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L’intevista ad Antonello Pasini, fisico climatologo del CNR (Istituto sull’Inquinamento Atmosferico) e docente di Fisica del clima dell’Università degli Studi Roma Tre, è stata curata dalla redazione di Benecomune.net

Lei è uno dei massimi esperti italiani ed europei sul tema del cambiamento climatico. Un tema dibattuto non sempre con solide basi scientifiche. Ci racconti il suo lavoro di Climate change scientist presso il CNR (Istituto sull’Inquinamento Atmosferico) in cosa consiste?

Io sono un fisico teorico che studia il clima come esempio concreto di un sistema complesso, pieno di interazioni e feedback tra le sue componenti e del cui comportamento abbiamo tanti dati nel passato. In questo ambito, sviluppo e applico modelli matematici in un laboratorio virtuale (i computer) che siano in grado di farci capire le cause dei cambiamenti climatici e i loro impatti sui territori, gli ecosistemi e le società umane, insieme magari ai loro possibili scenari futuri.

Venendo al tema del cambiamento climatico, con riferimento in particolare all’aumento della temperatura nel nostro pianeta, cosa è accaduto negli ultimi 60 anni? A cosa è dovuto? E chi sono i maggiori responsabili?

A partire dagli anni ’60 del secolo scorso c’è stato un forte aumento della temperatura media globale, con una rapidità che non ha uguali nel passato conosciuto del nostro pianeta. Tutti i nostri modelli, anche quelli originali sviluppati da me e dal mio gruppo, mostrano come la causa fondamentale di questo aumento sia la maggiore quantità dei cosiddetti “gas serra” (come l’anidride carbonica, il metano, il protossido di azoto) presente in atmosfera a causa delle nostre combustioni fossili di carbone, petrolio, gas naturale e per via della deforestazione, di un’agricoltura spesso non sostenibile e in generale di un cattivo uso del suolo. Storicamente, la responsabilità maggiore delle emissioni di questi gas in atmosfera è stata dei paesi industrializzati, ma ora anche alcuni paesi emergenti stanno contribuendo in maniera sostanziale. Un altro modo di vedere le cose è questo: l’1% più ricco della popolazione mondiale emette il doppio del 50% più povero, in termini di gas serra. Tuttavia, i danni dei cambiamenti climatici non si hanno soltanto nei paesi che hanno creato il problema, ma gli impatti maggiori si vedono sui paesi del terzo mondo, proprio quelli meno responsabili per il fenomeno del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici ad esso collegati: ecco che nasce un problema di disequità internazionale.

Lei è coautore di “Effetto serra effetto guerra”.  Quale è la tesi di fondo di questo libro? In che modo l’aumento della temperatura incide sulla mobilità umana, sull’aumento dei conflitti e delle disuguaglianze?

In questo libro, io e Grammenos Mastrojeni, diplomatico del Ministero degli esteri, abbiamo voluto analizzare gli impatti dei cambiamenti climatici sui conflitti e le migrazioni umane. Non c’è ovviamente una tesi precostituita, ma la nostra analisi scientifica e geopolitica ci ha mostrato come il cambiamento climatico sia talvolta una causa prima di innesco di una nuova crisi conflittuale e migratoria e altre volte (forse più spesso) una concausa che accelera e amplifica delle crisi già esistenti o latenti. Quest’ultimo è il caso di quanto accade nella fascia del Sahel, da cui giungono 9 migranti su 10 di quelli che arrivano sulle nostre coste meridionali con i barconi salpati dalla Libia. Nei fragili paesi del Sahel, caratterizzati da un’economia estremamente debole costituita quasi esclusivamente da un’agricoltura di pura sussistenza, la desertificazione ed altri fenomeni meteo-climatici contribuiscono ad un inaridimento dei campi coltivati e ad una riduzione delle risorse idriche che pone in conflitto agricoltori e pastori. In queste condizioni di carestia e conflitto, la soluzione finale ovviamente è la fuga, prima verso i paesi limitrofi, poi, per chi se lo può permettere, con il viaggio della speranza verso l’Europa. In un tale contesto, nel libro si propongono anche delle soluzioni a questi enormi problemi.

Nel suo lavoro più recente “L’equazione dei disastri. Cambiamenti climatici su territori fragili” analizza la situazione del territorio italiano. Anche in questo caso ci può sintetizzare l’ipotesi di fondo. In che modo i cambiamenti climatici incidono sui “disastri ambientali” che colpiscono il nostro Paese?

Nella nostra Italia abbiamo assistito negli ultimi anni ad un aumento di intensità delle ondate di calore e, nel contempo, ad un aumento di violenza degli eventi di precipitazioni estreme. Molti pensano che questi siano fenomeni contrastanti, invece rappresentano le due facce della stessa medaglia, il riscaldamento globale di origine antropica. Infatti, questo riscaldamento ha fatto espandere verso nord la circolazione equatoriale e tropicale. Così, quegli anticicloni che rimanevano costantemente sul deserto del Sahara, ora entrano nel Mediterraneo determinando forti ondate di calore e consentendo anche al mare di surriscaldarsi. Quando questi anticicloni si ritirano sull’Africa, lasciano il campo aperto alle correnti fredde da nord o nord-ovest che, quando si scontrano con l’aria calda e umida preesistente in loco e transitano su un Mediterraneo surriscaldato, creano proprio quelle alluvioni, mega-grandinate, talvolta tornado, cui abbiamo assistito recentemente. Ma ovviamente, quello meteo-climatico è solo uno dei fattori dell’equazione dei disastri. Infatti, bisogna tener conto anche della vulnerabilità del territorio, resa maggiore dalla forte e talvolta selvaggia antropizzazione, per esempio nelle nostre città. Infine, bisogna considerare anche dove si trovano le nostre infrastrutture o le nostre case: se costruiamo su un terreno a rischio (magari facendo un abuso), è chiaro che i danni potranno essere peggiori e talvolta irreparabili come nel caso della perdita di vite umane. Il libro rappresenta un’indagine scientifica del problema che, con la condivisione della conoscenza, fornisce i mezzi con cui agire concretamente per ridurre il rischio idrogeologico nel prossimo futuro.

Veniamo alla COP26. Rispetto alle scelte sulle questioni più rilevanti, e a partire dalla riduzione delle emissioni, che bilancio si può trarre? La COP ha fallito ancora. Perché? Cosa va fatto per far fronte in modo serio al tema del riscaldamento globale?

Per giudicare i risultati di questa CoP occorre tener conto innanzi tutto del metodo negoziale adottato nelle conferenze ONU, che è quello dell’unanimismo: ogni decisione va presa all’unanimità. In questo modo, è chiaro che ogni accordo non può che essere un accordo di compromesso che deve mediare tra i vari interessi e le diverse visioni di un problema. Nel testo appaiono quindi progressi, soprattutto di principio, ma anche frenate in alcuni aspetti più concreti, come il colpo di scena finale sulla mancata “uscita” dal carbone, sostituita da una meno impegnativa “diminuzione”. Insomma, un accordo di questo tipo presenta aspetti contraddittori, che in fondo non fanno altro che riproporre le contraddizioni che esistono nel mondo, soprattutto tra paesi sviluppati e poveri o in via di sviluppo. Questi ultimi devono eradicare ancora vaste sacche di povertà e cercano di farlo con i mezzi che hanno, così riproducendo il nostro modello di sviluppo basato sui combustibili fossili. Per combattere il riscaldamento globale dobbiamo tutti adottare un diverso modo di produrre energia. E’ giusto chiedere a tutti di farlo, ma occorre anche fornire i mezzi per attuare questa transizione a chi non li ha.

Come indirizzare lo sviluppo verso la prospettiva indicata dal paradigma dell’ecologia integrale? La transizione ecologica, di cui tanto si parla, è una questione che interessa solo la politica e l’economia, che riguarda solo chi decide od è possibile dare un contributo da basso affinché questo processo sia governato in modo complesso e gestito nella logica proposta dalla Laudato si’? 

Nel momento in cui i grandi del mondo si mettono d’accordo su un testo piuttosto “annacquato”, credo che la spinta dal basso sia importantissima. In primo luogo ognuno di noi dovrebbe prendere coscienza del problema, quindi cercare di cambiare il proprio stile di vita. Ma questo non basta: occorre innescare circuiti virtuosi dal basso, di consumo sostenibile, risparmio energetico, produzione distribuita di energia. E infine, ma forse è la cosa più importante, bisogna spingere sui nostri politici affinché mettano questo tema in cima alla loro agenda, perché qui si tratta di effettuare una transizione epocale che deve essere gestita dalla politica. Ognuno di noi può dare una mano – ad esempio noi scienziati possiamo “controllare” che le soluzioni proposte siano scientificamente fondate e non siano solo greenwashing – ma il compito di gestire la res publica non può essere che della politica. In questo senso è assolutamente necessario spingere la politica verso un dibattito più corretto su questo tema, che è un tema di beni comuni per noi e per le future generazioni. Spesso i politici puntano ad un facile consenso immediato (in vista delle prossime elezioni) con l’ipersemplificazione dei problemi e con posizioni populiste. La transizione ecologica è una questione complessa e che richiede un approccio più serio: bisogna cambiare registro e orizzonte temporale.

Chiudiamo con Taranto. La Chiesa e i cattolici italiani si sono assunti degli impegni rispetto al tema di uno sviluppo umano, economico e ambientale sostenibile. Hanno mostrato la presenza di molte buone pratiche diffuse. Come tradurre in azione tutto questo? Cosa si può fare per indirizzare le scelte politiche ed economiche del Paese nella direzione indicata da Papa Francesco?  

Credo che l’insegnamento fondamentale di Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’ sia stato mostrare come il problema della crisi climatica sia strettamente legato con altre crisi sociali ed economiche in giro per il mondo. I gemiti della Terra vanno considerati insieme ai gemiti dei deboli del mondo; possiamo vivere pacificamente e in salute su questo pianeta solo se anche la Terra sarà in salute. La scienza deve parlare con la politica, l’ecologia con l’economia. In questo contesto, ogni azione fatta in tutti gli ambiti (economici, sociali, scientifici) ha un impatto sul problema del cambiamento climatico. Così, il fatto di aver riconosciuto che esistono buone pratiche sparse sul territorio italiano non può far altro che accrescere la consapevolezza che si può fare qualcosa di concreto e che noi e i nostri gruppi possiamo essere influenti in vari ambiti: dal consumo, al risparmio, agli investimenti, alla produzione di valore. Con la consapevolezza del fatto che dobbiamo assolutamente preservare la salute della nostra Terra, il nostro massimo bene comune.

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