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La X edizione del Festival della DSC si svolgerà dal 26 al 29 novembre a Verona e in 26 città: da Sondrio a Mazara del Vallo, da Frosinone a Lamezia, da Bologna a Torino, da Trento a Ragusa. Il tema scelto “Memoria del futuro” è un ossimoro che riassume alcune delle tensioni polari presenti nei sette messaggi con cui dal 2013 al 2019 papa Francesco ha aperto il Festival della Dsc…

Il X Festival della Dsc: “Memoria del futuro”

Il numero 3/2020 della nostra Rivista “La Società”, con la curatela scientifica di Rocco Pezzimenti, è dedicato al X Festival della DSC, che si svolgerà online dal 26 al 29 novembre a Verona e in 26 città, da Sondrio a Mazara del Vallo, da Frosinone a Lamezia, da Bologna a Torino, da Trento a Ragusa.

Il tema del Festival, “Memoria del futuro” è un ossimoro che riassume alcune delle tensioni polari presenti nei sette messaggi con cui dal 2013 al 2019 papa Francesco ha aperto il Festival della Dsc e che i nostri lettori potranno ritrovare in un agile volumetto appena uscito, con la prefazione del Cardinal Parolin e una testimonianza di don Adriano Vincenzi, il fondatore del Festival prematuramente scomparso il 13 febbraio 2020 (Papa Francesco, Essere Lievito, LeV, 2020). Far “memoria del futuro” permette di stare “Oltre i luoghi dentro il tempo” (tema del Festival della Dsc del 2014), di accogliere “La sfida della realtà” (Festival 2015), di “Stare in mezzo alla gente” (tema del Festival 2016), di comprendere che “Fedeltà è cambiamento” (Festival 2017), di assumersi “Il rischio della libertà” (Festival 2018), di “Essere presenti, polifonia sociale” (Festival 2019).

Papa Francesco ci aiuta a cogliere il senso della “memoria del futuro” nel settimo capitolo della sua nuova Enciclica, Fratelli tutti, intitolato “Percorsi di un nuovo incontro”. Il Papa ci invita ad esercitarci in una “memoria penitenziale, capace di assumere il passato per liberare il futuro dalle proprie insoddisfazioni, confusioni e proiezioni”, perché “solo dalla verità storica dei fatti potranno nascere lo sforzo perseverante e duraturo di comprendersi a vicenda e di tentare una nuova sintesi per il bene di tutti” (n. 226).

Fratelli tutti

L’Enciclica Fratelli tutti, firmata ad Assisi sulla tomba di San Francesco il 3 ottobre 2020, merita una profonda meditazione e una lettura attenta. Autorevoli commenti da parte dei nostri autori saranno pubblicati nel prossimo numero della Società. Per aiutare i lettori a entrare in confidenza col magistero sociale di papa Bergoglio che trova in questa Enciclica una “summa”, suggerisco di evidenziare tre tensioni polari.

La prima tensione polare è quella tra tempo e spazio. Dedicare tempo alla cura dei fratelli, come il Buon Samaritano di cui parla il secondo capitolo dell’Enciclica o occupare gli spazi delle contrapposizioni geopolitiche e ideologiche?

La seconda tensione polare riguarda il linguaggio. La parola può servire ad ascoltare e incontrare o a aggredire e insultare.

La terza polarità riguarda il tema della identità, concepita come sfera o come poliedro. Si può concepire l’identità di un popolo, di una nazione, di una religione, come identità che si contrappone. Oppure si può concepire l’identità come un poliedro, che ha tante facce. Un’identità fatta per l’incontro.

Capire l’Enciclica

Suggerisco ai lettori di diffidare delle letture superficiali. Per capire questa Enciclica bisogna rileggere il numero 2 della Dichiarazione del Concilio Vaticano II sul dialogo con le religioni non cristiane, Nostra Aetate: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modo di agire e di vivere quei precetti e quelle dottrine che quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”.

Papa Francesco è più volte ritornato sul tema della fraternità: lo ha fatto nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (2013), come nell’Enciclica Laudato si’ (2015), e in particolare nel testo sottoscritto col Grande Imán di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, intitolato Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune (4 febbraio 2019). Si tratta di testo ispirato a una visione “poliedrica” dell’identità che non rifiuta l’incontro col diverso e intende contrastare ogni forma di intolleranza, di violenza e di integralismo.

Nel solco del magistero conciliare si muove il dialogo che Papa Francesco cerca di promuovere con l’Islam. Se si legge questa enciclica, così poco europea, così poco sistematica, alla luce della lezione di Romano Guardini sulle “opposizioni polari”, se ne possono cogliere i tanti stimoli teologici, culturali e sociali.

 Lo scisma tra singolo e comunità umana

Attorno a questi tre nodi problematici (il tempo, il linguaggio, e l’identità), si può ritrovare un file rouge. Al centro della riflessione di Papa Bergoglio c’è lo scisma tra singolo e comunità umana che caratterizza l’Occidente (31). Il bene comune sembra il meno comune dei beni. La politica, la più alta forma di carità, si riduce a marketing per distruggere gli altri. Il Buon Samaritano diventa allora una straordinaria lente per leggere i segni dei tempi.

Questa parabola evangelica riguarda due uomini religiosi che si voltano dall’altra parte e uno straniero che accoglie uno sconosciuto, ne comprende la fragilità e gli dedica del tempo. La lente del Samaritano ci aiuta a comprendere meglio la finanziarizzazione dell’economia, i populismi, i sovranismi, l’antipolitica, gli effetti della globalizzazione, la riduzione delle persone a consumatori e spettatori.

Le polarità sono sempre davanti ai nostri occhi: escludere o includere, donarsi o scartare. Siamo iperconessi ma spesso non ci sentiamo fratelli (33). L’amore crea legami, allarga l’esistenza, fa uscire da sé verso l’altro (88). L’essere umano non si realizza se non si dona. Non riconosce la sua verità se non nell’incontro con l’altro (87).

Negli otto capitoli di cui il testo è composto – suddiviso in ben 287 paragrafi – c’è un affresco degli abissi in cui è immersa l’umanità: divisioni, fame, soprusi, tratta, umiliazioni, razzismo, migrazioni, ingiustizie, emarginazioni, terrorismo. Nel testo vi è la condanna del “populismo”, tanto di moda oggi (nn. 155-segg); ma anche la condanna del “relativismo”, tanto amato dal “politicamente corretto” (nn. 206-segg).

Questa Enciclica così poco sistematica, forse va letta, anzi ascoltata, come una sinfonia. La terza sinfonia di Bergoglio. Dopo l’Enciclica Lumen fidei (2013), centrata sulla fede in continuità con il magistero di Benedetto XVI, e dopo la francescana Laudato si’ (2015) sulla cura della casa comune, il “Pontefice della globalizzazione” traccia linee di continuità con due tanto diversi suoi predecessori, ora santi: San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II. Si colgono in questa sinfonia i toni della Pacem in Terris e della Mater et Magistra ma anche lo straordinario appello alla giustizia sociale della Sollicitudo rei socialis.

Papa Francesco si muove tra le polarità dell’amore universale verso i fratelli tutti e l’impegno sociale per difendere gli sfruttati e gli oppressi, “fratelli tutti…”.

La terza sinfonia di Bergoglio non è priva di afflato utopico. Il “sogno” di papa Francesco è che i diritti umani siano davvero universali (206-segg), che ogni uomo possa vivere in un mondo senza frontiere (124), che l’Onu sia riformato perché le nazioni povere contino alla pari delle grandi potenze (173), che il debito estero dei Paesi del Sud del mondo sia condonato (126), che la destinazione universale dei beni prevalga sulla proprietà privata (123), che abbia fine il commercio delle armi (262).

Tornano alla memoria le parole di dom Helder Camara (nella foto insieme a Giovanni Paolo II): “Beati quelli che sognano: porteranno speranza a molti cuori e correranno il dolce rischio di vedere il loro sogno realizzato!”.

Fraternità cristiana

E torna alla memoria un libro scritto nel 1960 da un allora giovane teologo, Joseph Ratzinger, intitolato Fraternità cristiana, il cui scopo era il superamento tanto dell’universalismo della fraternità, proclamato dalla rivoluzione francese (“liberté, égalité, fraternité”) e ripreso dalle ideologie della modernità, quanto della visione “élitaria”, secondo cui la fraternità sarebbe possibile solo in gruppi chiusi e autoreferenziali.

La fraternità cristiana esige la tensione universalistica della missioneAl cuore dell’Enciclica sta il Poverello di Assisi: “Fratelli tutti” scriveva San Francesco per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita che incarnasse il Vangelo sine glossa.

L’Enciclica, a partire dalla icona del Buon Samaritano, ha una densa radicazione teologica e trinitaria, più volte evidenziata col richiamo all’unico Dio e Padre di tutti, all’azione dello Spirito Santo, artefice di autentica fraternità nei cuori, e all’opera del Signore Gesù, fonte e modello di relazioni vissute nella carità.

E’ una enciclica missionaria, rivolta a tutti gli uomini e utilizza formule linguistiche che favoriscano il dialogo con tutti. Il papa confessa che “pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà” (n. 6).

Non è difficile riconoscere nell’Enciclica l’impronta del mondo in cui Papa Francesco ha trascorso la maggior parte della sua vita. In particolare, sono chiare le influenze della “teologia del popolo” argentina.

Sulla Enciclica torneremo con contributi sistematici. Questo vuole essere solo un piccolo “assaggio” e un invito a una meditata lettura di questo sinfonia della dottrina sociale che ci richiama alla musica del Vangelo che quando risuona nelle piazze, ci provoca a lottare per la dignità di ogni uomo (277).

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