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Ci sono alcuni cambiamenti che per essere colti richiedono anche solo degli attimi. Altri, come quello demografico, che si configurano silenziosamente nel corso di decenni. Le trasformazioni nell’intensità e nei caratteri di fenomeni quali la fecondità, la nuzialità e la stessa mortalità, talvolta sfuggono a chi si limita a cogliere la realtà demografica con la lente dell’osservazione ravvicinata anno dopo anno. In questi casi è necessario essere accompagnati dalla voce esperta di chi ripercorre i cambiamenti affiancando dati quantitativi del presente con quelli del recente passato, alla ricerca di motivazioni e implicazioni dei mutamenti stessi.  Questo è ciò che accade nel Rapporto-proposta “Il cambiamento demografico” curato dal Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana.

“Lo scopo di questo Rapporto-proposta, al quale hanno lavorato alcuni dei maggiori demografi italiani di varie matrici culturali – spiega il Card. Camillo Ruini – è proprio far entrare nell’intero corpo sociale la consapevolezza della sfida demografica con cui l’Italia deve inevitabilmente misurarsi”.
Il Rapporto-proposta, seppur breve ed essenziale, tratta i più rilevanti fenomeni demografici e le profonde trasformazioni strutturali della popolazione italiana nell’arco dell’ultimo trentennio: da un lato la diminuzione delle nascite e i mutamenti delle strutture familiari, la sconfitta della mortalità precoce e l’invecchiamento della popolazione, le conseguenze demografiche dell’aborto, il ritardo nel passaggio all’età adulta, la disoccupazione giovanile e le difficoltà delle giovani famiglie e di quelle numerose, in particolare la fatica delle donne nel conciliare cura dei figli e lavoro; dall’altro il tema del rapido aumento dell’immigrazione, con la sua incidenza, ma anche con i suoi limiti nel contrastare il declino demografico dell’Italia, oltre a ulteriori particolari problematiche.

In questa cornice si pone anche e soprattutto il processo di indebolimento e frammentazione della famiglia, che recepisce e al tempo stesso determina il cambiamento demografico. L’evoluzione dei fattori dinamici – come natalità, mortalità e migratorietà -, congiuntamente ai cambiamenti nei modi e nei tempi di formazione e dissoluzione delle unioni, ha infatti prodotto radicali trasformazioni non solo nelle caratteristiche complessive della popolazione, ma anche nella sua fondamentale articolazione in famiglie.
Il panorama dell’ultimo ventennio sottolinea tanto il processo di nuclearizzazione in atto nella realtà italiana – inteso come progressivo ridursi delle forme familiari estese e plurinucleari, fino alla scomparsa del nucleo stesso (de-nuclearizzazione) – quando si sceglie o ci si trova a vivere da soli – quanto quello di polverizzazione, ovvero dell’aumento del numero di famiglie e della contemporanea riduzione del numero medio di componenti, dovuta soprattutto ad un incremento delle coppie senza figli.
Persistono però i segni dei legami forti, come specificità tutta italiana: le forme di famiglia mutano, ma le relazioni di sangue tra genitori e figli si mantengono e l’immagine della famiglia “allargata” assume tratti nuovi rispetto al passato. La famiglia diventa infatti “estesa” al di fuori delle mura domestiche, anche grazie alla prossimità abitativa, che facilita il raggiungimento delle abitazioni reciproche, e alle reti di relazione e supporto che accompagnano le fasi più delicate della vita familiare di giovani e anziani. Ci si aiuta, ci si incontra, si trascorre del tempo insieme, ma poi ognuno ritorna nella propria casa. Si moltiplicano, soprattutto nelle grandi città, le esperienze di condivisione dei problemi tra le “minifamiglie”di genitori soli con figli, anche grazie alla rete di contatti virtuali che allarga i confini della propria esperienza: community, forum, consulenze psicologiche online offrono sempre più spesso occasioni di confronto, supporto e in alcuni casi persino di incontro.
L’incremento di famiglie di piccola, e talvolta piccolissima dimensione, segnala d’altro canto il “rischio di impoverire le relazioni sociali, e di non garantire forme efficaci di solidarietà” (Benedetto XVI), che possono giocare un ruolo importante nell’acquisizione progressiva di fondamentali competenze sociali ed emotive.
Nuovi modi di vivere la dimensione familiare hanno poi fatto la loro comparsa, con incidenze ancora relativamente basse, ma in crescita e significativamente diverse tra il Nord e il Sud dell’Italia: il fenomeno LAT (Living Aparth Together) osservato tra coppie di persone che, pur stando insieme – sperimentando e condividendo una relazione affettiva – vivono in case separate; le unioni non sancite da matrimonio, le convivenze prematrimoniali, le famiglie ricostituite, quelle monoparentali e i matrimoni misti o tra stranieri.
Con riferimento alle scelte individuali e di coppia, relative ai tempi e ai modi di formazione dell’unione, il Rapporto-proposta evidenzia una decisa posticipazione dei giovani nella transizione allo stato adulto, resa lunga e difficile dalla compresenza di fattori culturali e strutturali. Questo ritardo della popolazione giovanile nel vivere gli eventi cruciali della transizione – sempre più pronunciato rispetto alle generazioni precedenti e ai coetanei europei – provoca per il paese Italia uno spreco di capitale umano e consolida la trappola demografica della bassa fecondità con conseguente invecchiamento della popolazione e perdita di equilibrio generazionale.
D’altro canto le famiglie rispondono alla mancanza di politiche di sostegno dei giovani con una strategia di supporto basato prevalentemente sull’inclusione dei figli a casa fino al raggiungimento delle condizioni ritenute necessarie per iniziare una vita autonoma. Questo blocca da un lato l’intraprendenza giovanile nell’affrontare la vita con coraggio e determinazione, e dall’altro ritarda il momento di avvio di una nuova coniugalità dei genitori con figli adulti non più conviventi.
Se le difficoltà proprie del contesto socio-economico sono uguali per tutti i giovani, non lo sono però le caratteristiche delle loro famiglie d’origine, alcune delle quali sono in grado di supportare più di altre i figli giovani. In mancanza di un adeguato intervento di welfare è probabile che si creino nuove forme di diseguaglianze.

Anche se in ritardo, a differenza delle tendenze prevalenti in ambito internazionale, i giovani italiani decidono ancora di sposarsi con rito religioso, sempre meno preferito a quello civile. Se il matrimonio è ancora una scelta diffusa, il “per sempre” non lo è altrettanto. Il rapido e recente incremento dell’instabilità coniugale, soprattutto nel Centro-Nord segnala una grave fragilità delle unioni matrimoniali, in particolar modo quando queste sono miste, con sposi di cittadinanza e religione diversa. Nel confronto con altri paesi europei e con gli Stati Uniti l’Italia, insieme all’Irlanda, mostra però i più bassi tassi di divorzialità, anche per il fatto che non tutte le separazioni arrivano a trasformarsi in divorzio.

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