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La semplice lettura dell’Appello ai «liberi e forti» consentirebbe di comprendere come la difesa della dignità e del valore della persona, la famiglia costituzionalmente riconosciuta, la rilevanza dei corpi intermedi nell’attuazione della solidarietà e sussidiarietà, il municipalismo e un sano regionalismo, la libertà scolastica, culturale e religiosa, il riconoscimento dell’effettiva libertà d’impresa, il limite al fiscalismo, la tutela del credito locale, la promozione del lavoro e l’eliminazione della povertà, la questione dell’Europa politica e del suo rapporto con la pace, la lotta al finanziarismo globale, l’eliminazione della cause delle migrazioni mediante investimenti in società, economia e cultura nei paesi d’origine, siano già tracciati quali progetti di riforma dello Stato liberale di quel tempo e possano divenire anche oggi presupposti di rinnovamento della Quarta Repubblica

Sono passati 100 anni dalla fondazione del Partito Popolare Italiano del 1919. Li ricordiamo con tante celebrazioni, molte delle quali alla presenza di eminenti personalità tra cui il Presidente della Repubblica e quello della Conferenza Episcopale Italiana. Ma abbiamo poco da festeggiare. Di quella vicenda resta, oltre all’Appello, la dottrina politica del Popolarismo. Non poco per chi l’ha studiata o intenderebbe attuarla. Oggi di quella il solo uso è nella contrapposizione al populismo e al sovranismo. Ciò a prescindere dall’approfondire il contenuto dell’Appello ai liberi e forti che don Sturzo e gli altri popolari resero noto il 18.1.1919.

Oggi c’è troppo odore di elezioni, e questo si presta al rischio di richiami strumentali o occasionali. È più conveniente la solita chiamata del tutti contro qualcosa o qualcuno, anziché affrontare il tema del progetto ideologico, del programma politico e della costruzione della forma partitica, che sono stati alla base dell’Appello e che hanno dato forma al primo partito laico, aconfessionale e di ispirazione cristiana in Italia. Un partito di cattolici, ma non dei cattolici, aperto a tutti coloro che in quell’Appello avevano trovato la coscienza del cuore e l’intelligenza della conoscenza. Un vessillo alzato contro i danni prodotti all’unità del popolo italiano fatta con la “piemontesizzazione” dei Savoia e dal “Non expedit” di pontificia memoria. Quella bandiera, nonostante i risultati elettorali subito raggiunti, non rimase in piedi. L’estetica del fascismo aveva maggior fascino e don Sturzo e i popolari finirono per essere vittime di tradimenti e congiure dall’interno e all’esterno del partito. L’ala clericale e conservatrice dei popolari ruppe l’unità, con l’alto avallo di qualche esponente della Chiesa. Costoro furono concausa della dittatura e, quindi, della Seconda guerra mondiale e della distruzione del Paese.

Alcuni storici rivendicano che, comunque, cosa ben più rilevante fu prodotta dalla diretta pattuizione tra Mussolini e la gerarchia ecclesiale; o meglio: i Patti lateranensi. Di certo, quanto ebbero a soffrire don Sturzo, De Gasperi e i popolari del 1919, rimasti fedeli all’Appello, a causa di questo nuovo “Non expedit”: fu di certo tragedia personale e familiare ma anche la risorsa umana e ideologica su cui fu possibile rialzare la bandiera dell’impegno politico unitario dei cristiani nel partito della Democrazia Cristiana. Una base di progetto e di programma che contribuì alla nascita della Prima repubblica e alla democrazia costituzionale del 1948 ed a evitare che le rivoluzione comunista, come già nel Biennio Rosso, mettesse nuovamente a rischio le libertà del popolo italiano, costruendo quella giustizia sociale che ha permesso il salto di “qualità sociale” a tantissimi italiani.

La partecipazione alla nascita delle prime basi dell’unità europea e, poi, aver portato l’Italia ad essere soggetto fondatore della Piccola Europa, certamente, sono tra i meriti di quei democristiani che, in tal modo, hanno consentito il più grande periodo di pace sul continente europeo. Siccome non è oro tutto ciò che luccica, alcuni di quei democristiani, non conoscendo e non volendo studiare il popolarismo sturziano, anzi denigrandolo come liberismo di un vecchio sacerdote contaminato dai ventidue anni di esilio tra Inghilterra e Stati Uniti, furono attratti dall’uso senza controllo del potere basato sulla gestione del denaro pubblico, prima e privato, dopo.  Fu la deriva estetica di ciò che don Sturzo aveva indicato come il pericolo delle cd. “male bestie”; o meglio, l’attrazione fatale verso statalismo, partitocrazia clientelare e abuso del denaro pubblico.  A queste, don Sturzo univa anche la mafia. E le “male bestie” nell’aggredire le nostre libertà, come avevano presagito il sacerdote calatino, finirono per distruggere la Democrazia cristiana e la Prima Repubblica.

Il nuovo “Non expedit” del 1994 fu tracciato su queste basi. Fu di tutta fretta liquidato il nuovo Partito Popolare del 1994, senza alcun atto formale, sull’emergenza del risultato elettorale ritenuto insoddisfacente, senza contare come negli anni successivi tanti altri nuovi partiti con risultati assai minori sono stati al Governo del Paese.  Si disse, contemporaneamente, che il nuovo ruolo dei cattolici dovesse essere quello di evangelizzare, cioè contaminare i partiti degli altri di spirito cristiano. Non si tenne conto né del chi e né del come questi partiti della Seconda Repubblica furono formati e, ancor meno con quali intenti progettuali e programmatici.

Il risultato di questa scelta fu per un verso la contaminazione di molti politici cattolici nelle logiche decristianizzate e, in ogni caso, la totale ininfluenza politica nelle scelte della Seconda Repubblica mancando i numeri parlamentari di una rappresentanza unitaria. Man mano che questo ventennio andava scorrendo, i reduci della Prima e i cattolici adulti della Seconda, uniti dal considerare chiusa la storia del partito laico, aconfessionale, di ispirazione cristiana, furono emarginati e ridotti a comparse, qualcuno a burattino. Tratti dal sacco per le emergenze, cioè i momenti del cosiddetto “siamo sull’orlo del baratro” e dallo speculare detto “è l’Europa che ce lo chiede”, non hanno mai saputo – potuto costruire un’alternativa a questo liberismo finanziario globale. La loro irrilevanza è stata tenuta, del resto, in catena dal nuovo “Non expedit”.

I cattolici in politica non potevano più ricostituire lo strumento unitario del partito.  Il loro confronto doveva avvenire nelle reti sociali e dei movimenti ecclesiali. Nel frattempo, la rappresentanza di questo mondo, nel vuoto di progetto e di programma, era assunto dalla gerarchia ecclesiale nel diretto confronto con il potere politico sui “valori non negoziabili” e, man mano, anche su altre vicende più pratiche. Questa nuova fascinosa deriva estetica, in fondo, ripercorreva errori del passato. O meglio, immaginare di poter trattenere in catene le male bestie dell’individualismo, del materialismo e del relativismo, mediante il fiorire di nuove personalità dai corpi intermedi che, segnalate da questi o da alcune eminenti personalità della Chiesa locale, potessero essere cooptate nei movimenti personalistici e leaderistici della Seconda Repubblica.

Nel frattempo anche questo esperimento contribuiva a portare a morte il paziente della Seconda Repubblica. A fronte di ciò, la Terza Repubblica, sebbene nata nei fatti del voto dell’aprile 2018, sembra ancorare il mondo italiano di ispirazione cristiana e, in particolare, quello cattolico, nell’unico sforzo proteso a rievocare l’Appello ai liberi e forti. Tuttavia, segnatamente, nel tentativo di condizionare lo stesso alla limitata e già fallita idea della rete sociale da un lato, e del libero discernimento dall’altro. Sicché invariata resterebbe la soluzione ultima dei cd. “contenitori plurali”, in cui il ruolo evangelizzante dei cattolici sarebbe quello di contaminare il percorso politico per il bene comune. Invero, come principio validante di questa vecchia e fallita teoria è proposto l’assunto che anche la gerarchia ecclesiale non indicherebbe la via della formazione di un partito unitario di ispirazione cristiana. Si adduce, poi, che il lungo tempo trascorso dai duplici eventi del 1919 (Appello ai Liberi e forti) e dalla fondazione della Democrazia Cristiana, obbligherebbe a formare i cittadini e la classe dirigente che non sarebbero pronti a questo passo di unità. Altri, ribadiscono che quelle lezioni di spirito democratico, di cui abbiamo detto, potrebbero essere solo un “lievito” nell’attuale condizione storica. Tutte queste teorie hanno come elemento comune di esaltare il momento non aggregante nella forma strumento del partito unitario.

A mio avviso, al contrario, occorre ricordare che la dottrina politica del popolarismo non prevede che il partito sia fondato in modo confessionale. Ne consegue che al più gli inviti, ritengo non ben compresi, provenienti dal Cardinale Bassetti altro non siano che richiami contro l’incapacità elaborativa del laicato cattolico.  La libertà di discernimento e la confluenza in contenitori plurali di azione politica, esteticamente, sono fascinosi. Tuttavia, chi li contrabbanda come soluzione in questo momento storico ci deve spiegare come mai non hanno funzionato nel tenere assieme la Seconda Repubblica che, in fatto di sviluppo economico e di giustizia sociale, ha perso anni di produzione di bene comune, lasciandoci indietro rispetto alla Germania, alla Francia e alla Spagna.

Quanto alla teoria dei cattolici quale “lievito” sociale e politico, occorre dire che nelle confezioni di questo c’è sempre una scadenza, e che se il lievito si impasta con farina cattiva, il risultato sarà comunque di scarsa qualità. Resta sul tavolo il sistema di reti sociali; o meglio, quelle che dovrebbero creare le relazioni tra i molteplici corpi intermedi di ispirazione cristiana e dei movimenti ecclesiali. Non mi sembra che questa soluzione sia innovativa. Già sperimentata in modo fallimentare al tempo dell’Opera dei congressi, i popolari di quel tempo ne presero le distanze combattendo contro il derivato modello gentiloniano.

Nel 2012 quella formula era stata richiamata, quale esperienza pratica, attorno alle vicenda dei convegni di Todi. Questa esperienza si spense nella deriva estetica del Governo Monti e del suo partito personalistico. Certo, qualche rappresentante di quelle reti fece carriera politica essendo cooptato in rilevanti ruoli anche del Governo, ma in fondo, già oggi, non ricordiamo molto della loro azione. In sostanza, credo che il sistema a rete d’ispirazione cristiano, a fronte dell’arrivo della competizione elettorale, tenda a spezzarsi.

Le sue maglie relazionali risultano troppo larghe e deboli in quanto non basate su alcuna scelta ideologica, progetto unitario e tantomeno su un conseguente programma politico. Il peso della pressione del macigno elettorale finisce per assorbire qualche singolo nodo, mediante cooptazione, nel movimento mass mediatico del momento, con un’organizzazione partitica. Dunque, il contrario di quanto espresso nel Popolarismo che chiede prima la capacità di elaborazione progettuale e programmatica e, dopo, la scelta delle persone. Ne consegue come il cooptare qualche personalità, priva di arte ed esperienza politica, nei contenitori altrui sia una deriva estetica.  Niente di più che un bel cappellino su un abito nuovo. Finita la festa, si ripone nell’armadio.

In conclusione, ritengo che il partito unitario, laico di ispirazione cristiana, sia una scelta inevitabile per coloro che dovessero ritenere l’attuale come una “grave ora”; un momento che imponga al laicato anche cattolico di prendere la responsabilità di entrare in Parlamento in forma organizzata propria e dar battaglia, anche minoritaria, sulle questioni dei valori del popolarismo, della promozione del bene comune e della difesa della Carta costituzionale. Il progetto sociale e il suo programma, se vogliamo, sono contenuti nell’Appello ai liberi e forti e nella sua capacità di proiezione sullo sviluppo della persona, dei corpi intermedi e del mondo.

La semplice lettura dello stesso, “senza pregiudizi né preconcetti”, consentirebbe a chiunque, di comprendere come la difesa della dignità e del valore della persona, la famiglia costituzionalmente riconosciuta, la rilevanza dei corpi intermedi nell’attuazione della solidarietà e sussidiarietà, il municipalismo e un sano regionalismo, la libertà scolastica, culturale  e religiosa, il riconoscimento dell’effettiva libertà d’impresa (anche di quella piccola e media), il limite al fiscalismo, la tutela del credito locale, la promozione del lavoro e l’eliminazione della povertà, la questione dell’Europa politica e del suo rapporto con la pace, la lotta al finanziarismo globale, l’eliminazione della cause delle migrazioni mediante investimenti in società, economia e cultura nei paesi africani e mediorientali, siano già in quell’Appello tracciati quali progetti di riforma dello Stato liberale di quel tempo e possano divenire anche oggi presupposti di rinnovamento della Quarta Repubblica italiana.

Se si vuole si può fare chiamando a raccoltatutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell’amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl’interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo”, come già fecero don Sturzo e i suoi amici popolari in quel gennaio del 1919. Sarebbe un coraggioso atto contro il pragmatismo delle solite derive estetiche.

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