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Proponiamo un’ampia intervista ad Ermete Realacci, Presidente Symbola-Fondazione per le qualità italiane, presidente orario di Legambiente e già Presidente della “Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera”

“L’Italia può essere protagonista, come si dice anche all’inizio del Manifesto di Assisi, di una economia più a misura d’uomo e per questo più attraente. Non ho mai creduto che la conversione ecologica si sarebbe affermata sulla base della paura. Non si mette in movimento una persona o una comunità o una società se non si descrive una situazione più attraente”

Il 15 dicembre 2022, a Roma, ha prestato insieme a Francesco Starace, direttore generale e amministratore delegato dell’Enel 100 Italian Circular Economy Stories realizzato dalla Fondazione Symbola e da Enel. Cosa emerge dal vostro lavoro? L’Italia sta realmente diventando una superpotenza dell’economia circolare? Che tipo di impatto può avere questo processo sullo sviluppo economico del nostro Paese?

Più che “sta diventando” direi che lo è già e quasi indipendentemente dalle politiche. Tante volte l’Italia ha dei “cromosomi” sottovalutati che la fanno essere avanzata non perché ha avuto delle politiche avanzate ma perché la risposta dell’economia e della società risente in qualche maniera di questi cromosomi.

Il caso dell’economia circolare è tipico da questo punto di vista. Noi siamo un Paese povero di materie prime e nel corso dei secoli abbiamo dovuto utilizzare quella grande fonte di energia rinnovabile e non inquinante che è l’intelligenza umana e abbiamo quindi costruito delle filiere più efficienti di quelle di altri paesi.

Per capirci: i rottami di Brescia, gli stracci di Prato, le cartiere della zona di Lucca… ma questo vale per praticamente tutti i nostri sistemi produttivi, sono migliori come prestazioni rispetto a situazioni di altri Paesi anche europei; non tanto perché l’Italia ha avuto norme più avanzate – qualcuna si e qualcuna l’ho favorita anch’io, penso all’eliminazione, primo paese al mondo, dei sacchetti di plastica non biodegradabili – ma questo primato è costruito su quello che dicevo prima. Questo primato comporta che contrariamente a quanto si pensi, siamo la superpotenza dell’economia circolare. Quando si parla di economia circolare molti immediatamente l’associano alle raccolte differenziate urbane; ma queste in realtà sono meno di un quinto dei rifiuti che produciamo. I questo caso abbiamo un’Italia che è sopra la media europea ma con enormi differenze tra le diverse zone del paese.

Milano è, insieme a Vienna, la città europea sopra il milione di abitanti che ha la raccolta differenziata più alta. Vi sono zone anche al Sud, ma soprattutto al Centro-Nord, che sono avanzatissime; in provincia di Treviso abbiamo cento comuni che sono sopra l’80% di raccolta differenziata peraltro in buona parte organizzati da una struttura pubblica, che sono una eccellenza europea.

La nostra vera forza è la capacità di recuperare nei cicli produttivi i rifiuti. Da questo punto di vista recuperiamo il doppio dei rifiuti della media europea: il 79% contro il 39%; molto più di quanto accade anche in Germania e ciò esattamente per i motivi che dicevo. Questo è stato fatto per rendere più efficiente le nostre produzioni e ha degli enormi effetti dal punto di vista ambientale perché nel ciclo di recupero dei rifiuti si risparmia tantissima energia. Attraverso questo 79% di rifiuti recuperati risparmiamo 23 milioni di tonnellate di petrolio e 63 milioni di tonnellate di emissioni di CO2; questo risultato si è ottenuto anche con miglioramenti che sono continuati nel corso di questi anni. Non è un risultato da contemplare ma un punto da cui partire per fare dei passi avanti; quella che è stata figlia di una necessità oggi diventa una chiave per la transizione ecologica.

 

Alla vigilia della COP26 di Glasgow, avete presentato la dodicesima edizione del rapporto GreenItaly, realizzato dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere con la collaborazione del Centro Studi Tagliacarne. Facciamo il punto sulla situazione della green economy in Italia. Quali sono i punti di forza e di debolezza?

Partiamo dai punti di debolezza che fanno anche capire da dove viene la nostra forza. I punti di deboli spesso sono l’assenza di politiche industriali e di indirizzo. Faccio un esempio chiaro. Sicuramente uno dei processi importanti da realizzare è quello della transizione verde, Su questo terreno l’Europa dà risorse che sono indirizzate verso tre ambiti molto collegati tra loro: la coesione, il digitale e appunto transizione verde in cui ovviamente una parte importante hanno le fonti rinnovabili. Qui l’Italia ha perso terreno; lo scorso anno il nostro paese ha istallato 750 megawatt di solare fotovoltaico, l’Olanda 1.930 megawatt. Come noto l’Olanda è molto più piccola dell’Italia – grosso modo quanto Sicilia e Calabria – ha meno abitanti e anche meno sole di noi quindi è chiaro che c’è un problema. Le lungaggini burocratiche e amministrative e le opposizioni spesso immotivate frenano un terreno di sviluppo che è fondamentale.

Lo stesso ragionamento lo potremo fare sulla mobilità o altri terreni. Dove invece siamo forti? Una larga parte della nostra economia si muove nella direzione giusta, magari anche senza pensarci. Da dodici anni misuriamo quante imprese hanno fatto investimenti che hanno a che fare con l’ambiente, ebbene queste sono in crescita; sono tante – circa un terzo delle imprese italiane e nel manifatturiero anche di più – e la cosa interessante è che queste imprese sono quelle che innovano di più, esportano di più e producono più posti di lavoro stabili. Questo ci fa pensare: “come mai le imprese si sono mosse poco in questa direzione?”.

Quello che dimostra il rapporto GeenItaly è che l’essere buoni conviene ovvero che andare nella direzione descritta, come del resto sta accadendo anche in tante parti della finanza, produce risultati che sono più forti e stabili anche dal punto di vista economico e questo, come nel caso dell’economia circolare, avviene in tutti i settori. Ad esempio nelle cento storie di economia circolare vi erano delle esperienze consolidate, come i consorzi per la raccolta dei rifiuti, ma anche delle acciaierie. L’acciaieria Arvedi ha deciso che nel giro di qualche anno azzererà le emissioni nette di CO2. In fondo questa è anche la storia dell’Enel. Io con Enel non ho sempre avuto rapporti sereni perché era quella che voleva fare centrali nucleari, grandi centrali a carbone. L’Enel è stata salvata dalla mancanza di centrali nucleari perché se fosse stata appesantita dalla loro costruzione avrebbe fatto la fine della Areva francese, che costruiva centrali nucleari ed è fallita.

Con la nuova dirigenza Enel ha scelto di puntare tutto sulle fonti rinnovabili, addirittura dandosi l’obiettivo di azzerare le emissioni di CO2 nel 2040, prima del 2050, data fissata dall’Unione Europea. Questa scelta rende l’Enel molto più forte. Oggi è la principale produttrice di fonti rinnovabili nel mondo – anche se purtroppo ne produce poca in Italia per i motivi che dicevo prima –  ed è la prima società più quotata in borsa in Europa e tra le prime nel mondo. Anche in questo caso su una politica hard come quella della produzione di energia elettrica scegliere la strada giusta è stato conveniente ma questo in realtà è quello che fanno tantissime aziende, anche piccole e aggiungo anche senza saperlo.

 

Veniamo alle COP26. Rispetto alle scelte sulle questioni più rilevanti, come ad esempio la riduzione delle emissioni, che bilancio si può trarre? La COP ha fallito ancora. Perché? Cosa va fatto per fronte in modo serio al tema del riscaldamento globale e ad altre questioni legate alla tutela ambientale? Il ruolo dell’economia circolare non ha avuto l’attenzione auspicata cosi come il tema del “debito ecologico”? Che valutazione da?

Non sono tra quelli che si aspettava tantissimo dalla Cop 26 perché le Cop sono un processo complicato. Il mondo è molto differenziato e, a valle dell’ottimo risultato ottenuto a suo tempo dalla COP 21 di Parigi, su cui pesò molto la posizione positiva dell’Europa e della Laudato si, che ha avuto un ruolo importante nell’ottenere un risultato avanzato, nella COP 26 c’è stato un risultato importante: nessuno oggi dice che il problema climatico non c’è e tutti dicono che bisogna affrontarlo.

Non era così a Parigi e non è stato così in questi anni. Se vogliamo il fronte si è spostato, ovvero gli interessi che resistono e remano contro puntano più a far vedere le difficoltà, ad ingigantirle, a non fare le scelte giuste e lo vediamo anche in Italia sul dibattito relativo al nucleare o alle fonti fossili.

La COP 26 questo lo ha chiarito ma in più ha introdotto alcuni temi che non c’erano in precedenza. Penso ad esempio al tema della deforestazione, della riduzione dell’uso del carbone, che in alcuni Paesi è problema serissimo. Sulla partita importantissima delle risorse da destinare alle nazioni più colpite dai mutamenti climatici e sugli intrecci tra mutamenti climatici e flussi migratori – sappiamo che buona parte dei flussi migratori sono oggi dovuti oltre che a guerre a situazioni di povertà estrema – si è fatto molto poco. Ho sempre in mente il lago Ciad, che qualche decennio fa era di 25mila chilometri quadrati, ovvero più grande della Lombardia, e adesso è un lago di meno di 2000 chilometri quadrati, più piccolo della Valle d’Aosta. Attorno a questo lago esistono quattro paesi: Niger, Nigeria, Ciad e Camerun. La tensione che deriva dalla povertà dovuta alla riduzione delle dimensioni del lago produce molti effetti, incluse tensioni interne ai Paesi. Non è un caso che Boko Haram ha un punto di forza proprio nelle regioni della Nigeria più vicine al lago Ciad. E ’chiaro che agire su quel terreno significa permettere una evoluzione diversa del mondo e anche ridurre i flussi migratori.

 

Sul versante dell’economia circolare come valuta la COP?

Nel mare magnum delle cose di cui si discute alla COP questa è stata poco considerata. Certamente se ne poteva parlare di più e per l’Italia è un tema molto forte da far valere anche in Europa. Penso che la cosa importante sia capire se l’Europa tiene e come si organizza per tenere la sua posizione. Faccio nuovamente un rapido riferimento a quanto accaduto nel corso degli anni. Ricordo un discorso durissimo del Papa nel 2014 a Strasburgo in cui parlò di una Europa vecchia e stanca paragonandola a una nonna non più fertile. Mi è rimasto impresso perché allora pensai che aveva ragione. L’Europa sembrava aver perso la strada, non avere più una missione, era stremata e con la necessità di integrare sia con regole istituzionali che dal punto di vista economico i paesi dell’Est. Poi ci sono stati la COP 21 di Parigi e il trauma della Brexit e con la nuova Commissione della Ursula von der Leyen ha cambiato rotta.

Paradossalmente e fortunatamente la pandemia ha accelerato questo cambiamento perché da un lato ha rafforzato molto la solidarietà europea e ha deciso di investire come dicevo prima in tre campi. In Italia le forze politiche tendono a trattare la grande quantità di risorse comunitarie a disposizione come una grande legge di bilancio gratuita perché paga l’Europa. Non è così, un po’ perché sono prestiti, un po’ perché l’Europa i soldi li dà per quelle tre cose: coesione, transizione verde e digitale; non li dà per fare qualsiasi cosa. Allora la questione è: l’Europa riesce ad essere quel polo nel mondo, accanto agli altri grandi blocchi – Stati Uniti, Cina, India, Russia – che fa valere questa direzione? Penso ci siano tutte le condizioni anche perché questo possa convenire all’Europa. Una economia europea più orientata alla sostenibilità ha uno spazio più grande e attribuisce carisma all’Europa. Da questo punto di vista vanno considerate alcune norme molto impegnative che l’Europa si vuole dare, ad esempio l’introduzione di una carbon tax che penalizza le produzioni che entrano in Europa con standard troppo più bassi rispetto ai suoi. Questo sarà uno strumento molto potente.

Tornando a Glasgow, il mondo è molto vario e ciascuno deve fare un tratto della sua strada. Ad un esempio oggi un cinese ha una emissione pro-capite superiore a ad un italiano, forse addirittura ad un europeo. Un indiano emette un quarto di un cinese e allo stesso tempo un cinese emette meno della metà di un americano. E’ chiaro che i paesi hanno problemi diversi. Se fossi il leader dell’India farei ovviamente fatica a imporre la stessa tabella di marcia che si sta dando l’Europa. Quindi è importante che l’Europa tenga e l’asse con l’America di Biden tenga perché anche dalla forza di una economia a misura d’uomo dipende il successo di queste politiche. Zamagni, quando abbiamo presentato il manifesto di Assisi, disse una frase molto giusta: “Si apre lo spazio per una economia a misura d’uomo”. In questo spazio il ruolo dell’Italia può essere forte.

 

Come indirizzare lo sviluppo verso la prospettiva indicata dal paradigma dell’ecologia integrale? La transizione ecologica, di cui tanto si parla, è una questione che interessa solo la politica e l’economia, che riguarda solo chi decide o è possibile dare un contributo da basso affinché questo processo sia governato in modo complesso e gestito nella logica proposta dalla Laudato si’?

In parte ho risposto a questa domanda. Per l’Italia in una certa misura è stato già così, nel senso che buona parte delle posizioni avanzate che è andata assumendo sono figlie più della società e delle imprese che della politica. Aggiungo che il ruolo della società può crescere ancora molto, anche attraverso nuovi strumenti. Ad esempio, trovo molto efficace l’espressione di Leonardo Becchetti del voto col portafoglio perché la spinta che si è esercitata e che si può ancora esercitare sull’economia e sulle imprese grazie al cambiamento di abitudini dei cittadini è molto potente. Sempre a latere di quel rapporto Coesione è competizione di Fondazione Symbola Ipsos abbiamo fatto un lavoro per capire quale è la percezione dei cittadini sulla sostenibilità. Emerge che il peso della sostenibilità è cresciuto ed è riconducibile a tre motivazioni: una etica, che è solida ma limitata; una che deriva dalla paura e dall’apprensione verso i cambiamenti ambientali e climatici; una legata alla qualità del prodotto. E’ cresciuta infatti in modo forte in questi anni la tendenza a percepire la scelta di prodotto sostenibile come scelta di un prodotto di qualità. In questo senso emerge un pensiero che considera un insieme di valori – qualità, bellezza, prodotto locale – come sostenibili.

 

A Taranto la Chiesa e i cattolici italiani si sono assunti degli impegni rispetto al tema di uno sviluppo umano, economico e ambientale sostenibile. Hanno mostrato la presenza di molte buone pratiche diffuse. Cosa si può fare per indirizzare le scelte politiche ed economiche del Paese nella direzione indicata da Papa Francesco?

Dovremo difendere l’idea di Europa che è venuta fuori in questi anni, più solidale e con una missione che dà forza alla sua economia e alle sue istituzioni. In questo la cultura cattolica hanno fatto e fa molto. Prendo una sola questione, affrontata nelle conclusioni, che però può dare molta forza a queste politiche e a chi le compie: quella delle comunità energetiche. Queste sono sostanzialmente uno spazio che c’è, anche dal punto di vista normativo ed economico, per far si che comunità, ma anche gruppi di imprese e di cittadini, si organizzino per produrre fonti rinnovabili e consumarle.

E’ uno strumento molto utile per costruire comunità e dare forza a piccoli comuni, famiglie e piccole imprese nel gestire il passaggio verso una economia più sostenibile e verso un azzeramento delle emissioni di CO2.  Se come ha detto monsignor Santoro ogni parrocchia si muovesse per un’azione di questo tipo sarebbe una spinta formidabile.  Questa idea è un punto di partenza importantissimo ed è uno strumento anche per costruire una coalizione. Anche su altri fronti bisogna poi battere un colpo. Un altro tema su cui siamo ancora molto indietro è quello dell’economia reale e dell’economia finanziaria, che in varie parti della Laudato si viene affrontato. C’è un passaggio molto chiaro in cui si dice che affidarsi solo al mercato come strumento decisionale disonora la politica e in altra parte si dice che non si è appresa la lezione della crisi del 2008.

Ci sono degli strumenti che, indipendentemente dalla lezione del 2008, sono dei nemici: uno di questi è quello delle criptovalute che rappresentano il prototipo della finanza svincolata dalla società e dall’economia reale. Sono uno strumento opaco e tutti sanno che i bitcoin possono facilmente essere oggetto di riciclaggio. Sono senza controlli e sono uno strumento fortemente speculativo. Non vorrei che tra qualche anno ci troviamo con milioni di persone che hanno fatto investimenti speculativi finite nei guai. Abbiamo assistito a vicende come quelle dell’esodo dei miner in Kazakistan, dopo che a Cina aveva annunciato lo stop all’attività di mining delle criptovalute; per tenere in vita questa valuta servono enormi quantità di energia. Si valuta che per le criptomonete serve tanta energia elettrica quanta ne serve per l’Argentina o l’Olanda. Spesso vengono collocate in paesi come il Kazakistan che ha meno controlli e fonti di energia a basso prezzo. Francamente non trovo nessun motivo per cui noi dovremmo essere gentili con i bitcoin.

 

Chiudiamo con “1.000 Azioni per una nuova Italia”. Questa iniziativa, che si muove su un orizzonte simile a quello della Settimana sociale di Taranto, intende realizzare una mappatura di azioni mosse dall’impegno e dai valori del Manifesto di Assisi (a cui hanno aderito anche le Acli nazionali) che anticipano una nuova Italia. E’ già pronta ad un’economia e una società a misura d’uomo? L’Italia ha le energie, anche civili e morali, per essere protagonista di un cambiamento positivo, a partire dall’Europa? Su quali direttrici bisogna operare?

Penso che in Italia ci sono le energie per entrare in questa sfida da protagonista. Energie che vengono dalla società, dalla cultura, dai saperi e anche dalle imprese, perché tante aziende italiane sono eredi, come diceva Zamagni, di una cultura d’impresa che non ha avuto solo come espressione Olivetti ma che vede tantissime aziende medie e piccole che hanno un rapporto col territorio e le comunità che è componente essenziale della loro capacità di produrre innovazione e bellezza. Questo è il saper fare italiano. In quel lavoro che abbiamo avviato con la Fondazione si voleva segnalare proprio questo. La Fondazione Symbola si chiama così perché in greco il simbolo è la tessera spezzata che in realtà era tutt’uno, ovvero due cose apparentemente diverse ma che in realtà un tutt’uno. Effettivamente il lavoro che Symbola cerca di fare e che il Manifesto di Assisi ha fatto è mettere insieme soggetti apparentemente molto diversi ma accomunati da uno sforzo nel presente orientato su una certa idea di futuro, più civile e più “gentile”. Dov’è ad esempio la specificità del Manifesto di Assisi? Ricordo che quando fu presentato il manifesto nel sacro convento, con l’arrivo di una quantità di persone che non ci aspettavamo, in contemporanea si stata svolgendo Davos. Non sottovaluto questo evento perché anche i grandi dell’economia della terra devono fare i conti con l’ambiente e la transizione.

Non sono mancate nel mondo iniziative molto forti e autorevoli su questo fronte, tutte importanti che parlavano al mondo. Lo sforzo fatto ad Assisi è stato mettere insieme mondi diversi: c’erano vertici dell’economia, della società, dei saperi, delle istituzioni con esponenti di primo piano del mondo cattolico e della Chiesa. Questa è l’idea che ho di questo cambiamento; un processo che può essere portato avanti solo se ognuno scopre le radici e la bellezza di un’azione comune a partire però del Paese che c’è.

C’è un bellissimo passo che chiude Le città invisibili di Italo Calvino in cui si chiede un parere sull’inferno e Calvino scrive che ci sono vari tipi di inferno; l’inferno è anche accettare ciò che c’è e rassegnarsi. Per combattere l’inferno bisogna invece scoprire ciò che non è inferno dalle forze vitali. Secondo me mettendo insieme ciò che non è inferno, o meglio ciò che va nella giusta direzione, l’Italia può essere protagonista, come si dice anche all’inizio del Manifesto di Assisi, di una economia più a misura d’uomo e per questo più attraente. Non ho mai creduto che la conversione ecologica si sarebbe affermata sulla base della paura. Non si mette in movimento una persona o una comunità o una società se non si descrive una situazione più attraente.

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