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Proponiamo un’intevista realizzata a Riccardo Di Segni, Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma

1. Sia personalmente che come comunità avete espresso la vostra condanna degli attentati terroristici di Parigi e la vostra vicinanza a popolo francese. Come interpretate ciò che sta accadendo? Perché si fa appello ad una religione per giustificare atti così violenti?

Siamo in un momento di trasformazioni epocali della scena politica mondiale con scenari completamente nuovi dovuti anche all’impatto migratorio sull’Europa. E in questi scenari la religione ha ripreso una triste centralità divenendo elemento di giustificazione della violenza. Ogni religione porta con se radici violente ma l’evoluzione di questi ultimi decenni ha portato molte religioni a comprendere che non si devono usare strumenti così violenti; altre purtroppo non lo hanno ancora compreso.

2. Nel 2006 si è recato in visita alla moschea di Roma. Una scelta di grande valore simbolico. Che cosa ricorda di quella visita? Come costruire un dialogo quotidiano, concreto, tra ebrei, cristiani e musulmani?

Esistono diversi mondi cristiani. Dialoghiamo a tutti i livelli con la Chiesa cattolica e con le rappresentanze di altre fedi cristiane presenti a Roma. E’ un dialogo che ormai ha una sua storia, anche le sue difficoltà ma tutto si svolge in un clima è molto sereno. Il rapporto con l’Islam è sicuramente più complicato perché le articolazioni dell’Islam in Italia sono varie. Noi cerchiamo sempre di stabilire rapporti di conoscenza e collaborazione ma è un cammino più difficile perché inquinato dalla politica.

3. Nel tradizione ebraica la guerra non è vista come prima o desiderabile soluzione ai conflitti umani. Anzi la pace è il supremo ideale ebraico. Nella visione profetica il centro focale di tutte le speranze messianiche risiede nella pace universale, nello "shalom". Ci può aiutare ad approfondire il significato dello shalom?

La radice shalom indica la pienezza, la completezza. Si tratta quindi di una situazione di armonia, di risoluzione dei conflitti interni alle persone e dei conflitti di tutti i tipi che riguardano i rapporti tra le persone o addirittura il rapporto tra le persone e il mondo. Quindi esistono tanti tipi di shalom possibili.
C’è il tempo della pace e c’è il tempo della guerra, non è che ci sia un rifiuto a priori della guerra. Ovviamente c’è un ridimensionamento. La cultura ebraica originaria biblica rifiuta, considera non consono, non naturale allo spirito ebraico, l’uso della spada. Se la spada viene utilizzata è solo in una prospettiva di necessità insostituibile. Non è un pacifismo assoluto, è bene chiarirlo. Si rischia di fare retorica, molto buonismo. La Bibbia in alcune parti può essere anche violenta, secondo l’ottica attuale, ma la stessa Bibbia contiene tantissimi messaggi di pace.

4. L’ebraico utilizza il termine khesed riferendosi alla misericordia. Nella vostra religione quale posto ha il tema delle misericordia? Nella Tohah e negli altri testi della tradizione ebraica quale significato assume la misericordia degli uomini e quale quella di Dio?

La parola khesed ha molti significati differenti. Indica un atteggiamento di passione, di entusiasmo che può essere buono ma anche negativo. Ci sono termini più specifici che si riferiscono alla misericordia. In particolare il termine rakamin. Tra l’altro in arabo rakim è un attributo di Allah misericordioso. Nel Signore, nella nostra tradizione, sono presenti tanti attributi ma soprattutto due: la giustizia e la misericordia, che non possono in nessun modo essere dissociati. L’immagine che noi abbiamo del nostro Signore quando ci rivolgiamo a Lui nelle nostre preghiere è quella di Colui che ha attributi di misericordia e che non deve rinunciare ad essa perché non possiamo fare a meno della Sua misericordia e del Suo perdono per sopravvivere. D’altra parte noi dobbiamo limitare, controllare il nostro comportamento.

5. Quale significato assume il giubileo nella tradizione ebraica? Come giudica la scelta di Papa Francesco di indire un giubileo della misericordia? Che significato ha nell’attuale situazione sociale, politica e culturale?

Il giubileo è un’istituzione biblica ebraica legata alla storia dell’insediamento ebraico nella terra. Quindi rappresentava un evento epocale che avveniva ogni cinquant’anni in cui ciascuno tornava ad essere libero e alla sua parte di terreno originaria in modo che ognuno potesse ripartire in condizioni di libertà ed uguaglianza. L’ebraismo, per motivi contingenti, non celebra il giubileo da almeno 28 secoli. La Chiesa ne ha ripreso alcuni significati e quindi il giubileo cristiano per il nome e per alcune ispirazioni si ricollega a radici ebraiche. Il giubileo che stiamo vedendo è un evento cristiano a cui noi assistiamo come spettatori con grande rispetto. Il fatto che il papa abbia voluto sottolineare l’aspetto della misericordia è un dato importante perché, nel momento in cui sembra che all’idea religiosa si debba accompagnare la violenza, è un messaggio controcorrente.

6. Il Giorno della Memoria è una ricorrenza che ormai si celebra da 20 anni. Come la vive la comunità degli ebrei di Roma? A suo avviso la memoria della Shoah è oggi patrimonio collettivo di tutti, non solo degli ebrei? Che cosa si può fare per rendere maggiormente consapevoli le nuove generazioni di ciò che è accaduto?

La giornata della memoria ha avuto un impatto molto importante nella diffusione della conoscenza e consapevolezza di questo dramma. Quindi ha avuto un enorme impatto educativo e siamo grati ai media che l’hanno rinforzata e amplificata. Vedendo i risultati di questo lavoro, è importante che si continui su questa strada facendo però attenzione ad un dosaggio molto sapiente delle informazioni perché si rischia la banalizzazione e l’overdose. La nostra comunità degli ebrei di Roma non aveva bisogno della giornata della memoria perché la memoria della Shoah è viva e è trasmessa costantemente.

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