi di formazione qualificanti su trasformazione digitale e transizione energetico-ambientale, oltre al sostegno di più di 300mila giovani (e meno giovani) in percorsi di reinserimento lavorativo, tramite apprendistati duali sistematizzati e programmatici e percorsi di istruzione e formazione.

 

Come analizzare ed affrontare la questione dei Neet?

Il sistema educativo non riesce a trattenere molti dei giovani studenti per svilupparne le conoscenze (nella fascia 18-24 anni, un buon 13,5% non ha completato il ciclo di istruzione secondaria superiore) e non riesce a fornire le competenze richieste nel mercato del lavoro da enti ed imprese (il c.d. mismatch). La natura stessa del “mercato” tende a favorire – per indirizzi politici via via consolidatisi che hanno portato ad interventi di regolazione orientati verso la flessibilità – soluzioni contrattuali più flessibili e meno impegnative (non solo fiscalmente) per i datori di lavoro. Inoltre, si registra un malfunzionamento o squilibrio del sistema delle politiche del lavoro che non riescono a fornire servizi di formazione, attivazione e orientamento all’altezza delle necessità. E potremmo continuare.

Rispetto alla categoria dei Neet, dobbiamo rilevare che e’ il risultato di una misura armonizzata a livello europeo, la quale presenta più di una criticità se confrontata con la realtà italiana.

L’Istituto Toniolo intuendo che una parte dei soggetti ricompresi in quella categoria così generale poteva essere (ri)assorbita dall’economia sommersa e dal lavoro nero – e quindi non rappresentasse esattamente il ritratto di un giovane “che non fa niente tutto il giorno” – ha proposto di considerare Neet quei giovani “senza segnali amministrativi di istruzione e lavoro”. Questo punto di vista è confermato anche da una ricerca dell’Iref. In generale, certo, possiamo dire che questa categoria appare sopravvalutata nella sua validità scientifica e statistica. In Italia, appunto, vi si possono ricomprendere soggetti diversissimi fra loro: il giovane che non è riuscito negli studi e non trova l’entusiasmo per lavorare o per accedere al mercato del lavoro e quindi “vegeta” in attesa di nuovi stimoli o occasioni; ma anche – paradossalmente – l’erede di una fortuna milionaria che decide di non lavorare e non studiare ma solo di godersi quelle sostanze di cui dispone. Ed ancora persino il giovane che viene sottratto all’istruzione pubblica dalle organizzazioni criminali che lo “arruolano”. La situazione di questi giovani può essere considerata la stessa la stessa? Com’è possibile quindi pensare ad un intervento generalista per la riduzione del fenomeno dei Neet, senza tenere di conto di queste diversità’?

Varrebbe la pena di rifletterci e di approfondire metodi di segmentazione della categoria, in modo da studiare interventi mirati e certo più efficaci per ciascuna tipologia di giovani.

La pandemia comunque non ha fatto che acuire in modo drammatico questa vera e propria ingiustizia generazionale. Secondo i dati mensili forniti da Eurostat, il tasso di disoccupazione in Italia dei soggetti under-25 è passato dal 26,8% dell’agosto 2019 al 32,1% dell’agosto 2020. Quasi 5 punti percentuali di differenza. E, si badi bene, dobbiamo considerare che ancora vige il c.d. blocco dei licenziamenti. Per quanto riguarda il reddito invece, secondo l’Indagine straordinaria sulle famiglie italiane effettuata da Banca d’Italia alla fine della primavera del 2020, fra i 18-34enni intervistati, il 60% dichiarava una diminuzione consistente del proprio reddito, considerando anche le misure di sostegno pubblico ed il 21,2% di questi sosteneva di aver perso più del 50% del proprio reddito mensile.

 

Le Acli stanno immaginando proposte ed iniziative concrete per avvicinare i giovani al mondo del lavoro?

È chiaro che in questo ambito le ACLI debbono riscoprire un ruolo pro-attivo e propositivo. Possiamo dire e fare molto in merito a questi temi. Perché, allora, non dedicare il nuovo mandato a rimboccarsi le maniche e lavorare a proposte concrete, realizzabili, vicine alla nostra sensibilità “da ospedale da campo” in questa direzione?

Penso allo sviluppo delle capacità dei servizi per l’impiego, per raggiungere un maggior numero di giovani (compresi i gruppi più vulnerabili) ed offrire un sostegno ed un supporto più personalizzato, in termini di consulenza, orientamento e tutoraggio.

Indubbiamente molto c’è da fare anche sul piano della formazione professionale, per la quale dovremo chiedere alle istituzioni investimenti maggiori, una maggiore diffusione in tutte le Regioni del Paese ed uno sforzo di coordinamento ben congegnato che migliori il contrasto al fenomeno del cosiddetto mismatch. Da sempre, inoltre, ci battiamo per il rafforzamento del sistema duale.

Penso anche all’implementazione di sistemi di mappatura e monitoraggio rafforzati, magari da una sinergia con le realtà “sentinella” del terzo settore per individuare i giovani che sono (o rischiano di diventare) disoccupati o inattivi.

In ogni caso, sarà fondamentale un serio investimento in infrastrutture e tecnologie per l’apprendimento digitale e per la digitalizzazione che possa facilitare anche l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro con un’attenzione particolare ai più giovani che spesso, dopo la scuola dell’obbligo o comunque dopo aver esaurito un normale percorso di studi, si trovano intrappolati in un limbo che non gli offre occasioni per incrementare qualifiche e competenze ulteriori né prospettive professionali di crescita. Dobbiamo trovare strumenti per scuotere questa realtà di passaggio e ri-attivare coloro che potrebbero rimanere ai margini.

 

Le Acli da sempre dedicano un’attenzione particolare ai giovani e alle donne e da diversi anni danno la possibilità a molti giovani di vivere il Servizio Civile nelle proprie sedi presenti in tutto il territorio nazionale. Quali sono i frutti di questa esperienza sul piano dell’inserimento nel mercato del lavoro?       

Il Servizio Civile si sta rilevando sicuramente uno strumento utile. Si tratta di una di quelle politiche che può e dev’essere rilanciata, in quanto ponte verso il mondo del lavoro. In un recente studio realizzato da Valerio Martinelli e Alessandro Zuti Sviluppare Valore nell’Esperienza sul Campo. Gli effetti del Servizio Civile in Toscana, (Franco Angeli, Milano 2020), è stato dimostrato come il Servizio Civile ha permesso ai giovani operatori di avere maggiori possibilità di trovare lavoro, con un’intensità dell’effetto che varia in relazione al genere. Infatti, le giovani donne che hanno svolto il Servizio Civile, a distanza di 18 mesi dalla conclusione dell’esperienza, hanno una probabilità di essere occupate con contratto di lavoro subordinato maggiore del 18,7% rispetto alle loro competitors che invece non hanno avuto modo di partecipare al servizio.

Una politica, dunque, non solo efficace nel combattere il fenomeno dei Neet, coinvolgendo i giovani in un percorso al contempo formativo e lavorativo, ma anche il crescente gap che penalizza le giovani donne. La pandemia, infatti, ha colpito più violentemente le categorie già lavorativamente svantaggiate come i giovani, gli stranieri e, appunto, le donne. Il rapporto Il Mercato del lavoro 2020. Una lettura integrata realizzato dall’Istat, in collaborazione con il Ministero del Lavoro e Inps, evidenzia le principali criticità. La percentuale di donne che ha perso il lavoro nel 2020 è doppia rispetto a quella degli uomini (1,3% contro 0,7%); le donne risultano più penalizzate anche nelle nuove assunzioni: considerando i primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra un calo del 26,1% delle nuove assunzioni che hanno riguardato le donne a fronte della diminuzione del 20,7% dei contratti attivati per gli uomini.

 

Concludiamo con una domanda sui servizi che le Acli realizzano per i lavoratori con un’attenzione particolare ai giovani. Quali sono i più rilevanti?

Partiamo dalla formazione. Per i giovani ma anche per gli adulti, senza dimenticare le aziende e le istituzioni: la rete Enaip, presente in diverse regioni del nostro Paese, offre corsi di formazione professionale e di aggiornamento.

L’Enaip propone corsi triennali di istruzione e formazione professionale (noti anche con l’acronimo di IeFP) rivolti ai giovani di età compresa tra i 14 e i 18 anni, che rappresentano una valida offerta formativa complementare ai tradizionali percorsi scolastici perché consentono di imparare un mestiere e di inserirsi nel mondo del lavoro grazie ad una formazione anche pratica, che prevede molte ore di stage, tirocini e attività di laboratorio.

Vengono proposti anche i percorsi di Istruzione Tecnica Superiore (noti anche con la sigla ITS) che consentono di ottenere una specializzazione tecnica superiore. Si tratta di un’offerta formativa post-diploma parallela all’Università che rappresenta un’ulteriore possibilità, dopo il diploma, di proseguire gli studi acquisendo una professionalità potenzialmente molto coerente con le richieste espresse dal mercato del lavoro. In sostanza sono rivolti a diplomati in cerca di specializzazione e occupazione. Viene inoltre proposta la possibilità di realizzare l’esperienza dell’apprendistato e alcune attività che accompagnano alla ricerca del lavoro e di outplacement.

Anche il Patronato Acli realizza servizi per i lavoratori per rispondere ai loro bisogni e tutelare i loro diritti. In particolare, vengono offerte consulenza, servizi di tutela ed accompagnamento alle persone in tutte le fasi della vita, durante la ricerca del lavoro, nel corso dell’esperienza lavorativa fino al termine del rapporto. In particolare, in riferimento ai giovani, si propone un servizio di orientamento professionale finalizzato a: sostenere e facilitare processi di scelta e di transizione professionale e formativa; favorire la ricerca attiva del lavoro; supportare l’inserimento/reinserimento lavorativo.

Vengono offerti sia dal Patronato che dall’ENAIP servizi finalizzati a realizzare il Bilancio delle competenze: un percorso di consulenza orientativa individuale che consente alla persona di fare il punto su di sé e sulla propria situazione professionale; per progettare un inserimento o reinserimento lavorativo o per sviluppare la propria professionalità.

Si sostiene anche la ricerca attiva del lavoro offrendo servizi, svolti in forma individuale o di gruppo, che hanno la funzione di supportare la persona per farle acquisire le tecniche per la ricerca di un lavoro, come ad esempio elaborare il proprio CV, rispondere alle inserzioni, gestire un colloquio di lavoro.

Inoltre vengono offerti servizi incontro domanda-offerta di lavoro che hanno l’obiettivo di favorire, attraverso strategie e azioni diversificate, il raccordo tra la domanda di lavoro espressa dalle imprese e l’offerta di lavoro di chi è in cerca di occupazione, nel rispetto delle garanzie legali previste dalla normativa. Si tratta di servizi e progetti preziosi – centrali nella mission delle Acli – che vanno sviluppati in sinergia tra i due grandi Enti storici del nostro sistema, e diffusi capillarmente in tutto il Paese. informare, offrire consulenze, tutela ed accompagnamento alle persone in tutte le fasi della loro vita: durante la ricerca di lavoro, nel corso dell’esperienza lavorativa fino al termine.

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