Le conseguenze della pandemia hanno evidenziato i limiti delle politiche di sviluppo fatte negli ultimi anni: settori come turismo o ristorazione sono stati particolarmente coinvolti dalla crisi, mentre i lavori ad alta qualificazione hanno tenuto. Le attività di ricerca e sviluppo, i servizi ad alto valore aggiunto, le professioni intellettuali non solo sono stati più protetti con lo smartworking, ma sono anche quelli che offrono le migliori condizioni di lavoro. Per questi settori, la formazione è importante e il capitale umano viene valorizzato come risorsa fondamentale del lavoratore: per migliorare la condizione dei giovani bisognerebbe domandarci perché tra i grandi paesi europei l’Italia ha la percentuale più bassa di questi lavoratori. Investire in attività di servizio e manifattura ad alto valore aggiunto è la chiave per porre le basi per una futura crescita sostenibile e inclusiva verso le nuove generazioni

Nella cultura popolare si rappresentano le pandemie come quei momenti storici in cui le diseguaglianze economiche e sociali arretrano di fronte ad un nemico invisibile che colpisce senza guardare in faccia a nessuno. L’immagine della nera mietitrice, spietata ma imparziale, è purtroppo una semplice retorica dalle fragili evidenze storiche, almeno se guardiamo alle epidemie degli anni più recenti. Del resto, la realtà della pandemia Covid19 che stiamo vivendo ha dimostrato proprio l’impatto dell’epidemia sulle disuguaglianze. Infatti, le necessarie misure di contenimento che si sono applicate per combattere la diffusione del virus hanno avuto effetti economici e sociali dirompenti, aggravando soprattutto le fratture intergenerazionali della nostra società.

Se è vero che è stata la generazione più anziana a essere maggiormente esposta al contagio e al rischio di un’evoluzione della malattia, sono invece state le generazioni dei giovani e giovanissimi a pagare il prezzo più alto, sia in termini di mancata formazione che in un maggiore rischio di perdita del lavoro. I dati forniti da Eurostat a livello europeo sono impressionanti: l’80% della perdita di lavoro si è verificata nel lavoro a tempo determinato, a cui da sempre sono fortemente esposti i giovani, concentrandosi in particolare in quei comparti come la vendita al dettaglio o le attività manuali non qualificate che richiedono minori competenze ai propri lavoratori.

Allo stesso tempo, la chiusura delle scuole superiori, che si è lungamente protratta nello scorso anno e in maniera diseguale tra territori, ha incrementato le disuguaglianze educative già in essere. Gli alunni delle famiglie più in difficoltà si sono spesso trovati a gestire la didattica a distanza senza la necessaria infrastruttura tecnologica e ambientale: non è solo la mancanza di una adeguata connessione a internet o di un computer personale a limitare le capacità di apprendimento degli alunni più in difficoltà, ma anche l’impossibilità di avere uno spazio privato in cui studiare, di poter contare sull’aiuto dei genitori o dei fratelli nello svolgimento delle attività formative in autonomia, la mancanza di quel supporto dei pari che spesso può essere determinante per evitare un’uscita prematura del sistema scolastico. I giovani, soprattutto se appartenenti alle classi più svantaggiate, si sono trovati a fronteggiare il doppio svantaggio di una scuola sempre più in difficoltà nell’assicurare una loro duratura integrazione nel sistema educativo e l’accesso sempre più difficile al mercato del lavoro. Non sorprende dunque che una delle conseguenze della pandemia sia stata l’incremento esponenziale dei drop out e dei neet, e che questi si concentrino nelle famiglie più svantaggiate.

Non dobbiamo, tuttavia, dimenticare che l’emergenza Covid19 interviene in una situazione che era già difficile per i giovani italiani: studi precedenti dimostrano l’incapacità del sistema produttivo italiano di valorizzare le nuove competenze dei giovani, che spesso accettano di rinunciare a parte delle proprie competenze pur di entrare nel mondo del lavoro [1]. Questa condizione, che viene definita di sovraqualificazione, è una condizione strutturale determinata da una domanda di lavoro particolarmente debole sui profili ad alta qualificazione e che si concentra in attività che richiedono un limitato capitale umano per essere svolte. In un articolo del 2020 [2], ho analizzato due delle politiche che principalmente sono intervenute sul tema dei giovani: sia nel caso della Garanzia Giovani che in quello dell’Apprendistato in alta formazione il problema vero è stata la scarsa e debole partecipazione del mondo imprenditoriale a queste iniziative, mentre i giovani rispondono attivandosi con energia e proattività, sapendo valorizzare l’importanza delle opportunità formative offerte da questo tipo di politiche.

Cercare di rispondere alla domanda su come sostenere i giovani in una situazione post-Covid non è dunque per niente semplice, nonostante la grande opportunità offerta dal Recovery Plan. Negli anni scorso, il problema dei giovani è sempre stato narrato – almeno nel dibattito pubblico – come un problema di offerta del lavoro: i giovani non sono sufficientemente attivi, i giovani non hanno le competenze richieste dal mercato, i giovani sono troppo “choosy” per accontentarsi del lavoro che gli viene offerto. Periodicamente nei giornali vengono pubblicati articoli in cui si rinnova la tesi per cui il lavoro ci sia, ma non la gente disposta a farlo. Questa retorica continua a essere dominante, nonostante le evidenze empiriche che mettono in discussione questi assunti. Un primo punto, dunque, sarebbe quello di provare a cambiare il modo in cui si guarda al problema, spostando il fuoco dai giovani a quello del settore delle imprese.

Che tipo di settore potrebbe offrire quel lavoro qualificato per cui i nostri giovani sono preparati? Quali sono le start-up innovative che possono creare lavoro di qualità per le nuove generazioni? Quale formazione professionale può essere utile offrire nel medio periodo per favorire la digitalizzazione del nostro sistema produttivo?

Le conseguenze della pandemia Covid hanno evidenziato i limiti delle politiche di sviluppo fatte negli ultimi anni: settori come il turismo o la ristorazione, per quanto importanti, sono stati particolarmente coinvolti dalla crisi, mentre i lavori ad alta qualificazione (più facilmente erogabili a distanza) hanno tenuto. Le attività di ricerca e sviluppo, i servizi ad alto valore aggiunto, le professioni intellettuali non solo sono stati più protetti grazie allo smartworking durante la fase dell’emergenza, ma sono anche quelli che offrono le migliori condizioni di lavoro. Per questi settori, la formazione è importante e il capitale umano viene valorizzato come risorsa fondamentale del lavoratore: per migliorare la condizione dei giovani, forse, bisognerebbe domandarci perché tra i grandi paesi europei l’Italia ha la percentuale più bassa di questi lavoratori. Investire in attività di servizio e manifattura ad alto valore aggiunto è la chiave per porre le basi per una futura crescita sostenibile e inclusiva verso le nuove generazioni.

 

Note

[1] Maestripieri, L. and Ranci, C. (2016) Non è un paese per laureati. La sovra-qualificazione occupazionale dei lavoratori italiani, Stato e Mercato, 108(2016/3): 425-450.  (full-text available on UAB DDD: https://ddd.uab.cat/record/181964).

[2]  Maestripieri L. (2020) ‘The Social Investment challenge and young Italians’, in Valentina Cuzzocrea, Barbara Bello, Yuri Kazepov (eds) Italian Youth in International Context. Belonging, Constraints and Opportunities. Abingdon and New York: Routledge, 95-111. https://www.routledge.com/Italian-Youth-in-International-Context-Belonging-Constraints-and-Opportunities/Cuzzocrea-Bello-Kazepov/p/book/9781138488571#sup

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