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Realizzando la quarta edizione della Summer school “Giorgio La Pira” abbiamo scelto di riprendere un cammino di dialogo, un percorso comune tra chi ha attraversato l’esperienza associativa – anche con incarichi importanti – e ha deciso di andare a misurarsi con il consenso e ad impegnarsi nelle istituzioni e gli attuali dirigenti dell’associazione e, tra questi, soprattutto coloro che hanno una vera e propria vocazione politica

Realizzando la quarta edizione della Summer school “Giorgio La Pira” abbiamo scelto di riprendere un cammino di dialogo, un percorso comune tra chi ha attraversato l’esperienza associativa – anche con incarichi importanti – e ha deciso di andare a misurarsi con il consenso e ad impegnarsi nelle istituzioni e gli attuali dirigenti dell’associazione e, tra questi, soprattutto coloro che hanno una vera e propria vocazione politica.

Nei quasi ottant’anni di storia delle Acli il rapporto tra il “movimento”, gli amministratori locali, i rappresentanti di province, regioni ed i parlamentari italiani ed europei provenienti dalle “nostre fila” non è mai stata una questione marginale. Giovanni Bianchi, di cui commemoriamo proprio in questi giorni i cinque anni della scomparsa, ricordava spesso come sin dalle origini le Acli abbiano espresso centinaia e centinaia di propri uomini e donne che hanno deciso di “impegnarsi in politica”. Nei testi di economia urbana dell’Università Cattolica si spiega come nei primi tre decenni del dopoguerra, in particolare in Lombardia, le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani siano state, in campo cattolico, la principale scuola di formazione di generazioni di amministratori locali. Anche dopo il 1968 e la rottura del collateralismo questa attenzione non si è mai ne interrotta ne è stata accantonata: sono cambiate le stagioni della storia, è cambiata la nostra “postura” nel rapporto con la res publica ed è cambiato il mondo però questo “servizio alla democrazia” abbiamo sempre provato a renderlo effettivo e a tenerlo vivo.

Come abbiamo pensato di declinarlo nell’oggi ed in particolare nell’appuntamento dell’8 e 9 luglio 2022? Abbiamo innanzitutto ritenuto di dover condividere un’analisi del “tempo nuovo” che stiamo vivendo – ovvero il cambiamento d’epoca evocato dal Pontefice – nel quale le comunità locali si rivelano fattori essenziali di resilienza e di resistenza alla disumanizzazione del mondo. Nel nuovo paradigma dell’ecologia integrale che come credenti e cittadini siamo chiamati a costruire, le comunità locali possono divenire, se bene governate e partecipate, luoghi interessanti di azione e di protagonismo, soprattutto se sono in grado di mettere in dialogo il terzo settore (principalmente) con i Comuni. Questa alleanza tra la società civile e le istituzioni locali, che è una necessità vissuta da entrambi i soggetti, può essere davvero, nel “sorprendente” scenario di investimento pubblico aperto dal PNRR, uno strumento di costruzione “dal basso” di un mondo migliore.

La cosiddetta “amministrazione condivisa”, la co-programmazione e la co-progettazione si rivelano efficaci e feconde la dove si è capaci di chiamare a raccolta tutte le energie di una comunità per rispondere ai bisogni, ai desideri (e talvolta anche ai sogni) delle persone. Se si riesce a realizzare questa collaborazione virtuosa si ridà dignità alla politica e si prova seriamente a contrastare la vasta disaffezione che porta oramai la metà dell’elettorato a disertare le urne in ogni appuntamento democratico.

Occorre essere concreti ed efficaci, scongiurare la guerra tra gli ultimi ed i penultimi della scala sociale, e assumere lo sguardo di coloro che per le più svariate ragioni sono rimasti o rischiano di rimanere indietro. Per questa ragione abbiamo pensato di partire da una proposta politica di riforma del reddito di cittadinanza che prevede un maggiore ruolo degli enti e delle comunità locali, in particolare nella parte che riguarda le politiche attive del lavoro, e abbiamo deciso di sottoporla ad autorevoli esponenti del Governo, del partito di maggioranza relativa nelle Amministrazioni locali italiane e del nostro mondo accademico di riferimento. Ancora una volta una proposta che gioca sul ruolo chiave dell’alleanza di cui sopra su una questione che a noi sta molto a cuore: la dignità delle persone.

I “passaggi logici” del nostro appuntamento formativo sono stati dunque: rinnovare le ragioni di un’alleanza collocandole dentro il tempo nuovo che stiamo vivendo, offrire delle proposte politiche ed operative concrete ed, in fine, iniziare un nuovo lavoro assieme proponendo due percorsi di impegno: il primo curato dalla fondazione Achille Grandi, destinato agli amministratori locali “maturi” ed il secondo, realizzato da GA, rivolto ai giovani impegnati.

All’assemblea degli amministratori presenti, coordinata da Francesco Prina, è stato affidato il compito di “manutenzione della rete”, a Simone Romagnoli, il “lancio” della seconda “missione”. L’assemblea è stata pensata dunque come momento di inizio per sviluppare percorsi di accompagnamento sui territori, l’intervento di presentazione del coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli invece come un elemento di prospettiva per il futuro.

In conclusione credo sia opportuno sottolineare l’importanza di quest’ultima iniziativa: le ragazze ed i ragazzi del nostro movimento giovanile hanno voluto dedicare la loro iniziativa al nostro ex presidente nazionale e parlamentare di Sesto San Giovanni e l’hanno voluta definire “scuola di profezia politica”. Sostantivo che colpisce, di questi tempi, la profezia. In che senso la intendono i nostri giovani? “Per essere profetici in politica – ha specificato Simone – occorre essere credibilissimi, come lo era Giovanni (tanto da diventare presidente del partito popolare, da discutere come relatore leggi e riforme importanti in Parlamento di carattere economico, sociale, di riforma della politica e di protagonismo del terzo settore), e, proprio in ragione di questa grande credibilità, potersi ‘permettere’ di essere profetici, sulle orme di La Pira, soprattutto sul terreno della pace”.

Che le Acli possano, nei pensieri di futuro dei nostri giovani, continuare ad essere una presenza inquieta e significativa nel Paese ed in Europa credo sia uno dei segni di speranza più belli che possiamo augurarci e per i quali valga ancora la pena impegnarsi in questo tempo nuovo, colmo di preoccupazioni.

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