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Sturzo esprimeva la ferma convinzione che l’intera trama concettuale del popolarismo, da lui filtrata dal passato e lucidamente rielaborata, serbava intatta una concezione della democrazia, del tutto predisposta a svilupparsi in successive stagioni, ma a non essere confusa o falsificata da progetti politici che, pure agitando forti richiami ai poteri sovrani del popolo, non rispettavano o tradivano i princìpi del pluralismo proprio di ogni democrazia rappresentativa…

Tra i principali eventi politici seguiti alla fine della Grande Guerra vi fu la nascita del Partito popolare italiano, annunciata il 18 gennaio 1919 dal suo Segretario nazionale Luigi Sturzo; il nome era stato scelto per evitare richiami alla democrazia cristiana di Romolo Murri. Nella drammatica situazione di quel dopoguerra prendeva corpo la prima e autonoma esperienza parlamentare dei cattolici italiani: con l’Appello a tutti gli uomini liberi e forti si affermava l’idea di un loro, ormai improcrastinabile, ingresso in Parlamento per avviare la trasformazione democratica dello Stato di diritto liberale, spezzando il blocco di potere della vecchia classe dirigente e rinnovando radicalmente i processi di formazione delle rappresentanze di ogni livello. Sturzo presentava al Paese un partito fondato su «saldi princìpi cristiani», ma aconfessionale e con caratteri spiccatamente programmatici e riformatori: il fine dichiarato era quello di stabilire, per la prima volta nella storia postunitaria, un rapporto organico (mai e in nessun modo spinto fino all’identificazione) tra le istituzioni pubbliche e la società. Tale prospettiva non era intesa solo ad aprire le porte dello Stato ai cattolici, bensì, e in modo più ampio, a inaugurare un comune impegno di tutte le forze politiche popolari, vecchie e nuove, per la costruzione di un inedito sistema democratico.

Il progetto, come si sa, non era nato nello spazio di un mattino, bensì maturato attraverso un lungo travaglio, interno e esterno all’istituzione ecclesiale e alle varie organizzazioni del movimento cattolico, superando l’annosa pregiudiziale sulla formazione di un partito di cattolici «sinceramente democratici»: cioè, di un partito che nasceva nella società e della società assumeva le esigenze di libertà e di giustizia da proporre e dibattere nelle istituzioni apicali dello Stato. Si trattava di un partito che Sturzo, fin dal discorso di Caltagirone del dicembre 1905, voleva dotato di un programma sociale e capace di essere «vitale […], moderno, combattente e che ha precise finalità concrete». Questo perché nella società industriale – Sturzo lo aveva già rilevato nel 1902 – ogni progetto mirante al progresso dei popoli emergeva dalle «lotte sociali» e non dalle astratte ipotesi di pacifica armonia tra le classi, coltivate fino ad allora nella parte maggioritaria del movimento cattolico. In quel contesto sociale e politico, peraltro, non si poteva lasciare il campo al modello individualista dei liberali o al programma economico-statalista dei socialisti, né si poteva immaginare che i conflitti fossero composti o prevenuti secondo il modello verticistico di legalità praticato dal vecchio Stato liberale.

Con l’avvento del fascismo e del partito unico «dominante», la drammatica estromissione del Partito popolare dal quadro politico italiano non concluse, almeno sul piano teorico, l’esperienza del popolarismo; anzi proprio su di essa Sturzo avviò una lunga e attenta riflessione. Infatti, già nel 1923, proprio quando il Partito stava perdendo la sua «ragione d’essere», il Segretario nazionale scrisse: «Il popolarismo è una dottrina politica, della quale il partito non è altro che una concretizzazione organizzativa, che può fiorire o morire in determinate circostanze, ma che non limita il valore della dottrina stessa».

Poco più avanti precisava con orgoglio che il popolarismo si era posto, in modo alternativo alle ideologie del secolo, come una vera e propria «dottrina dello Stato democratico». Sturzo, quindi, esprimeva la ferma convinzione che l’intera trama concettuale del popolarismo, da lui filtrata dal passato e lucidamente rielaborata, serbava intatta una concezione della democrazia, del tutto predisposta a svilupparsi in successive stagioni, ma a non essere confusa o falsificata da progetti politici che, pure agitando forti richiami ai poteri sovrani del popolo, non rispettavano o tradivano i princìpi del pluralismo proprio di ogni democrazia rappresentativa.

Impressiona ancora il modo nel quale Sturzo prospettava lo svolgersi in democrazia dei rapporti tra il popolo, con la sua sovranità, e lo Stato: cioè, come affrontava, anche sul piano del lessico politico e istituzionale, la questione dominante nella letteratura democratica contemporanea. Innanzi tutto, è sorprendente che in ogni  concettualizzazione del popolarismo siano poco  presenti e talora negativi i riferimenti diretti al termine popolo. Si parla talora di un «popolo amorfo e disorganico» o di una «massa indistinta», la cui identità unitaria era ricavabile unicamente dal suo essere o considerarsi maggioranza politica in una nazione e, in quanto tale, legittimata a contrastare o a combattere, sulla base di una malintesa concezione «giacobina» della sovranità, le minoranze e le opposizioni contrarie ai propri interessi, più pratici che ideali.  Sturzo, quindi, era del tutto contrario all’idea del popolo, inteso come nebulosa elettorale priva di qualsiasi identità sociale e politica riconoscibile, perché sempre a rischio di essere eterodiretta e sempre disponibile alla realizzazione di strategie politiche e obiettivi autoritari predisposti da singoli o gruppi estranei alle dinamiche liberaldemocratiche.

Tale contrarietà non era di principio, ma fondata sull’idea filosofico-politica lungamente coltivata, di matrice rosminiana, del necessario processo di «individualizzazione» che conduce l’uomo in ogni fase della sua vita ad acquisire quell’identità, storica ed etica, che determina l’assestarsi e lo svolgersi di varie e successive «forme individuali-sociali». Per Sturzo, il popolo è il detentore della sovranità solo se è riconoscibile come attore sociale e politico che opera nelle specifiche «forme» nelle quali afferma la sua identità. Non a caso, nel Programma del Partito era fissato l’impegno a garantire le «libertà individuali e sociali» e, attraverso l’attivazione di innovativi processi legislativi, «il pieno diritto al lavoro». Soprattutto, nel punto VI, per l’organizzazione di tutte le attività produttive, si impegnava il Partito a lasciare «libertà e autonomia» agli enti locali, dove si svolge la prima attività pubblica dei soggetti organizzati (partiti e sindacati).

Di qui la necessità di «un largo decentramento» dei poteri decisionali, in particolare attraverso la identificazione del Comune come ente politico e la creazione della Regione come ente «elettivo-rappresentativo» che esprime gli «interessi collettivi» del territorio ed è dotato di poteri di autogoverno. Solo con un largo programma autonomistico e pluralista, peraltro da realizzare sostenendo non facili battaglie politiche, potevano derivare, attraverso l’identificazione dei soggetti che compongono il popolo, il progresso e l’organizzazione delle forze politiche, l’armonico sviluppo economico del Nord e del Sud e, in sostanza, il mutamento dei rapporti di classe e dell’intera distribuzione dei poteri nel nuovo Stato democratico.

In tale concezione era racchiuso il progetto di Sturzo di riuscire con il Ppi a stabilire la necessaria distinzione tra la società, i corpi intermedi e lo Stato.  Il fascismo annullò tali distinzioni: «tutto nello Stato, niente fuori dello Stato». Sopravvisse il popolarismo con una prospettiva che rimane toto coelo diversa da ogni modello populistico, antico e nuovo.

 

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