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Per parlare seriamente dell’antifascismo, e del crescente disinteresse che suscita nella maggioranza del popolo italiano, dobbiamo aprire la nostra mente a riflessioni ampie e complesse…

Per parlare seriamente dell’antifascismo, e del crescente disinteresse che suscita nella maggioranza del popolo italiano, dobbiamo aprire la nostra mente a riflessioni ampie e complesse.

Innanzitutto dovremmo ricordare che stiamo attraversando una fase storica inedita, una crisi di portata antropologica, che manifesta caratteri del tutto sorprendenti, i quali richiedono uno sforzo interpretativo, che purtroppo non mi sembra ancora adeguatamente affrontato: “Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi” (Enciclica Laudato Si’ n. 53).

In questi decenni infatti si stanno sgretolando a ritmo accelerato molteplici sistemi di pensiero, si stanno cioè esaurendo diversi cicli storici, precipitando tutti nello stesso punto cruciale, di svolta e di ricominciamento: si esaurisce certamente il ciclo delle rivoluzioni ideologiche e industriali (1789/1989), con tutte le configurazioni politiche e le concettualità che hanno generato (liberalismo, socialismo, comunismo, sinistra, destra, progresso, conservazione etc.), ma si esaurisce al contempo l’intera modernità, come fase storica caratterizzata dalla piena fiducia nella scienza e nella politica, intese come strumenti definitivi e sufficienti a risolvere tutti i problemi dell’umano (si pensi al saggio La fine dell’epoca moderna, di Romano Guardini, tra i tanti autori).

C’è peraltro chi pensa che sia la civiltà cristiano-occidentale nel suo complesso a giungere ad un punto di fine e nuovo inizio (Heidegger), o chi addirittura ritiene che sia la storia come tale, interpretata come ciclo millenario avviato dalla scrittura sumerica circa nel 3300 a.C., e dominato dalla guerra come forma delle relazioni tra gruppi o nazioni, a concludersi (Panikkar, ma anche Ernesto Balducci).

Dico questo per indicare quanto inadeguate e consunte possano risultare le categorie dell’antifascismo o dell’anticomunismo, confinate nel XX secolo, per spiegare le turbolenze psico-cosmiche del nostro presente. Certamente stanno sorgendo qui e lì, in Europa, movimenti che in un modo o nell’altro si rifanno al pensiero nazista e fascista, ma a me sembrano soltanto effimeri fenomeni reattivi, che debbono certamente essere affrontati con la fermezza della repressione più dura, se sfociano in atti di violenza, ma che non rappresentano il vero pericolo del tempo presente, ma solo sintomi secondari di una patologia ben più vasta e profonda, tutta da capire.

Puntare sull’antifascismo perciò, per combattere la violenza contemporanea, mi sembra una strategia fallace e perdente, che può addirittura fomentare la violenza di strada, deviando la mente dai problemi più urgenti della società nichilistica, che stiamo edificando, la quale dà vita a forme di violenza ben più vaste, a veri e propri stermini sistemici, e spesso ben occultati.

Allora vorrei molto brevemente chiedermi: in che senso l’antifascismo non è più una proposta adeguata alla svolta tumultuosa che l’intero pianeta sta affrontando, verso una civiltà della non violenza? E quale potrebbe essere invece una prospettiva educativa ed evolutiva, davvero contemporanea, per aprirci ad una fase inedita del processo democratico?

Dobbiamo innanzitutto ricordare che l’antifascismo nasce e si afferma negli anni ’30 e poi ‘40 come fronte giustamente bellico, e militare, per cui sostenere, in modo generico e categorico, che chi usi la violenza non sarebbe antifascista è un’affermazione che richiederebbe quanto meno alcuni chiarimenti. Dopo la guerra contro i nazifascismi, inoltre, vinta nel 1945, in nome dell’antifascismo si sono manifestate in tutta Europa, e specialmente nell’Est, forme non meno drammatiche di violenza e di autoritarismo, in quanto uno dei suoi padri in fondo era stato Stalin …. L’antifascismo in Italia poi, per questo stesso motivo storico, per questa sua ambiguità originaria, non è mai riuscito a divenire una cultura condivisa da tutto il popolo, anche perché il PCI e le sue derivazioni, sempre in nome dell’antifascismo, hanno costantemente tentato di delegittimare ogni avversario: fascista, insomma, e quindi soggetto da eliminare dalla scena politica, non era solo Almirante o Caradonna, ma anche Fanfani, ricordiamo il fanfascismo?, o KoSSiga col K e le SS naziste, o Craxi in camicia nera, o Berlusconi il Cavaliere Nero, fino alla Meloni, a Salvini, e forse anche a Grillo…. Insomma fascista per questa cultura antifascista era (e spesso è …) semplicemente l’avversario di turno della sinistra comunista e postcomunista, nelle sue variegate configurazioni, più o meno estreme.

Non è un caso insomma che a Roma il 23 febbraio scorso, alla manifestazione antifascista e antirazzista, c’erano il PD, Liberi e Uguali, formazioni di estrema sinistra, alcune associazioni cattoliche, e basta, e cioè una rappresentanza politica, ad essere generosi, del 20% degli italiani.

Ciò vuol dire che il restante 80% sia fascista? O razzista? Non credo proprio.

Credo piuttosto che questa cultura antifascista continui a pensare in termini superati, e unilaterali, che non vanno al cuore del problema, e cioè al superamento della violenza come forma mentis, a quella rivoluzione di portata antropologica, che scavalca e porta a compimento non solo il XX secolo, ma l’intero ciclo della modernità, e forse un’intera figurazione antropologico-culturale.

Ecco perché in nome di questo antifascismo datato, e molto ambiguo nel suo spirito non-violento, si aggrediscono tuttora, nel 2018!, i poliziotti, si incapretta un avversario politico, si tenta di impedire a Salvini o alla Meloni, ma anche a D’Alema!, di parlare, e si grida ai carabinieri: dovete morire.

Io penso che sia tempo di andare oltre, non per dimenticare i sacrifici sopportati per la conquista della libertà, ma per proseguire lungo la stessa via, che oggi ci chiede di dare vita ad una forma di umanità radicalmente non violenta, e relazionale, e quindi ad una democrazia inedita, che affronti tutti i nodi della libertà e della giustizia, che sono tuttora irrisolti.

Questo progetto di democrazia veramente relazionale e non violenta, che riconosca e combatta tutte le forme della violenza – a partire da quella coi guanti bianchi (e le mani però sporche di sangue) dei signori di questo mondo (Krugman) – ha davanti a sé un nemico molto più concreto dei fantasmi del fascismo, e richiederà un cammino educativo molto più serio di quello che finora abbiamo ideato come formazione alla cittadinanza.

Il vero nemico della nostra libertà è oggi la falsa democrazia dominata dai mercati, il nuovo totalitarismo mercantilistico, che purtroppo è stato rappresentato e difeso sia dai governi della destra che da quelli della sinistra, almeno da Blair e Clinton in poi. In tal senso Pasolini diceva al congresso radicale del 1975 con la sua consueta lungimiranza profetica che il nuovo tecnofascismo “potrebbe realizzarsi solo a patto di chiamarsi antifascismo” …. Oggi è un pensatore moderato come Jurgen Habermas a sottolineare che il totalitarismo contemporaneo è già presente e operante: “Il capitalismo finanziario globalizzato e autonomo si sottrae ampiamente all’intervento del politico nella nostra società globalizzata e sempre più interdipendente, che però resta frammentata in stati nazionali.

Dietro il paravento della democrazia, le élites politiche mettono in opera in maniera tecnocratica gli imperativi dei mercati senza offrire praticamente alcuna resistenza”.

Questo autentico e potentissimo totalitarismo, che pilota e orienta mercati, governi, e massmedia, ha tutto l’interesse che sussista un fantomatico fascismo, di quattro invasati, su cui far convergere le paure e l’attenzione del popolo …. ma a me pare che ormai ben pochi ci credano più, un’esigua minoranza, come le ultime elezioni ci hanno mostrato con grande evidenza, forse un residuale 20% della popolazione, appunto.

La nuova umanità postideologica, democratica, relazionale, e non violenta, non è però un frutto di natura, ma un’opera d’arte, richiede cioè una inedita ed assidua cura della persona, in quanto cresce solo attraverso un processo inesauribile di trasformazione interiore. Dovremo perciò imparare a riconoscere molto meglio le vere radici della nostra violenza, dovremo imparare a riconoscere con pazienza e umiltà le nostre forme difensive e aggressive, come cioè continuiamo a separarci dagli altri, ad isolarci, a manipolarli, e a odiarli, senza nemmeno accorgercene. Dovremo imparare a comunicare tra di noi in modo nuovo, attenuando le nostre più ataviche paure, e le inconsce maschere che le coprono, e addolcendo così la nostra furiosa rabbia inespressa. Dovremo insomma inserire nella formazione alla cittadinanza, e alla partecipazione democratiche, il quotidiano lavoro interiore, elementi cioè spirituali, e del tutto laici, superando l’idea “moderna”, e quindi datata, di laicismo.

Solo uomini e donne meno impauriti, e quindi più felici, comprenderanno come la violenza, e l’ingiustizia che è spesso la forma più occulta e più assassina di violenza, non siano altro che sintomi del nostro dolore e della nostra disperazione, sintomi che possiamo curare, costruendo insieme un mondo nuovo.

Questa è una vera e propria rivoluzione culturale, che tutti aspettiamo di vivere: “Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale” (Laudato Si’ n. 114).

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