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Abituati ad eccellere in molti settori, dotati di creatività, inventiva e genialità gli italiani continuano a rivelarsi uno strano popolo, almeno in campo culturale: leggono poco e scrivono molto.rnrnrn

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Si piazzano a livelli infimi nelle classifiche mondiali di alfabetizzazione e ritengono di essere novelli Dante o  Verga.

Non sanno leggere semplici testi ma nascondono romanzi nel cassetto. Come spiegare l’arcano?

Il presidente dell’AIE – Associazione Italiana Editori, nel presentare gli Stati Generali dell’Editoria che si terranno a Roma tra poche settimane ha segnalato il desolante panorama italico: le famiglie prive di una qualunque biblioteca domestica sono l’8-9% al Nord e il 18-20% nelle regioni meridionali; i giovani italiani leggono meno dei loro coetanei di altri Paesi europei: 53,8% contro il 66% della Francia o il 72,3% della Spagna.

Altri dati? 24 milioni di italiani (43,1%) hanno letto almeno un libro nel 2007 (in un anno!); ma solo 3,4 milioni ne hanno letto uno al mese. Meno della metà di chi si dichiara lettore legge tre libri all’anno.

In tutto ciò s’inserisce il linguista Tullio de Mauro che continua ostinatamente a segnalare – supportato da indagini imparziali – come il livello di alfabetizzazione degli italiani sia drammaticamente basso: nella graduatoria stilata da Statistic Canada e Ocse in occasione della Giornata Mondiale per la Lotta all’Analfabetismo ci piazziamo allo stesso livello della Sierra Leone.

Secondo l’Unla – Unione Nazionale Lotta Analfabetismo oltre 700mila italiani non sanno fare la propria firma; 5 milioni non hanno conseguito neppure la licenza elementare e meno del 20% possiede quel livello minimo di capacità alfabetiche necessarie per orientarsi nella nostra società.

Di contro pullulano i blog in cui tutti scrivono di tutto (ma come?), le case editrici sono inondate di manoscritti e sono numerosi i siti che offrono pubblicazione (volendo anche stampa) di libri. Uno degli ultimi nati www.ilmiolibro.it ha pubblicato mille libri in quattro mesi ed ha 2000 visite al giorno.

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Una contraddizione, purtroppo forse solo apparente.

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Come segnala il Presidente dell’AIE “Chi legge, legge ancor di più e chi non legge, legge sempre di meno”. E, probabilmente, chi legge di più scrive anche di più. Correndo il forte rischio di non essere poi letto. Un circolo vizioso che si può interrompere solo con interventi in grado di coinvolgere chi rischia di esser tagliato fuori, limitando il divario del “cultural divide”.

Sì quindi al “long life learning” ovvero l’educazione permanente in ogni ambito e un sì ancor più deciso alla promozione ed allo sviluppo della lettura, capovolgendo però l’attuale formula: non si deve leggere un libro perché è bello, ma perché è bello leggere un libro.

Nessuno – e questo è il punto dolente – insegna a leggere, ad apprezzare la lettura come atto in sé, fattore di sviluppo della mente; al massimo si suggeriscono buoni libri.

E’ necessario invece insegnare ad amare la lettura, il silenzio in cui ci fa immergere, la concentrazione e la fantasia, i pensieri e le elaborazioni cui una semplice frase può portare.

Ci sarebbero forse meno romanzi nel cassetto, ma più persone in grado di leggere un modulo informativo.

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