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Proponiamo un’intervista realizzata a Cristino Gori, professore associato di politica sociale presso l’Università di Trento e Ideatore e Coordinatore scientifico dell’Alleanza contro la Povertà in Italia

Come si è arrivati – finalmente anche in Italia – all’introduzione di una misura nazionale, strutturale, contro la povertà assoluta?

Il percorso che ha portato all’introduzione del Rei, avvenuta nel 2017, è stato indubbiamente complesso. Diversi sono i fattori che vi hanno contributo. Il primo consiste nel notevole incremento della popolazione povera nel nostro paese, accompagnato non solo dalla sua crescita tra i gruppi sociali e i contesti tradizionalmente più colpiti, penso al meridione ed alle famiglie senza occupati, ma anche alla sua comparsa significativa in gruppi sociali tradizionalmente “al sicuro”, come è accaduto nel nord e nelle famiglie con occupati.

Un altro elemento è certamente stata la pressione svolta dal Movimento Cinque Stelle. Noi come alleanza non abbiamo mai condiviso la proposta del reddito di cittadinanza ma abbiamo sempre riconosciuto che il M5S è stata la prima forza politica a fare della povertà una priorità. Cruciale è stata, evidentemente, l’attenzione dedicata al tema dal gruppo dirigente del centro-sinistra nei governi Renzi-Gentiloni, a partire dal Ministro Poletti. E poi c’è stato l’incessante lavoro di pressione e di proposta condotto dall’Alleanza.

 

Quali sono i tratti peculiari del lavoro svolto sinora dall’Alleanza?

Uno consiste nel aver dato vita, per la prima volta nel nostro Paese, ad un soggetto di rappresentanza sociale dei poveri che ha aggregato un ampio numero di realtà – oggi 37 – con lo scopo di promuovere l’introduzione di adeguate politiche pubbliche di contrasto all’indigenza. L’Alleanza si è contraddistinta per la capacità di agire in modo unitario di tutti questi soggetti – e rimanerlo anche nei momenti più complicati – e dall’altra per aver costruito la rappresentanza sociale dei poveri.

L’altro aspetto è stato quello di collegare l’attività di pressione con quella finalizzata a predisporre una proposta molto elaborata – quella del Reddito di Inclusione Sociale (Reis) – e condivisa, in quanto figlia di un lavoro di elaborazione fatto insieme, studiosi e associazioni. Per contribuire a migliorare le politiche credo sia cruciale presentarsi davanti a chi detiene il potere non solo affermando la necessità di affrontare un problema ma anche proponendo modalità operative, concrete e precise, per risolverlo. Si potrebbe dire, si tratta sia di dichiarare i propri ideali sia di definire gli strumenti per tradurli in pratica.

Qui ci tengo a dire una parola anche personale dato che siamo su un sito promosso dalle Acli. Io ho avuto l’idea dell’Alleanza, ma senza le Acli questa idea non sarebbe mai diventata realtà. Le Acli – come noto – sono state insieme alla Caritas i promotori iniziali dell’Alleanza ed io avevo cominciato ad elaborare le mie idee – sia rispetto all’Alleanza sia rispetto al Reis – in un precedente proposta, avanzata solo come Acli nel 2011. Dunque, nel percorso che ha portato alla proposta del Reis e poi all’introduzione del Rei il ruolo delle Acli come soggetto di innovazione delle politiche pubbliche è stato decisivo. E’ un percorso che ha visto coinvolti gli ultimi tre presidenti delle Acli, Roberto Rossini, Gianni Bottalico e Andrea Olivero, a quali va un mio ringraziamento particolare.

Lei ha seguito tutte le tappe che hanno portato al REI, dalla Social Card al SIA. Rispetto alla proposta del Reis, della quale lei ha coordinato l’elaborazione, cosa manca ancora? E’ soddisfatto della legge che introduce il Rei? Quali sono i punti critici e le aree di miglioramento?

Distinguerei tra il disegno della misura e la sua attuazione. Il disegno del Rei riprende, in ampia parte, la proposta del Reis. Gli aspetti di questa proposta fatti propri dal Rei sono stati assorbiti progressivamente nel testo della riforma attraverso vari passaggi. I principali sono una serie di emendamenti approvati durante il dibattito parlamentare, il Memorandum sull’attuazione della Legge delega firmato il 14 aprile 2017 da Presidente del Consiglio, Ministro del Lavoro e Alleanza, e alcuni confronti successivi prima della promulgazione della legge 147/97 nell’autunno.

Vi sono comunque, evidentemente, una serie di aspetti che non riflettono la nostra proposta e che non condividiamo, qui mi vorrei concentrare sui due punti strategici di fondo. In Italia vivono in povertà assoluta 4,75 milioni di persone, pari al 7,9% della popolazione complessiva; 2,5 milioni di queste, cioè il 53% del totale riceveranno il Rei mentre oltre 2 milioni (il 47%) ne è – ad oggi – escluso. Inoltre, gli importi medi dei contributi economici erogati sono ancora lontani dal coprire la distanza tra il reddito degli utenti e la soglia di povertà assoluta, che permette di soddisfare adeguatamente le proprie esigenze primarie, riguardanti l’alimentazione, la casa, il vestiario e i trasporti e altre necessità di base. Il confronto tra gli attuali importi medi mensili ed i valori necessari – secondo i calcoli dell’Alleanza – è chiaro: 177 euro rispetto a 316 (una persona), 244 e 373 (due), 282 e 382 (tre), 327 e 454 (quattro), 330 e 710 (cinque e più). E’ necessario, pertanto, estendere il Rei a tutti i poveri ed alzarne gli importi, così da dotare l’Italia di una misura contro la povertà assoluta universale (rivolta a chiunque sperimenti tale condizione) e di valore adeguato.

E per quanto riguarda l’attuazione?

In Italia si tende, molto spesso, a ritenere che approvata la legge, il problema è risolto. Invece una legge costituisce solo un punto di partenza e poi è decisivo il percorso attuativo. Il Rei rappresenta una riforma molto innovativa per il contesto italiano e che in quanto tale non potrà non incontrare profonde difficoltà attuative nei territori che si sono già manifestate con la sperimentazione del Sia. Il dibattito pubblico e politico, generalmente passa dai toni dell’euforia per l’approvazione di una norma, allo sconcerto per i primi problemi, a una valutazione complessiva di fallimento; tutto ciò in tempi relativamente brevi. Le riforme importanti e ambiziose hanno, invece, un ciclo attuativo che va misurato sui tempi lunghi; generalmente ci vogliono anni perché un provvedimento riesca effettivamente ad essere messo bene a punto, per affrontare ad uno ad uno i problemi. Non a caso circa metà del Memorandum firmato tra Governo e Alleanza è dedicato proprio all’accompagnamento operativo dei territori.

Concentrarsi sulla dimensione attuativa è una sfida enorme, ma è anche al tempo stesso il passaggio obbligato perché una grande riforma come questa riesca a radicarsi. Io penso che la capacità del Rei di migliorare il sistema italiano di welfare si potrà giudicare non prima di tre anni.

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