All’inizio del decennio 1980-1990, la Santa Sede si rende conto di quanto la mobilità di chi è espulso venga a sostituirsi a quella di chi cerca lavoro e migliori condizioni e di come quindi gran parte delle partenze dal Terzo Mondo non sia conseguenza di libere scelte, ma frutto della necessità. Inizia allora il percorso che porta oggi alle proposte di papa Francesco…

Da storico non è semplice rispondere a un invito a discutere soprattutto i problemi odierni. È, però, possibile cercare una risposta nel passato e nelle attività pontificie relative alle migrazioni. Persino nel medioevo e nell’età moderna queste ultime sono già note alla Chiesa che cerca in vari modi di rispondere, istituendo già nel Trecento le chiese nazionali, ovvero luoghi di culto dedicati a un solo gruppo di migranti. Si veda in particolare quanto accade a Roma tra il Tre e il Cinquecento, con le chiese per i francesi, gli spagnoli, i tedeschi. Ma lo sforzo maggiore per comprendere e soccorrere i migranti inizia verso la fine dell’Ottocento, quando si temono gli spostamenti di cattolici in paesi protestanti (Germania, Stati Uniti) o anticlericali (Francia, America Latina).

In Italia monsignor Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905), vescovo di Piacenza, scopre negli ultimi decenni di quel secolo che i suoi fedeli, soprattutto quelli delle zone più rurali e montuose, migrano in massa verso l’Europa e le Americhe. Si dedica quindi allo studio delle migrazioni e delle loro cause (L’emigrazione italiana in America. Osservazioni, Piacenza, Tipografia dell’Amico del Popolo, 1887) e fonda un istituto per formare missionari in grado di assistere gli italiani negli Stati Uniti e nel Brasile. Giusto prima di morire, scrive alla Santa Sede per spiegare che preoccupandosi solo degli italiani ha compiuto un errore grave. Non si è infatti reso conto che tutti gli europei migrano per ragioni sociali ed economiche e che dunque la Chiesa non deve preoccuparsi dei singoli gruppi, ma deve affrontare il fenomeno da una prospettiva globale. Ipotizza dunque la fondazione di una commissione pontificia per tutti i migranti cattolici, anticipando quella che sarà la sezione dedicata all’emigrazione della Concistoriale, voluta da Pio X. Tale sezione sotto Paolo VI si trasforma in Commissione e in seguito (ma vedi più oltre in questo testo) nel Pontificio Segretariato per gli emigranti e gli itineranti (ma il nome varia nel tempo) e, per volontà di Francesco, è oggi rifusa nella Segreteria per i migranti e i rifugiati del pontificio Dicastero per lo sviluppo umano integrale.

Alla fine della sua vita Scalabrini intuisce quindi che l’emigrazione è un fenomeno mondiale. Geremia Bonomelli (1831-1914), vescovo di Cremona e suo grande amico, allarga ancora di più la definizione e asserisce che le migrazioni sono un fenomeno globale nel Novecento e hanno puntuto tutta la storia dell’umanità. Con una frase a effetto, chiosa al proposito che le migrazioni sono cominciate con la cacciata di Adamo ed Eva. Questa ipotesi suggerisce che a fianco delle motivazioni socio-economiche, analizzate da Bonomelli nel suo scritto su L’Emigrazione (Cremona, Tipografia Giovanni Fioroni, 1896), debbano dunque essere considerati anche i fattori espulsivi. Tuttavia nei decenni successivi i vari organismi vaticani pensano fondamentalmente alle migrazioni di lavoro, quelle cioè, come nota Bonomelli, sempre “legate a tutte le questioni economiche del lavoro e del salario”. Il problema delle espulsioni e dei migranti involontari diviene invece impellente dopo la seconda guerra mondiale.

Alla fine del primo conflitto mondiale la questione dei profughi e dei rifugiati si pone già, basti pensare a quanto avviene in Italia verso il termine del e subito dopo il periodo bellico. Tuttavia non è niente in confronto a quanto avviene quasi trenta anni dopo, quando l’Italia e in genere l’Europa centro-occidentale sono percorse da migranti in fuga dopo le distruzioni inflitte prima dai tedeschi e poi dai sovietici. Nel 1944 Pio XII istituisce la Pontificia Commissione Assistenza Profughi (poi Pontificia Opera Assistenza), affidata a monsignor Ferdinando Baldelli, già collaboratore dell’Opera Bonomelli, che si era occupata dei profughi veneti, friulani e trentini durante il primo conflitto, nonché attivo nei programmi per le migrazioni interne sotto il patrocinio della Concistoriale. Baldelli si occupa di assistere i flussi migratori che si dirigono oltreoceano in stretta collaborazione con le organizzazioni dei cattolici statunitensi, ma cerca anche di aiutare coloro che provengono dall’Africa, in particolare dalle ex-colonie italiane.

Nel dopoguerra la pastorale missionaria deve comunque fare i conti con nuove e vecchie realtà politiche ed ideologiche. Gli ambienti vaticani temono soprattutto la propaganda comunista fra gli emigrati. Tuttavia l’impegno sociale nei paesi di origine, come in quelli di migrazione spingono i sacerdoti più giovani a collaborare con i movimenti di sinistra e i sindacati, tanto più che le stesse ACLI e la CISL, parimente attive fuori d’Italia, si avvicinano ai loro omologhi, specialmente dopo il rinnovamento stimolato dal Concilio Vaticano II. Il fenomeno è di grande rilievo e provoca notevoli fratture (generazionali e politiche) nel corpo ecclesiastico, nonché in alcuni casi i decisi interventi degli organi di controllo centrale.

Nel quadro di una situazione abbastanza confusa, per l’evolversi del quadro politico nazionale ed europeo, appare marcata l’attenzione del Vaticano alla globale del fenomeno migratorio. Sin dal 1947 è attivo un apposito ufficio presso la segreteria di Stato. Tuttavia i funzionari curiali prestano ancora grandissima attenzione soprattutto al caso italiano. Nel 1949, per esempio, è riaperto a Roma il Pontificio Collegio per l’emigrazione, di fatto attento soltanto agli italiani all’estero, e viene affidato agli scalabriniani, riprendendo solo parte del discorso del loro fondatore. Il Collegio viene chiuso definitivamente nel 1973, quando la Santa Sede opta decisamente per interventi su scala mondiale.

Per seguire come si passa dalla dimensione soprattutto italiana a una mondiale si può ricordare come nel 1951 sia fondata a Roma la Giunta Cattolica per l’emigrazione, il cui consulente principale Giuseppe Lucrezio Monticelli cofonderà il Dossier Statistico Immigrazione, un sussidio socio-pastorale affermatosi, a partire dagli anni 1990, per lo studio del fenomeno dell’immigrazione nella Penisola e per sostenere l’azione di sensibilizzazione di competenza della Caritas Italiana e della Fondazione Migrantes. Dopo la Giunta è istituito l’Ufficio Centrale Emigrazione Italiana (UCEI), che si trasforma infine nell’appena citata Fondazione, che segue sia le migrazioni verso l’Italia, sia quelle italiane verso l’estero, ripartite nel nuovo millennio.

Sempre nel 1951 a Ginevra viene costituita la Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni competente a coordinare l’attività svolta nei diversi contesti nazionali. Questa scelta impone una sterzata verso la dimensione internazionale e soprattutto un aggiornamento. Nel 1952 la Costituzione apostolica Exsul Familia stabilisce nuove norme relative all’assistenza spirituale degli emigrati, di competenza della Concistoriale. Sempre sulla stessa linea, nel 1969, la Pastoralis Migratorum Cura ammoderna decisamente la normativa in materia pastorale e insiste ulteriormente sull’ottica internazionale.

Nel 1970, all’interno della Concistoriale (diventata Sacra Congregazione dei Vescovi) è creata la Pontificia Commissione per la cura spirituale dei migranti, che nel 1988 assume una configurazione pienamente autonoma. Testimonia così il completamento del processo di internazionalizzazione della pastorale migratoria e conferma l’importanza assunta dal settore. In questa trasformazione pesa particolarmente la scoperta, durante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, del massiccio ripresentarsi del problema dei rifugiati, come indicano già nel 1983 gli orientamenti Per una pastorale dei rifugiati offerti dalla Pontificia commissione per la pastorale delle migrazioni e del turismo.

È dunque sull’iniziare del decennio 1980-1990 che la Santa Sede si rende conto di quanto la mobilità di chi è espulso venga a sostituirsi a quella di chi cerca lavoro e migliori condizioni e di come quindi gran parte delle partenze dal Terzo Mondo non sia conseguenza di libere scelte, ma frutto della necessità. Inizia allora il percorso che porta oggi alle proposte di papa Francesco.

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