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Don Sturzo rimanda “tutti gli uomini liberi e forti” a un impegno sociale e politico plurale con una visione di lungo respiro a servizio del bene comune. Prendere sul serio il nucleo fondamentale del pensiero di don Luigi Sturzo, come di altri esponenti del cattolicesimo sociale, avrebbe forse evitato rigurgiti integralisti, illusorie fughe secolariste, ubriacature politiche, spiritualismi ingenui, che hanno finito per demonizzare la politica….

Il 13 novembre 1928 Luigi Sturzo esule a Londra, scrivendo alla sua segretaria Barbara Carter, così si esprimeva: “Del partito popolare si scriverà in avvenire, quando non sarà vietato nominarlo tranne che per maledirlo, e, allora chi scriverà cercherà di interpretare la mia attività, e secondo i punti di vista, troverà da lodare o da biasimare o solo da spiegare il fenomeno. Ma nella valanga di notizie e di apprezzamenti contraddittori, non riuscirà mai a vederci bene in fondo. Ecco tutto: ma ciò m’importerà assai poco. Quel che m’importa è che una certa somma d’idee- anche senza che si riferiscano a me e alla mia opera- vadano sviluppandosi e penetrino nella vita intellettiva e religiosa della mia patria e anche altrove, come più rispondenti alla cultura generale dell’epoca e alla riviviscenza di spirito cristiano, nella sua purezza e integrità”.

La nascita del nuovo partito fu salutata da Antonio Gramsci come “il fatto storico più grande dopo il Risorgimento” e poi da Federico Chabod come “l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo”.

A distanza di cento anni dalla fondazione del Partito Popolare Italiano possiamo interrogarci su ciò che è ancora vivo in questa esperienza, per valorizzare il popolarismo sturziano come l’antidoto più efficace contro gli spettri dei populismi e dei nazionalismi che continuano ad aggirarsi nella società.

La prima teorizzazione del futuro Partito Popolare Italiano si ha con il discorso di Sturzo “I problemi della vita nazionale dei cattolici”, pronunciato a Caltagirone nel dicembre 1905. Esso prelude alla formazione di un partito laico, democratico e costituzionale d’ispirazione cristiana. Ma già nella relazione al primo convegno dei consiglieri cattolici di Caltanissetta nel 1902 don Luigi Sturzo incomincia a vedere l’equivoco di prendere come principale punto di differenziazione la religione.

Un ruolo fondamentale nella maturazione del partito ipotizzato da Sturzo ebbe la sua esperienza amministrativa e il suo costante riferimento ai problemi sociali del Meridione. La sua militanza nell’Azione Cattolica, il suo impegno sociale nella società civile a fianco degli operai, dei contadini, degli artigiani, degli studenti, del piccolo ceto medio lo portò a riconoscere il carattere autonomo, sul piano culturale e politico di una diffusa rete di organizzazioni cattoliche (cooperative, casse rurali, circoli, associazioni professionali) sia rispetto ad altre organizzazioni operanti in campo politico sia rispetto all’organizzazione ecclesiastica in quanto tale.

Indicativo per quanto riguarda l’ispirazione cristiana è quanto don Sturzo disse 17 dicembre 1918, a Roma, in una riunione di amici che con lui preparavano il programma e lo statuto del PPI che stava per sorgere: “Se formiamo un partito politico al di fuori delle organizzazioni cattoliche, e senza alcuna specificazione religiosa, non per questo noi oggi ripiegheremo la nostra bandiera; noi solo vogliamo che la religione non venga compromessa nelle agitazioni politiche e ire di parte. Però nel campo delle attività pubbliche, imiteremo i primi cristiani, che portavano il Vangelo nascosto sul petto, e alimentavano alla santa parola la loro fede, mentre come cittadini invadevano i fori e la curia e gli eserciti e i campi e fin nelle officine degli schiavi, per poi al momento opportuno parlare avanti ai presidi e ai re le parole dello Spirito Santo”. “Noi non entreremo – aggiungeva – nei pubblici consessi sotto la bandiera del partito politico, ma sapremo insieme alimentare la nostra fede dallo spirito di vera pietà, che coltiveremo all’ombra del campanile nei circoli e nelle società cattoliche, dalle quali non ci distaccheremo, ma considereremo come sicuro rifugio alle lotte pubbliche, quanto più sarà a esso impresso lo spirito”.

Per Sturzo si trattava di un partito “laico” di chiara ispirazione cristiana, indipendente e autonomo dalla gerarchia ecclesiastica senza alcuna connotazione confessionale, secondo la tradizione guelfa del cattolicesimo intransigente dal quale prese il simbolo dello scudo crociato.

Nell’Appello del 1919 era scritto: “Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale che derivano dalla civiltà cristiana come informatrice della coscienza privata e pubblica”. Nel primo congresso del nuovo partito, tenutosi a Bologna, Sturzo ribadisce il carattere laico e aconfessionale del partito e precisa la sua concezione dello Stato, diversa da quella degli altri movimenti politici italiani: “Siamo sorti – afferma – a combattere lo Stato laico e lo Stato panteista del liberalismo e della democrazia; combattiamo anche lo Stato quale primo etico e il concetto assoluto della nazione panteista o deificazione, che è lo stesso”. E aggiunge: “E’ superfluo dire perché non ci siamo chiamati “partito cattolico”: i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione”.

Replicando a P. Agostino Gemelli, che gli rimproverava di nascondere in soffitta “la bandiera dei principi cristiani”, don Sturzo disse: “il partito nella sua costituzione, nei suoi criteri, nella sua anima è cristiano. Non è possibile né a me né ai miei amici rimproverare di essere tiepidi assertori della fede cristiano-cattolica, che possano cioè non aver sentito e non poter sentire i palpiti della religione cristiana, che non possano vivere e non vivano nel contatto spirituale con Dio che è la nostra finalità ultima e il nostro desiderio, ispirazione prima della nostra coscienza”.

L’aconfessionalità del partito dei cattolici democratici volle essere un tentativo non di trovare una zona intermedia tra la fede e la storia in cui si potesse mettere fra parentesi l’identità cristiana, ma di far lievitare dal basso alcuni valori fondamentalmente cristiani presenti nella realtà popolare, rivendicando una responsabilità diretta ai cattolici impegnati in politica e un’autonomia nei confronti della gerarchia ecclesiastica, di cui tuttavia non s’intendeva mettere in dubbio la missione “direttiva” di illuminare le coscienze alla luce del Vangelo.

Il Partito Popolare Italiano si caratterizza per una chiara e articolata piattaforma programmatica che comprende la promozione della famiglia, il primato dell’educazione e la libertà d’insegnamento; una legislazione sociale che garantisca il diritto al lavoro e lo sviluppo della cooperazione; la promozione delle autonomie locali, la libertà della Chiesa e il rispetto della coscienza cristiana, il meridionalismo, la rappresentanza proporzionale e il voto femminile; l’impegno per la pace.

Rispetto a un secolo fa troppe situazioni sono cambiate in un mondo globalizzato e pluralista nel quale si affacciano paradossalmente ideologie nazionaliste, aumenta la sfiducia e la rabbia nei confronti dei governanti e la paura nei confronti degli stranieri, si contesta la democrazia rappresentativa in nome di una fantomatica democrazia diretta di marca populista. Rimangono tuttavia gli ideali sturziani di libertà e di giustizia, la volontà di collaborare al bene comune “senza pregiudizi né preconcetti” tessendo relazioni positive con le forze vive della società. Un elemento dell’eredità morale di don Luigi Sturzo è il concepire l’impegno politico dei cristiani come atto di amore verso la comunità e come apostolato sociale nutrito da una profonda riflessione culturale.

Don Sturzo rimanda “tutti gli uomini liberi e forti” a un impegno sociale e politico plurale con una visione di lungo respiro a servizio del bene comune. Prendere sul serio il nucleo fondamentale del pensiero di don Luigi Sturzo, come di altri esponenti del cattolicesimo sociale, avrebbe forse evitato rigurgiti integralisti, illusorie fughe secolariste, ubriacature politiche, spiritualismi ingenui, non si sa fino a che punto, nel demonizzare la politica.

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