Grandi e Sturzo condussero le due avventure – della Cil e del Ppi – su binari paralleli, e furono protagonisti di tale emancipazione. Entrambi i soggetti saranno poi condannati dal fascismo e sacrificati dalla gerarchia per considerazioni di realismo e sopravvivenza. Un esito che entrambi, in maniera non violenta e ferma, provarono in ogni modo ad impedire. Senza successo, ma ponendo – in modo diverso e ognuno nel suo campo – le premesse per la rinascita, nonché fornendo un esempio di resistenza al totalitarismo…

Fu forse nel novembre del 1903 a Bologna che Achille Grandi e Luigi Sturzo si incontrarono per la prima volta. Si trattò di un’occasione felice, ancorché turbinosa. Era in corso il XIX Congresso nazionale cattolico, e per la prima volta si delineava una maggioranza orientata diversamente rispetto al tradizionale indirizzo intransigente che aveva caratterizzato la nascita e lo sviluppo dell’Opera. Una giovane generazione si affacciava nel dibattito sulla presenza dei cattolici nel giovane Stato unitario, facendo propri gli ideali di Romolo Murri e della sua Democrazia cristiana. La cui visione il ventenne Grandi condivideva con il prete calatino, più anziano di una dozzina di anni, che a Bologna portò alla ribalta la questione meridionale. Di lì a poco un’energica e autorevole azione di censura sarebbe stata avviata per stroncare quell’importante fermento, fino allo scioglimento dell’Opera dei Congressi e alla marginalizzazione del disegno politico del prete marchigiano. Ma l’incontro tra Grandi e Sturzo diede frutto. Il sindacalista e propagandista lariano invitò don Luigi a Como, a prendere parte alla “controfesta” cattolica del lavoro del 15 maggio 1905. Tra i due iniziò un confronto di lunga durata su una delle questioni centrali del tempo: la difesa e la promozione dei diritti del lavoro e dei lavoratori. E sulle relazioni che dovevano intercorrere tra un soggetto squisitamente politico e partitico e un’associazione sindacale.

Achille Grandi fu coinvolto da Sturzo nel progetto popolare fin dall’inizio. Invitato a partecipare alle conversazioni preparatorie di via dell’Umiltà con lo stesso Sturzo, Mangano, don De Rossi, Valente e altri quattordici, egli fu membro della «piccola costituente» il 16 e 17 dicembre 1918. Collaborò intensamente, offrendo la sua conoscenza del mondo industriale e agricolo lombardo visto con gli occhi e nella pelle dei lavoratori, alla redazione dei dodici punti dell’Appello ai liberi e ai forti. Condivise quindi il superamento delle tradizionali rivendicazioni – la tutela della famiglia e della libertà di insegnamento – per perorare il suffragio femminile, il sistema proporzionale, il Senato elettivo, per valorizzare e incentivare la Società delle Nazioni, per chiedere il disarmo universale e l’abolizione della coscrizione obbligatoria. Francesco Malgari ha scorto in queste proposte programmatiche «uno spirito accentuatamente democratico», e l’abbandono di un atteggiamento difensivista, succube del moderatismo e delle esigenze di ordine e di antisocialismo. Il contributo maggiore di Grandi fu però legato ai temi del lavoro e dei rapporti economici, laddove si accenna alla «colonizzazione del latifondo» e alla «libertà delle organizzazioni di classe».

Concetti e opzioni che Grandi poté esporre estesamente nel primo, importante congresso del Partito, a Bologna, nel giugno 1919. Sturzo gli affidò la relazione introduttiva sui temi economico sociali, che catalizzò la seconda e la terza giornata di discussione. Temi delicatissimi per un’organizzazione politica che si voleva popolare, cioè di massa, dato anche il momento di crisi e turbolenza che il paese attraversava. Già in aprile Sturzo aveva proposto lo spezzettamento del latifondo a coltura intensiva, le rappresentanze di classe dei salariati, l’introduzione di leggi che consentissero a queste ultime di trattare ogni aspetto dei patti agrari, fino a prospettare il diritto al lavoro per i braccianti. Si trattava di dare sostanza e concretezza al motto «la terra ai contadini!» che aveva mobilitato tante vite durante il conflitto. «Il Ppi – ha scritto De Rosa – faceva suo quanto di meglio vi era nella tradizione sociale dei cattolici a favore del movimento contadino, assecondando le azioni rivendicative della Confederazione bianca». Achille Grandi vi aggiunse temi a lui cari: probivirato, arbitrato, cooperazione, assicurazioni per malattia, vecchiaia, invalidità e disoccupazione.

A Bologna emerse il carattere composito del nuovo partito e delle diverse anime che lo componevano, tra l’inquietudine di Gemelli che rimproverava – facendo eco alle critiche espresse dalla Civiltà cattolica – le troppo timide enunciazioni in difesa dei diritti negati al papato, e i peana dei delegati più avanzati, che lamentavano l’assenza di Miglioli, ammesso alle assise congressuali il terzo giorno con il suo progetto di un partito proletario cristiano, antiborghese e anticapitalista, alleato dei socialisti.

La relazione di Grandi a Bologna fu imperniata su tre punti fondamentali: le rappresentanze organiche dei lavoratori, i rapporti tra capitale e lavoro nel settore primario e secondario, le migrazioni e i rapporti internazionali tra lavoratori. Illustrò poi la natura dei rapporti che sarebbero dovuti intercorrere tra partito e sindacato. Ed è su tale questione che si coagulò l’intesa il fondatore del Ppi e “l’uomo dei tanti inizi” – per citare la definizione di Grandi proposta nella recente biografia edita da Morcelliana. Achille ipotizzò infatti la necessità di uno «scambio vitale di appoggi e aiuti reciproci», che avrebbero dovuto «sussistere e insorgere continuamente, caso per caso» tra il Partito e la Confederazione italiana del lavoro, senza che vi fosse sottomissione o dipendenza dell’uno o dell’altra. Una simile enunciazione conteneva una sfumatura di differenza rispetto alla convinzione espressa dal segretario Cil Giambattista Valente, circa l’esigenza di una completa autonomia tra i due soggetti, uniti dai principi fondanti ma destinati a viaggiare su binari paralleli e ben distinti.

Il testo finale licenziato dal Congresso conteneva proposizioni chiaramente sbilanciate a favore del lavoro e a discapito del capitale, come i sindacalisti avevano auspicato. Si prospettava «il graduale trapasso dall’odierna economia liberale capitalista a salariato, ad una economia più umana e cristiana, in cui il capitale, subordinato al lavoro, sia ricondotto alla sua naturale funzione di mero agente materiale della produzione compensato in limiti ben definiti, e al lavoro, invece, sia intellettuale che materiale, venga assicurato il massimo frutto dello sforzo produttivo». Si proclamava poi il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione degli utili aziendali, l’esproprio e la ripartizione tra le famiglie dei contadini delle terre prive di razionale coltivazione, la promozione di un’internazionale bianca del lavoro.

Tutti riflessi degli obiettivi audaci del movimento bianco, al quale in molti rimproveravano il carattere rivoluzionario. Il prefetto di Vicenza, per fare un solo esempio, si affrettò ad informare il Ministro dell’interno che «le popolazioni agricole, influenzate e suggestionate dal partito cattolico, sono in molta eccitazione e guardano senza dubbio con ostilità il padrone, qualificato bene spesso ed anche nelle chiese, come ingordo speculatore».

Ben poche di tali promesse poterono essere realizzate. Proprio il clamoroso successo ottenuto dal Ppi nelle elezioni del 1919 – che videro Grandi mietere una mole notevole di voti nei collegi brianzoli ed entrare alla Camera dei Deputati – fece del partito sturziano l’ago della bilancia per la formazione di un nuovo governo. L’appoggio esterno al governo Nitti che il Ppi scelse di fornire per senso di responsabilità restrinse fortemente gli spazi di manovra. Ma il fatto notevole concerneva l’acquisizione della tanto agognata e attesa autonomia dei laici cattolici in campo politico e sociale. Con l’apparizione della Confederazione italiana del Lavoro e del Partito popolare italiano vennero sciolte l’Unione economico sociale e quella elettorale, che era stata guidata dal conte Gentiloni, fautore del patto che porta il suo nome. Era il riconoscimento, da parte della Santa Sede, che in questi campi operavano ormai, legittimamente e nel solco dei principi cristiani, soggetti che non necessitavano dell’inquadramento gerarchico e della dipendenza diretta da associazioni ecclesiali create dall’alto.

L’apertura di credito non era definitiva, come si sarebbe visto sette anni dopo, ma all’epoca tutti ebbero questa impressione, e ciò fu motivo di entusiasmo dato che, come ha scritto Verucci, “si operava per la prima volta, almeno formalmente, una precisa distinzione tra organizzazioni politiche e sindacali composte di cattolici ma ufficialmente autonome dalla Santa Sede, e l’organizzazione religiosa dell’Azione cattolica, dedita a compiti definiti di apostolato e direttamente dipendente dalla gerarchia ecclesiastica”.

Grandi e Sturzo condussero le due avventure – della Cil e del Ppi – su binari paralleli, e furono protagonisti di tale emancipazione. Finché fu possibile. Entrambi i soggetti sarebbero stati condannati dal fascismo e sacrificati dalla gerarchia per considerazioni di realismo e sopravvivenza. Un esito che entrambi, in maniera non violenta e ferma, provarono in ogni modo ad impedire. Senza successo, ma ponendo – in modo diverso e ognuno nel suo campo –  le premesse per la rinascita, nonché fornendo un esempio di resistenza al totalitarismo e alle sue maniere subdole di stroncare il pluralismo.

 

*Per approfondire la figura di Achille Grandi si segnala la recente pubblicazione di Stefano Picciredda e Maria Paola Del Rossi, Achille Grandi. Cattolico, sindacalista, politico, Morcellania, Brescia 2018.

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