Siamo chiamati a percorrere un nuovo esodo ed è per questo che tutti siamo chiamati a rinascere ogni giorno, percorrendo un percorso biblico, valorizzando e custodendo la Parola per poter esercitare la giustizia. Al cammino dell’Esodo infatti non è estraneo l’anelito di molti verso un riscatto sociale urgente e necessario

Il Santo Padre Francesco incontrando i partecipanti al convegno della Diocesi di Roma, il 9 maggio scorso ha voluto indicare alla Sua Chiesa di Roma, i «sentimenti di Gesù Cristo» (Fil 2,5), come una scia luminosa che indichi il cammino in ascolto del grido della città: l’umiltà, il disinteresse, avere sperimentato le Beatitudini.

Un mese dopo, La sera di Pentecoste, questa scia di luce si è fatta fuoco e il nostro Vescovo, ci ha invitato a portare questo fuoco dello Spirito nella vita quotidiana della città, così semplicemente, senza condizioni, condividendo il dono, incontrando le persone, guardandoci negli occhi, ascoltando il grido di ogni uomo. Il Signore dal Roveto Ardente continua ancora oggi ad accendere in noi il fuoco del Suo Spirito.

Due consegne ho voluto dare per facilitare il cammino della chiesa di Roma desiderato così ardentemente dal Suo Pastore: rileggere Evangelii Nuntiandi di San Paolo VI e prepararci all’ascolto della città con l’esercizio del silenzio. La storia della nostra chiesa, la santità dei suoi pastori, il silenzio e la preghiera sono i custodi del fuoco dell’Oreb, dello Spirito Santo che abita ognuno di noi.

Per questo ho voluto che fossimo tutti insieme ad iniziare un nuovo anno pastorale: sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, laici. Una Chiesa in stato di sinodo, cioè, pronta a camminare insieme. Un cammino umile e silenzioso in cui si permette a Dio di parlarci, anche attraverso la voce di tanti suoi figli che gridano il loro dolore e il loro amore. Un cammino con una prospettiva di sette anni, percorrendo strade di conversione e di rinnovamento missionario.

Al servizio di questo processo sinodale, in ogni singola comunità, ci sarà l’équipe pastorale, composta da sacerdoti e alcuni laici, con un numero massimo di dodici, che richiamando significati biblici, possa permettere un percorso agile. Si tratta di una figura pastorale ben precisa, distinta dal consiglio pastorale. Il suo compito è animare dal di dentro la comunità parrocchiale e coinvolgerla nel cammino di rinnovamento pastorale dei sette anni. L’équipe quindi è il cuore, l’anima del processo e punta a motivare e accompagnare l’opera di ascolto di tutta la comunità, custodendo il “fuoco”, cioè l’ispirazione dello Spirito Santo che svela e sostiene il senso del cammino, accompagnando i passi da fare.

Ascoltare con il cuore, ascoltare con il cuore abitato dallo Spirito, ascoltare il cuore dell’altro, anch’esso abitato dallo Spirito rappresenta la sintesi di un ascolto contemplativo che avrà il suo culmine nella condivisione delle storie di vita con la comunità parrocchiale durante l’Eucarestia domenicale. Si portano davanti a Dio e all’assemblea liturgica le gioie e i dolori di tutti, perché l’intercessione è un grande atto d’amore.

Scopriremo, al fondo di tante storie e di tanti cuori, la santità della porta accanto come ci ricorda papa Francesco all’inizio di Gaudete et exsultate, un altro testo di riferimento in questo anno pastorale: “Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio” (GE 7).

Il libro dell’Esodo come accennato è il nostro testo biblico di riferimento in questo percorso. Dio ascolta il grido del Suo popolo e partecipa al suo dolore: «Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze» (Es 3,7). Anche Mosè aveva visto le sofferenze della sua gente ma la paura e la fragilità avevano preso il sopravvento; solo nella preghiera, cioè in una intima unione con Dio, Mosè riuscirà a svolgere il suo compito, potrà al centro dell’Esodo, stipulare l’Alleanza sul Sinai.  Vogliamo come Chiesa di Roma gustare la contemporaneità del cammino di Mosè; il suo percorso di liberazione dalla schiavitù, liberandoci dai nuovi faraoni; il suo Esodo, sperimentando la durezza e la bellezza del deserto; la nuova Alleanza nella Pasqua del Signore.

Il libro dell’Esodo infatti non racconta soltanto le vicende del popolo di Dio pellegrino verso la Terra promessa, ma prima di tutto parla del rapporto vitale tra Dio vivo e il Suo popolo vivente nella storia. Sarà proprio Mosè a gridare verso Dio il patto sottoscritto con l’uomo ( Es 32,11-14).

Un nuovo Esodo siamo chiamati a percorrere ed è per questo che tutti siamo chiamati a rinascere ogni giorno, percorrendo un percorso biblico, valorizzando e custodendo la Parola per poter esercitare la giustizia. Al cammino dell’Esodo infatti non è estraneo l’anelito di molti verso un riscatto sociale urgente e necessario.

Anche a tal fine ho indicato quattro snodi, tappe, del cammino da percorrere; raggiungere le persone lì dove vivono per incontrarle e dialogare con loro. L’incontro deve essere un vero volto a volto, un esercizio di ascolto fatto con il cuore. Condividere insieme le storie di vita, nella preghiera e come già ho accennato arrivare al culmine della condivisione delle storie di vita con la comunità parrocchiale durante l’Eucarestia domenicale. Il vero Esodo partendo dal dono della Grazia, passando attraverso l’ascolto della Parola arriva alla contemplazione del Volto, che ci fa essere Chiesa, contemporanei degli Apostoli.

Chiediamo allo Spirito di irrompere ancora una volta nella nostra amata Chiesa di Roma e nelle nostre paure. Lo Spirito ci chiama ad una originaria e sempre nuova identità alla quale ci dobbiamo con fiducia abbandonare, perché ci dice che Gesù non è custode di un museo o di un fortino, ma è il rivelatore del Padre, garanzia di un presente e di un futuro di misericordia.

Sappiamo bene che non esiste futuro senza memoria. La nostra memoria però non può più essere creduta e vissuta con la spada in mano, con la tendenza ad allontanare gli altri che non la pensano come noi.

La lingua del cristianesimo è una lingua universale; è un esodo di misericordia e giustizia; lo Spirito ci insegni ogni giorno ad ascoltare il Suo grido e a parlare questa lingua, vigilanti nell’attesa di poterLo incontrare.

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