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Il modello della formazione professionale, con la sua intuizione fondativa di connettere e comprendere in uno stesso luogo scuola ed impresa non può che essere anticipatore delle necessità di ripensamento del sistema formativo nel suo complesso. Si tratta, forse, di investire nell’intenzionalità connaturata alla formazione professionale cogliendo e valorizzando il portato metodologico, gli approcci culturali che, pur non essendo stati particolarmente tematizzati o resi consapevolmente evidenti al sistema Paese, possono rappresentare un cospicuo, sperimentato e sedimentato patrimonio

Il rapporto tra il sistema della formazione professionale e comunità territoriale non può, pur in presenza di evidenti peculiarità, che essere letto nel contesto più generale delle relazioni tra il mondo della scuola e la società civile. In Italia ha spesso predominato, in modo tutto sommato trasversale, una visione idealistica della Cultura con la “C” maiuscola, dove tutto ciò che ha a che fare con la pratica ed il lavoro operativo è ritenuto di “serie b o c” rispetto a quanto ha a che vedere con la teoria ed il lavoro intellettuale.

Così come alle istituzioni educative viene riconosciuto un ruolo predominante, in quanto titolari della trasmissione del sapere codificato, altrettanto la cultura tecnico-scientifica incontra difficoltà ad affermarsi e faticano ad istaurarsi relazioni forti ed organiche tra mondo della scuola e della produzione. In questa logica, la relazione tra scuola e comunità territoriale è spesso stata caratterizzata da una separatezza reciprocamente svalutante, secondo cui ciò che si impara a scuola ha poco o nulla a che fare con la vita e quello che “succede nel mondo” ha, nella sua dimensione pratica, un valore limitatamente contingente di poco spessore e valore per la scuola.

Se la formazione professionale è riuscita, complici le radici culturali, il mandato sociale ma anche il dispositivo pedagogico, a ridisegnare il sistema di relazione con il mondo delle imprese non altrettanto è stata in grado di modificare un’immagine sociale che la vede, ancora, in una posizione di retroguardia tra le scelte dei percorsi scolastici. E se fosse stato proprio l’inseguire un’idea, pur legittima ed importante nel dare dignità anche formale ai percorsi formativi, di omologazione al mondo dell’istruzione a non aver funzionato? E se fosse, anzi, il limite stesso, alla costruzione di un’immagine positiva di un’offerta educativa le cui peculiarità e potenzialità rischiano di uscirne svilite? Una risposta univoca, chiara e lineare probabilmente non esiste.

Possiamo però, provare ad affrontare il tema immaginando di cogliere appieno le potenzialità, per il sistema economico e sociale, del dispositivo della formazione professionale attraverso la rilettura della sua stessa ragion d’essere, attualizzandone e reinterpretandone il mandato sociale. Una rilettura che richiede di spostare il focus dal “prodotto”, buoni professionisti occupabili ed occupati, al processo formativo, ai luoghi ed agli attori coinvolti.

Il modello formativo della formazione professionale, fortemente sollecitato da stimoli e “provocazioni” interne (allievi, famiglie, imprese…) ed esterne (modifiche normative, cambiamenti del mercato del lavoro e della società in generale), è stato negli anni in grado di strutturare risposte articolate e complesse anche di grande qualità didattica e pedagogica, dimostrando nei fatti di essere un sistema flessibile, adattabile, responsivo alle esigenze dei territori. Permane certamente una necessità continua di manutenzione metodologica e contenutistica ma, grazie al consolidarsi di questa capacità di sistema, si può immaginare che l’assunzione di un ruolo più maturo ed attivo che possa essere di utilità per contribuire a generare risposte articolate alle sollecitazioni complesse che pone la contingenza del mercato del lavoro e delle imprese.

La strutturale attitudine a costruire relazioni di collaborazione basate sulla comprensione (nel senso di far proprio senza essere snaturati) del punto di vista altrui, propria della formazione professionale,  può rappresentare la prerogativa per agire un ruolo primario nei processi di sviluppo socio-economico territoriale. Il consolidarsi (il tema delle stabilità dell’offerta formativa è uno degli elementi di criticità del sistema) di dispositivi strutturalmente orientati all’incontro tra imprese e scuola/formazione professionale, quali gli ITS, i percorsi IFTS, la formazione duale e l’apprendistato ex art.43 d.lgs 81/2015 possono rappresentare l’occasione per immaginare rapporti forti, pensati, desiderati tra imprese e scuola. Relazioni che non esauriscano la loro ragion d’essere nell’adempiere alla richiesta “puntiforme” del singolo evento formativo, possono essere l’occasione per costruire un luogo terzo, non scuola e non azienda.

Una terzietà non asetticamente rappresentata dalla negazione delle specificità dei soggetti coinvolti quanto dalla capacità degli stessi attori di generare un dispositivo pedagogico nuovo, di volta in volta nuovo, un’azione che non si esaurisca in un pregevole ma poco utile esercizio di stile ma che trovi la sua significatività nella possibilità di affrontare, in modo innovativo, il complesso problema del formare competenze adeguate utili e rispondenti. Se, infatti, il modello formativo formale ha riconosciute capacità di contribuire alla costruzione di competenze professionali, appare chiaro come sia opportuno, per non dire necessario, valorizzare le potenzialità formative delle imprese e più in generale del contesto lavorativo.

Una capacità che è però necessario tematizzare, rendere evidente e di cui riportare ad una responsabile consapevolezza il sistema aziendale. Un’operazione che si ponga come obiettivo quello di dare dignità ad un dispositivo pedagogico il più delle volte inconsapevolmente (o poco consapevolmente) agito, rendendone evidenti i limiti e le potenzialità. Una maggior capacità, del mondo delle imprese, nell’interpretare il processo formativo, dalla definizione delle competenze attese alla possibilità di disegnarne percorsi di acquisizione, può contribuire a ridurre il gap tra skill richieste e reperite e  facilitare la definizione  di reciproche richieste formative tra i differenti soggetti coinvolti. Tutto questo in una dimensione di condivisione generativa (all’opposto di un’autarchica solitudine organizzativa) tra enti formativi ed aziende.

Ad un processo così congegnato sarebbe complementare un dispositivo volto a valorizzare gli apprendimenti esperienziali dei singoli, alla  messa in valore e certificazione degli apprendimenti in contesti informali e non formali nell’ottica di renderli leggibili al singolo ma anche alle imprese e quindi spendibili nel mercato del lavoro. Un’ulteriore possibile strategia per ridurre il mismatch delle competenze. Ma questa è una riflessione che meriterebbe una sua, autonoma, dignità di dibattito.

Se il modello formativo degli ITS ed in minor misura degli IFTS, obbliga alla costruzione di luoghi codificati e dotati di una certa stabilità, la formazione duale ed ancor più l’apprendistato ex art.43, si caratterizza per essere in relazione con un contesto  tendenzialmente caratterizzato da piccole e piccolissime imprese. Per questa caratteristica un processo di accompagnamento alla consapevolezza formativa può trovare nella figura incaricata, dagli enti di formazione, di gestire i percorsi duali o di apprendistato il principale agente di cambiamento. Una figura che, a partire da un’autorevolezza conquistata,  sia in dialogo con l’azienda per evidenziare limiti e possibilità di una azione formativa co-condotta. Un percorso che si colloca in un terreno fluido, di volta in volta nuovo (la necessità di facilitare il collocamento degli allievi orienta ad un continuo “ricambio” aziendale)  necessita di particolari attenzioni, cure e investimenti. Un percorso che è, però,  non solo indispensabile, ma anche strutturalmente funzionale alla crescita di una competenza diffusa nel tessuto imprenditoriale. Un processo “orizzontale”, lento e capillare dotato della possibilità di far sedimentare un patrimonio conoscitivo che, nel tempo, può rappresentare una delle leve di innovazione diffusa.

Differente, nell’esperienza, la consapevolezza del mondo aziendale nella partecipazione agli ITS ed e agli IFTS, una partecipazione più matura e consapevole, accompagnata da una certa visione strategica del ruolo che la formazione può giocare nella crescita del comparto di riferimento. In questo caso l’intenzionalità dell’incontro si gioca nella possibilità di facilitare processi di sperimentazione formativa, nella capacità di cogliere linee di tendenza predisponendo dispositivi formativi che contengano una capacità di analisi ed osservazione della efficacia ed efficienza, un luogo di trasferimento tecnologico che metta a fattor comune le migliori esperienze possibili. Gli ITS e gli IFTS  hanno, però, la responsabilità, in ragione della loro presenza “esemplare” sul territorio e forti della loro stessa natura composita, di agire azioni di disseminazione di buone prassi formative.

In ultima analisi il modello della formazione professionale, con la sua intuizione fondativa di connettere e comprendere in uno stesso luogo scuola ed impresa non può che essere (stato) anticipatore delle necessità di ripensamento del sistema formativo nel suo complesso. Si tratta, forse, di investire nell’intenzionalità connaturata alla formazione professionale cogliendo e valorizzando il portato metodologico, gli approcci culturali che, pur non essendo stati particolarmente tematizzati o resi consapevolmente evidenti al sistema Paese, possono rappresentare un cospicuo, sperimentato e sedimentato patrimonio. Se si trattasse, dunque, di infrastrutturare in termini formativi, il Paese, potrebbe essere opportuno immaginare un disegno che colga l’occasione e generi dispositivi complessi valicando logiche di frammentazione, in un’ottica di  animazione socio economica territoriale.

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