La pandemia rende particolarmente importante affrontare il problema dei giovani, e farlo nella consapevolezza che non si tratta di un gruppo omogeneo. È così soprattutto perché le loro condizioni familiari sono molto diverse e molto influenti; non tenerne conto significa spianare la strada a un peggioramento della mobilità sociale. Per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nella versione approvata a metà gennaio dal Consiglio dei Ministri i giovani sono, giustamente, una priorità. Sarebbe, però, opportuna una maggiore considerazione della loro eterogeneità e, d’altro canto, sembra trasparire una fiducia, forse eccessiva, nell’aumento dell’occupazione come soluzione di tutti o quasi i problemi..

In Italia, da diversi decenni, il reddito dei figli (meglio: di molti figli) è inferiore a quelli che guadagnavano i rispettivi genitori alla loro età; inoltre, nel nostro paese, è molto, molto difficile che il figlio di un ‘povero’ finisca tra i ‘ricchi’ della sua generazione, e viceversa. In altri termini siamo un paese socialmente immobile in senso sia assoluto (pochi raggiungono posizioni economiche migliori di quelle dei propri genitori) sia relativo (molto difficilmente si occupa, nella scala sociale ed economica, un gradino diverso da quello dei propri genitori).

Vi sono buone ragioni per considerare queste due immobilità problemi molto seri, legati da complessi rapporti di causa ed effetto al funzionamento non soltanto dell’economia ma anche della democrazia.

La pandemia ‘trasforma’ il futuro, lo rende un tempo diverso, e più temibile. Soprattutto per i giovani che con quel tempo dovranno convivere a lungo e ancor di più per quei giovani che iniziano la loro gara della vita trovandosi alcuni o molti passi indietro rispetto agli altri. Interrogarsi su come la pandemia, con i suoi effetti sul presente, cambia il futuro dei giovani equivale, largamente, a chiedersi che effetti essa avrà sulla mobilità sociale, quella assoluta e quella relativa.

Iniziamo dalla mobilità assoluta. I giovani entrati da poco sul mercato del lavoro sono tra i primi ad avere perso, con l’esplodere della crisi, il posto di lavoro, essendo in gran parte occupati con contratti a termine. Al di là dei danni immediati il rischio è che questa interruzione dell’occupazione peggiori la loro futura carriera lavorativa, con l’esito di perdere terreno – oltre quanto già sarebbe avvenuto – nei confronti delle generazioni precedenti.

I giovani che si accingevano a entrare nel mercato del lavoro e quelli che lo faranno nell’immediato futuro – dunque, in un periodo di recessione o, comunque, di bassa attività economica – avranno anch’essi, stando ai risultati convergenti di molti studi empirici, una carriera lavorativa peggiore e il reddito che guadagneranno nell’intero arco della loro vita lavorativa sarà più basso.

Le ragioni di questi effetti persistenti sulle carriere delle difficoltà immediate – chiamati “effetti cicatrici” – sono diverse; tra di esse vi sono la perdita di competenze e l’insicurezza che, traducendosi in avversione al rischio, spinge ad accettare lavori subito disponibili anche se poco remunerati e con peggiori prospettive.

Se guardiamo ai giovani che sono ancora nella loro fase formativa il danno immediato consiste in un peggioramento significativo del loro apprendimento a causa degli sconvolgimenti nella didattica e nel funzionamento delle scuole. Vi è sufficiente evidenza – basata ad esempio sugli effetti degli scioperi degli insegnanti e su quelli delle vacanze estive – che la riduzione del tempo trascorso a scuola incide sul successo agli esami e sulla futura carriera lavorativa, anche a causa delle ripercussioni che hanno sull’apprendimento e sulle motivazioni gli effetti psicologici negativi derivanti dalla mancata interazione con i compagni e dall’isolamento.

Il peggioramento nell’apprendimento minaccia di trasformarsi, per molti, in un insuperabile ostacolo al raggiungimento, in futuro, di un lavoro e di una vita ‘migliori’ di quelli dei propri genitori. La mobilità assoluta, per loro, diventa irraggiungibile.

Veniamo ora alla mobilità relativa e alla possibilità che la pandemia accresca la dipendenza del destino economico e sociale dei figli dalle condizioni delle loro famiglie. Questa mobilità ha qualche legame con quella assoluta ma è, da essa, largamente indipendente. Possiamo, infatti, avere mobilità assoluta (tutti stanno meglio dei genitori) e immobilità relativa (i figli occupano lo stesso gradino nella scala sociale che occupavano i loro genitori).

Appare indiscutibile che il danno formativo sarà maggiore per i bambini e i ragazzi che vivono in contesti familiari svantaggiati. Lo dimostrano numerose esperienze passate e lo confermano i primi dati sulla pandemia da Covid-19. Quel danno dipende dalla diversa possibilità di sfruttare al meglio la didattica a distanza che è influenzata, principalmente, dalle condizioni abitative, dall’accesso alle tecnologie digitali e dalla conoscenza che se ne ha, dal supporto che si può ricevere in famiglia e anche dal clima familiare. Tutte variabili collegate al reddito dei genitori e al loro titolo di studio. Rilevante è anche la diversa capacità delle scuole di organizzare la didattica a distanza che, in generale, tende ad essere maggiore nelle scuole in aree più ricche e frequentate da studenti con background familiari migliori.

In queste condizioni rischia di aggravarsi il già penoso fenomeno della dispersione scolastica e si rafforza la prospettiva di un maggior tasso di insuccesso scolastico degli studenti svantaggiati. Tutto ciò, in assenza di correttivi, si rifletterà sulla futura carriera lavorativa e la scuola sarà un ‘ammortizzatore’ poco efficace delle disuguaglianze di partenza.

Ma le origini familiari possono essere rilevanti anche attraverso canali diversi dall’istruzione. Vi sono segnali che chi ha origini familiari svantaggiate in Italia soffre una sorta di penalizzazione economica nel mercato del lavoro, anche a parità di titolo di studio: le retribuzioni sono mediamente più basse e il rischio di perdere il posto di lavoro è più alto.

E’ plausibile che tra i giovani espulsi per primi dal mercato del lavoro nel corso di questa pandemia prevalgano quelli che provengono da famiglie povere. Allargando lo sguardo al lavoro autonomo occorre prestare attenzione anche a un’altra possibile conseguenza della pandemia: il tracollo di molte attività autonome potrebbe significare per molti figli di coloro che gestivano quelle attività il dissolvimento di una prospettiva lavorativa in grado di assicurare un reddito, anche elevato. Paradossalmente la mobilità sociale relativa potrebbe trarne beneficio, anche se marginalmente, ma ciò avverrebbe attraverso il peggior meccanismo: i figli di alcuni benestanti che diventano poveri mentre i figli dei poveri restano poveri. La strada maestra dovrebbe, invece, essere quella che non esclude che i figli dei poveri possano raggiungere e superare almeno qualcuno dei figli dei più ricchi senza che questi ultimi debbano necessariamente veder peggiorare la propria posizione in termini assoluti.

Questi complessi, e nell’insieme non tranquillizzanti, effetti della pandemia sulla mobilità sociale – e, in definitiva, su aspetti rilevantissimi delle disuguaglianze – non sembrano ricevere l’attenzione che meritano. Non che manchino, nei più diversi ambiti, le dichiarazioni di preoccupazione per i giovani, ma quasi sempre ad ispirarle è altro da quanto si è appena detto: le disuguaglianze tra giovani e anziani, la presenza di un gran numero di giovani che non studiano e non lavorano (i cosiddetti NEET) e anche altro. Quello che sfugge è che le condizioni e le prospettive dei giovani sono molto diverse, ed è così perché tra i giovani vi è molta disuguaglianza. Lo documenta, ad esempio, uno studio dell’OCSE dal quale risulta che, pressoché ovunque, tra i giovani entrati da poco nel mercato del lavoro le disuguaglianze sono molto ampie, ben più ampie di quelle che si rilevano all’interno di coorti di età più avanzate. Inoltre, la disuguaglianza tra i giovani tende a peggiorare, generazione dopo generazione, cosicché tra i trentenni di oggi le disuguaglianze sono molto maggiori di quanto fossero 2 o 3 decenni fa. Anche il gruppo dei NEET è tutt’altro che omogeneo: esaminandolo con più attenzione si scoprirebbe che al suo interno vi è chi cerca lavoro e non lo trova, chi il lavoro lo aveva e lo ha perso, chi probabilmente ha un lavoro nero e chi un lavoro non lo cerca e non lo ha mai avuto forse perché non ne ha bisogno. Le condizioni familiari aiutano a comprendere, almeno in parte, queste differenze.

La pandemia rende particolarmente importante affrontare il problema dei giovani, e farlo nella consapevolezza che non si tratta di un gruppo omogeneo. È così soprattutto perché le loro condizioni familiari sono molto diverse e molto influenti; non tenerne conto significa spianare la strada a un peggioramento della mobilità sociale. In questa prospettiva, appare auspicabile una maggiore attenzione alle questioni di cui si è detto in queste note. E ciò vale anche per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Nella versione approvata a metà gennaio dal Consiglio dei Ministri i giovani sono, giustamente, una priorità. Sarebbe, però, opportuna una maggiore considerazione della loro eterogeneità e, d’altro canto, sembra trasparire una fiducia, forse eccessiva, nell’aumento dell’occupazione come soluzione di tutti o quasi i problemi. Non si può certo negare l’importanza di un ampliamento dell’occupazione giovanile, ma per rendere il futuro meno temibile e più giusto per gran parte della Next Generation occorre prestare grande attenzione anche a molto altro.

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