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“La mobilità umana, che corrisponde al naturale movimento storico dei popoli, può rivelarsi un’autentica ricchezza tanto per la famiglia che emigra quanto per il paese che la accoglie. Altra cosa è la migrazione forzata delle famiglie, frutto di situazioni di guerra, di persecuzione, di povertà, di ingiustizia, segnata dalle peripezie di un viaggio che mette spesso in pericolo la vita, traumatizza le persone e destabilizza le famiglie (Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia n. 46).

La mobilità umana, che corrisponde al naturale movimento storico dei popoli, può rivelarsi un’autentica ricchezza tanto per la famiglia che emigra quanto per il paese che la accoglie. Altra cosa è la migrazione forzata delle famiglie, frutto di situazioni di guerra, di persecuzione, di povertà, di ingiustizia, segnata dalle peripezie di un viaggio che mette spesso in pericolo la vita, traumatizza le persone e destabilizza le famiglie (Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia n. 46).

Ho scelto di iniziare il mio editoriale da questa citazione di un passo dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia di papa Francesco perché opera un’importante distinzione che ci aiuta ad inquadrare il tema della mobilità umana in una prospettiva più ampia e complessa; una questione richiamata anche nell’ambito della ricca riflessione portata avanti dalle Acli nazionali nel corso del loro 52 Incontro nazionale di studi: “In continuo movimento. Le Acli, la mobilità sociale e la democrazia”, svoltosi a Bologna dal 12 al 14 settembre 2019.

Condizioni di vita precarie, clima di violenza e guerre, degrado ambientale, prospettive economiche di miseria e divario crescente tra paesi poveri e ricchi, attese di un futuro migliore sul piano lavorativo e delle condizioni di vita, sono alcune delle cause della mobilità umana, fenomeno che va interpretato e compreso con attenzione.

La mobilità umana, volontaria o forzata, la sua incidenza nella vita sociale e i suoi effetti sulla sensibilità delle singole persone coinvolte, sono tali che impongono grande attenzione e capacità di valutare le molteplici conseguenze e i possibili benefici ed impedire o limitare gli effetti negativi.

Il fenomeno è così vasto e complesso da richiedere agli studiosi delle varie discipline (dai sociologi agli psicologi, dagli economisti agli storici, dagli esperti di geopolitica e di ambiente a quelli di geografia, tanto per citarne alcuni) agli educatori, agli esperti del campo, ai politici e ai comunicatori, una lettura seria, attenta, rigorosa, capace di rifuggire le semplificazioni e le derive ideologiche in modo da aiutare i cittadini a comprendere le dinamiche del fenomeno e a trovare risposte sul piano politico. In sintesi, è necessario comprendere e distinguere i processi che abbiamo di fronte per poi trovare delle soluzioni che rispettino la dignità delle persone e tutelino i loro diritti.

Ancora una volta il Papa, nel messaggio per la 105ma giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che si è celebrato lo scorso 29 settembre, ci offre un orientamento, una bussola per la nostra azione sociale e politica. Francesco afferma significativamente: “La risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. Essi esprimono la missione della Chiesa verso tutti gli abitanti delle periferie esistenziali, che devono essere accolti, protetti, promossi e integrati. Se mettiamo in pratica questi verbi, contribuiamo a costruire la città di Dio e dell’uomo, promuoviamo lo sviluppo umano integrale di tutte le persone e aiutiamo anche la comunità mondiale ad avvicinarsi agli obiettivi di sviluppo sostenibile che si è data e che, altrimenti, saranno difficilmente raggiunti”.

Per questi motivi abbiamo chiesto ad autorevoli esperti di rispondere ad alcune domande di fondo: quali sono i fattori che determinano il fenomeno della mobilità umana? Cosa è cambiato e cosa sta accadendo in Italia ed in Europa? Che ruolo può avere l’Europa? Tra le cause di mobilità umana, oltre a quelle più tradizionali (es. guerra, studio, lavoro), che ruolo sta assumendo l’emergenza climatica?  Quali sono le connessioni tra le diverse cause? Che ruolo hanno le condizioni geografiche sulla mobilità umana? Che ruolo ha e può avere il diritto internazionale ed europeo per garantire e tutelare la possibilità di muoversi? 

Iniziamo con Antonio Russo (Responsabile Politiche dell’immigrazione e dell’integrazione, del contrasto alle mafie e di educazione alla legalità e politiche del consumerismo delle Acli nazionali) che osserva come “i migranti siano diventati il perfetto capro espiatorio su cui catalizzare i problemi economici, ambientali, politici e sociali che l’Occidente non è più in grado di gestire, perché incapace di cambiare un paradigma che, da tutti i punti di vista, si è mostrato alla fine dei giochi fallimentare. E l’enfasi sulla sicurezza non fa altro che alimentare la paura dei comuni cittadini, aumentando quel divario fra “noi” e “voi”, divario che porta ad azioni di disprezzo, odio e razzismo. Dal canto nostro – aggiunge – siamo convinti che serva un nuovo racconto sulle migrazioni, scritto con rigore e serietà e, possibilmente, da mani che hanno saputo tendersi verso l’altro in segno di accoglienza e rispetto”.

Mons. Angelo De Donatis (Cardinale Vicario della diocesi di Roma) facendo riferimento al cammino della Chiesa di Roma sottolinea come “siamo chiamati a percorrere un nuovo esodo ed è per questo che tutti siamo chiamati a rinascere ogni giorno, percorrendo un percorso biblico, valorizzando e custodendo la Parola per poter esercitare la giustizia. Al cammino dell’Esodo infatti non è estraneo l’anelito di molti verso un riscatto sociale urgente e necessario”.

Maurizio Ambrosini (Professore di Sociologia dei processi economici nell’Università degli Studi di Milano, Responsabile scientifico del Centro studi Medì di Genova) osserva come “identificare le cause dell’immigrazione è un’operazione complessa e forse impossibile, se si immagina di poter raggiungere una spiegazione generale, valida per tutte le componenti dell’immigrazione, per epoche diverse e per le differenti situazioni riscontrabili tra i paesi di origine e i paesi di destinazione. (…), Identificare le migrazioni con gli spostamenti di povera gente spinta da fame e guerre è una grossolana riduzione della complessità dei flussi. Per emigrare occorrono delle risorse, tanto maggiori quanto più lontana è la destinazione agognata. Parlare di cause delle migrazioni – conclude Ambrosini – richiede quindi analisi articolate, in grado di superare semplificazioni indebite e slogan a effetto”.

Grammenos Mastrojeni (Diplomatico italiano) sottolinea come “di fronte al fenomeno migratorio l’Italia pare dilaniata da un conflitto insolubile fra una scelta ‘utile’ – limitare gli arrivi e redistribuire il ‘peso’ dell’accoglienza – e una ‘etica’, ovvero far prevalere comunque il soccorso di chi è in condizioni di estremo disagio. Tuttavia, questa contrapposizione è fuorviante e molto riduttiva”.

Per Michele D’Avino (Direttore dell’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo” dell’Azione Cattolica Italiana) “nell’epoca dell’interdipendenza planetaria, occorre che la pace sia un valore condiviso su di un piano umano e culturale, prima ancora che giuridico o politico. Occorre una rivoluzione culturale e uno sguardo nuovo capace di tenere insieme i destini dell’intera famiglia umana.  Siamo quindi chiamati ogni giorno ad essere cittadini responsabili, artigiani di pace e di speranza, pellegrini sulle orme dei testimoni di un’umanità riconciliata”.

Paolo Beccegato (Vicedirettore vicario e responsabile dell’Area internazionale di Caritas italiana) nota che “l’esternalizzazione delle frontiere, l’innalzamento di muri, la chiusura dei confini all’interno dell’Europa e di altre regioni sono la testimonianza di un umanesimo mancato. Come dire che l’universalità dei diritti umani sia ormai subordinata agli interessi particolari degli stati. Un fenomeno quindi complesso che non riesce per motivi culturali, economici e a volte politici a mettere al centro le persone. Libertà di partire, libertà di restare, dunque, come prospettiva. Per tutti”.

Per Gianfranco Cattai (Presidente di Focsiv e Coordinatore nazionale di Retiopera) “è tragico quanto sta accadendo: far diventare la sicurezza percepita come reale. È tragico che qualcuno utilizzi messaggi forvianti e falsi per ricevere consensi immediati. I migranti non invadono, non rubano lavoro, non sono una minaccia per la sicurezza: bensì contribuiscono alla creazione di benessere per la società italiana“.

Per Alfonso Giordano (Professore associato di Geografia Economia e Politica dell’Università Niccolò Cusano e Professore aggiunto di Geografia Politica della LUISS) “appare evidente come i movimenti migratori alle frontiere dell’Europa non abbiano ragione di arrestarsi nel prossimo futuro, ma anche che la gestione di questi movimenti e delle loro conseguenze politiche, sociali ed economiche, debba essere necessariamente europea. Occorre una nuova e più forte consapevolezza da parte di tutti gli Stati europei volta a superare gli egoismi nazionali al fine di continuare a garantire quel complesso di valori, acquisiti grazie anche al processo di integrazione europea, come pace, democrazia, diritti dell’uomo, Stato di diritto, libertà e mobilità“.

Matteo Sanfilippo (Direttore scientifico pubblicazioni del Centro Studi Emigrazione degli Scalabriniani) propone un approccio storico al tema migratorio richiamando alcune tappe fondamentali delle attività pontificie relative alle migrazioni. Osserva in particolare come “sull’iniziare del decennio 1980-1990 la Santa Sede si rende conto di quanto la mobilità di chi è espulso venga a sostituirsi a quella di chi cerca lavoro e migliori condizioni e di come quindi gran parte delle partenze dal Terzo Mondo non sia conseguenza di libere scelte, ma frutto della necessità. Inizia allora il percorso che porta oggi alle proposte di papa Francesco”.

Francesco Cherubini (Ricercatore di Diritto dell’Unione europea della LUISS) presenta un’analisi dei limiti della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato del 1954, osservando che “la sua impostazione sconta la ragione principale per la quale è stata elaborata: trovare uno status giuridico a quelle popolazioni che, in Europa, in conseguenza dei radicali cambiamenti politici e territoriali dovuti alla guerra, non potevano più tornare nel proprio paese di origine senza rischiare di subire gravi persecuzioni”.

Ettore Recchi (Professore di sociologia a Sciences Po) sottolinea come “il diritto alla libera circolazione all’interno dell’UE è garante di un principio chiave delle moderne trasformazioni politiche: l’individuo, in quanto cittadino e non più soggetto, è più importante del sovrano e dello stato. Ciò vale anche fra gli stati: la libertà dell’individuo di scegliere dove trovarsi fisicamente e dove stabilirsi non richiede più l’autorizzazione preventiva di un’entità politica superiore. Da questo punto di vista, la cittadinanza europea è forse il frutto più maturo della modernità come l’età dell’emancipazione della persona umana dal rapporto di dipendenza con un (solo) potere statale. In questo senso emancipatorio, la libera circolazione incarna il principio antinomico dell’ideologia sovranista e dunque, forse, il suo nemico ultimo”.

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