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Proponiamo un’intervista a Paolo Naso Coordinatore della Commissione studi della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) e docente di Scienza politica e Giornalismo politico alla Sapienza, Università di Roma

1. Sia personalmente che come Chiese evangeliche avete espresso con chiarezza la vostra condanna degli attentati terroristici di Parigi. Come interpreta ciò che sta accadendo? Perché si fa appello ad una religione per giustificare atti così violenti? Come è possibile arrivare a un tale disprezzo per i fondamentali principi dell’umanità?

Quello che è accaduto a Parigi si colloca in una fase acuta dell’era post-secolare. La mia generazione è cresciuta nell’idea che l’esperienza di Dio avrebbe avuto un impatto sempre minore sulla vita delle persone. Oggi, invece, la religione torna nella scena pubblica manifestando una dimensione anche violenta, sanguinosa e brutale che per altro abbiamo già sperimentato nel passato. Non si tratta dunque di una novità perché l’esperienza religiosa, ieri come oggi, ha sempre avuto un volto violento, di negazione e distruzione dell’altro. E questo ha riguardato il cristianesimo, l’ebraismo e anche religioni orientali come il buddismo e l’induismo, considerate per loro natura pacifiche e non violente. Il dato epocale da cui partire è che il fenomeno religioso si accompagna alla violenza. Ma attenzione emerge anche un lato buono, tollerante delle religioni nel contesto attuale. In sostanza siamo di fronte ad un fenomeno a due teste: una buona e una cattiva. La testa buona, quella tollerante, deve trovare maggior spazio aprendo strade di dialogo che a loro volta saranno viatico per la convivenza.

2. Le chiedo di aiutarci a comprendere il rapporto tra Islam, religione e politica. Che cosa sta accadendo nel mondo arabo? Che origini ha la minaccia fondamentalista oggi espressa dall’Isis? In che misura rappresenta la fede islamica?

Esistono relazioni strutturali tra Islam e organizzazione politica. L’Islam nasce come tentativo di organizzare i vari aspetti, compresi quelli sociali, della vita di un popolo. Non si tratta di un eccezione. Se leggiamo il libro dell’Esodo vediamo come anche nel caso del popolo ebraico l’organizzazione sociale di una comunità sia legata ad un elemento religioso: si pensi ai dieci comandamenti o alle prescrizioni sociali e alimentari del Pentateuco. L’Islam con più forza rimarca alcuni aspetti di questo nesso tra religione e organizzazione sociale. Durante l’esperienza dei Califfati si sono via via si sono manifestate componenti ideologiche che hanno codificato quel modello ma, già a partire dalla decolonizzazione, varie realtà islamiche si ponevano il problema di come l’islam potesse vivere in un contesto dove emergevano una pluralità di bisogni e domande non facilmente conciliabili con un modello tecnocratico. Oggi siamo di fronte ad una contingenza geo-politica di cui anche noi occidentali siamo responsabili. Con i suoi interventi militari, l’Occidente ha inteso stabilizzare la situazione dei cosiddetti “regimi cuscinetto” che per diverso tempo avevano compresso il radicalismo islamico cercando una sua mediazione autoritaria – mi riferisco all’Iraq, al Libano e alla Siria – ma poi non è andato avanti, complice gli interessi economici in campo. Così si è aperto un vuoto politico in cui si è inserita l’esperienza dell’Isis che imita il modello storico del Califfato.
Ciò che abbiamo di fronte non è uno scontro di civiltà ma uno scontro teologico e politico interno all’Islam, tra un Islam “post-califfale”, aperto al confronto con altri modelli di governo e di organizzazione sociale, e un Islam che pensa di poter ricostruire il mito antico di un popolo e di una forma di governo (il Califfato).

3. Lei è stato direttore della rivista Confronti e della Rubrica Protestantesimo (Raidue) e collabora stabilmente con le riviste Jesus e Limes. Come vive questa sua esperienza professionale? C’è un incontro, un episodio che ricorda in modo particolare?

Quindici giorni fa ero in Libano, a quattro chilometri dal confine siriano ed ho incontrato famiglie siriane che avevano visto distruggere le loro case e tutto quello che avevano. La nostra missione, realizzata per conto della Federazione delle chiese evangeliche in Italia e della Comunità di Sant’Egidio, era quella di aprire dei corridoi umanitari per farli venire in sicurezza in Italia o comunque in Paesi sicuri. Non posso dimenticare gli occhi di quei bambini e dei loro genitori che ci chiedevano di far presto a realizzare questo corridoio umanitario. Credo che un giornalista prima di tutto debba cercare di condividere quello che vede.

4. Nella tradizione cristiana la guerra non è vista come soluzione ai conflitti umani. Anzi la pace e la giustizia sono i due pilastri su cui costruire una convivenza umana pacificata. Come vive la Chiesa evangelica l’impegno per la pace e come giudica la guerra e in generale il ricorso alla violenza?

Nella Chiesa evangelica c’è una grande varietà. Non bisogna dimenticare che la Chiesa Valdese è una Chiesa che ha dovuto lottare per sopravvivere. Il grande teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, protagonista della resistenza al Nazismo, ci ha insegnato che le azioni che compiamo si iscrivono sempre in una dinamica che ha a che fare con il peccato.

5. Nel messaggio per la giornata mondiale della pace del 2016 dal titolo “Vinci l’indifferenza e conquista la pace” papa Francesco ha sottolineato come la pace sia minacciata dall’indifferenza globalizzata. Un invito che ci spinge ad assumerci la nostra responsabilità. Cosa pensa al riguardo?

Questo papa sta riscuotendo un’attenzione inedita anche dentro la Chiesa Valdese. Sta facendo cose nuove sia per quello che dice che per segni, i gesti che compie. E lo fa con un stile nuovo, fraterno e allo stesso tempo rigoroso. Il Papa a Lampedusa per la prima volta ha detto no alla globalizzazione dell’indifferenza. La lotta all’indifferenza è quindi un scelta strategica, un messaggio molto forte con cui Francesco intende scuotere le coscienze sopite del nostro tempo.

6. Tra i primi gesti di papa Francesco vi è stato un incontro privato di preghiera con un pastore pentecostale, invitato a Santa Marta il 26 giugno del 2013. Non era mai accaduto e la notizia è filtrata quasi per caso. Che messaggio e segni sta lanciando questo pontificato sul tema del dialogo ecumenico?

Quello che il papa sta proponendo non è un ecumenismo esclusivo rivolto solo a bravi luterani. Si tratta di un ecumenismo a cui tutti sono invitati anche quelle Chiese che non hanno un sistema di relazioni storico e stabile con la Chiesa cattolica. Non stupisce quindi anche l’apertura alle Chiese pentecostali. Del resto Bergoglio, come vescovo di Buenos Aires, conosceva bene e frequentava questa realtà. Oggi le Chiese pentecostali rappresentano un quarto della cristianità e nel 2025 – grazie alla loro natura proselitistica – supereranno il 32%. Papa Francesco propone dunque un ecumenismo a tutto campo, così inclusivo da comprendere anche i pentecostali, che in alcune loro espressioni fanno fatica a comprendere questa apertura, opponendo un certa resistenza senza cogliere il possibile inizio di una nuova stagione del dialogo ecumenico.

7. Da molti anni sia sul piano personale che come giornalista lei è impegnato nel dialogo ecumenico ed in quello interreligioso in special modo con le comunità islamiche. Che cosa si può fare per intensificare e diffondere questo percorso, questa scelta di fondo? Cosa serve oggi per superare le paure e aprirsi a un confronto sereno che rispetti e valorizzi le diversità religiose e culturali?

Il dialogo è paragonabile alla costruzione di un edifico. Alla base, al primo piano, ci deve essere la conoscenza. Non è possibile accettare il modo in cui molti esponenti politici parlano dell’Islam o dei rifugiati musulmani. Il tema della conoscenza seria dei fenomeni è fondamentale e si pone sin dalla scuola. Bisogna lavorare per costruire dei processi di conoscenza di base. In questo senso la scuola e la Chiesa possono e debbono fare meglio il loro mestiere. Al secondo piano ci deve essere la costruzione di percorso di riconoscimento della presenza islamica. I musulmani che vivono in Italia sono in una condizione di oggettivo sfavore. Va innescato un percorso di riconoscimento giuridico dell’Islam: non bastano i tavoli che nascono presso il Ministero.

Infine il terzo piano deve essere costruito alle stesse comunità islamiche. Spesso osserviamo un atteggiamento introverso. Ci sono parrocchie che accolgono i musulmani, università internazionali e scuole che sperimentano percorsi di dialogo ma sicuramente bisogna fare di più per aiutare le comunità musulmane a uscire fuori, per creare le condizioni perché il mondo musulmano non si senta accerchiato e finalmente possa spendersi nel dibattito pubblico. Occorre tutti insieme fare un salto di qualità.

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