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Per ora la femminilizzazione della formazione scolastica non universitaria, non sembra abbia prodotto un cambiamento qualitativo, rispetto alle aspirazioni femminili. Sarebbe utile una riflessione che coinvolga attivamente il mondo delle professioniste dell’educazione per meglio contrastare la perdurante marginalità delle donne nelle stanze del potere politico e culturale

L’insegnamento è una professione al femminile. Oggi qualsiasi studente durante i suoi studi dalla scuola materna alla scuola superiore può trovarsi ad incontrare come docenti solo donne. Giunto all’università, invece, è altamente probabile che incontri anche docenti uomini. Si tratta di una prevalenza di genere unica nel panorama nazionale occupazionale per le peculiarità assunte. Per di più si tratta del più vasto comparto occupazionale – oltre 850.000 addetti – che realizza la più strategica delle politiche: la formazione delle giovani generazioni.

Dobbiamo allora domandarci: la femminilizzazione potrà essere un’opportunità o l’ennesimo problema per la scuola? Converrà partire dai numeri.

 

La femminilizzazione dell’istruzione

Nella scuola si è verificata la più grande avanzata femminile, se si pensa che in poco più di mezzo secolo la qualificazione scolastica femminile ha sopravanzato quella maschile per tutta la popolazione. Negli ultimi vent’anni c’è stata una crescita straordinaria delle donne in tutte le posizioni lavorative del comparto scuola, dal Ministro ai docenti. Infine siamo giunti al sorpasso numerico delle donne laureate nei confronti dei colleghi maschi.

Dal 2001 ad oggi le ministre Moratti, Gelmini, Carrozza, Giannini, Fedeli hanno diretto la Pubblica Istruzione colorando di rosa 10 anni su 19; probabilmente l’unico ruolo di governo dove le donne hanno raggiunto la parità. Le donne poi si trovano in posizioni di vantaggio numerico anche in tutte le posizioni apicali del MIUR, Direzioni regionali comprese.

Ancora più netta la conquista della direzione delle scuole. Nell’anno scolastico 1998-99, prima dell’autonomia scolastica, gli uomini erano 6.798 (62,7%) e le donne 4.041 (37,3%): quasi 2 uomini ogni 3 capi d’istituto. Nel 2015 tra i 7.448 dirigenti scolastici in servizio gli uomini si sono ridotti a 2.515, un terzo del totale, mentre le donne sono 4.933, pari al 66,2%. Rispetto a quasi vent’anni prima, dunque, tra i capi d’istituto il rapporto di genere si è invertito a favore delle donne.

Lo studio Gender imbalances in the teaching profession (OECD, 2016) secondo cui in tutti i Paesi industrializzati si è assistito a una femminilizzazione della professione dell’insegnante, dice che in Italia le donne rappresentano l’83% dell’intero corpo docente scolastico (circa 730mila docenti). La disparità aumenta con il decrescere del grado: secondo i dati del Ministero dell’Istruzione degli 87.701 insegnanti titolari di cattedra di scuola d’infanzia, i maschi sono 612, lo 0,7%. La percentuale di insegnanti maschi sale al 3,6% su 245.506 alla primaria, mentre alle medie gli uomini rappresentano il 22% dei 155.705 totali. Sale la quota azzurra nei licei e negli istituti superiori, dove le donne rappresentano comunque il 66% degli oltre 241mila insegnanti.

Le donne nella formazione professionale

Anche un altro comparto educativo, la formazione professionale, mostra un processo di femminilizzazione, sia pure con numeri più contenuti. I risultati di un’indagine pilota (1) condotta da un gruppo di ricercatori INAPP] restituisce la distribuzione per genere degli intervistati: il 60% è composto da donne, il 40% da uomini (751 donne e 499 uomini), un dato che merita di essere analizzato in comparazione sia con indagini precedenti sulla stessa popolazione sia con il settore dell’istruzione.

L’incidenza del personale femminile è aumentata negli ultimi anni e tale incremento è destinato ad aumentare nel prossimo futuro. Infatti, gran parte degli indicatori oggetto dell’analisi, quali l’età, l’anzianità di servizio, il trend delle cessazioni e del reclutamento, portano a prevedere che le donne diventeranno sempre più presenti nel sistema formativo. Contrariamente infatti al mondo della scuola, la componente femminile ha da sempre rappresentato una minoranza nel campo della formazione professionale.

 

Università e donne. Lauree tecnico-scientifiche e carriera accademica

Altrettanto significativa è l’avanzata delle donne nell’università. Attualmente le laureate sopravanzano di un terzo i laureati. In Italia, le donne rappresentano stabilmente ben oltre il 50% della popolazione universitaria di riferimento a tutti i livelli: dai corsi universitari ai dottorati di ricerca.

Nell’a.a. 1991/92, per la prima volta, le immatricolate hanno superato gli immatricolati. I risultati sono eclatanti anche per quanto riguarda il raggiungimento della laurea. Già nel 2014 le studentesse erano pari al 56,2% degli iscritti ai corsi di laurea; al 59,2% del totale dei laureati; al 51,4% degli iscritti ai corsi di dottorato e 52,4% del totale di dottori di ricerca.

Nel 2017 sono il 59,2% del totale e provengono da contesti familiari avvantaggiati dal punto di vista socio-culturale rispetto alla popolazione italiana. C’è una forte differenziazione nella composizione per genere dei vari ambiti disciplinari. Nei corsi di primo livello le donne costituiscono la forte maggioranza nei gruppi disciplinari relativi all’insegnamento (93,6%), all’ambito linguistico (83,6%), a quello psicologico (80,0%) e alle professioni sanitarie (69,8%). Di converso, sono minoranza nei settori di ingegneria (26,1%), scientifico (28,2%) ed educazione fisica (31,6%). Nei corsi magistrali a ciclo unico le donne prevalgono nettamente in tutti i gruppi disciplinari: dal 96,3% nel gruppo insegnamento al 54,4% nel gruppo medicina e odontoiatria.

Un discorso a parte va fatto per l’ambito delle lauree tecnico-scientifiche – scienze, tecnologia, ingegneria, matematica – (STEM). Oltre 73.000 (2) laureati di primo e secondo livello (magistrali biennali e magistrali a ciclo unico) hanno conseguito nell’anno 2017 un titolo universitario in un percorso STEM, il 26,5% dei 276mila laureati dell’intero anno solare. Tra i laureati STEM è più̀ elevata la componente maschile, che raggiunge il 59,0%, mentre tra i laureati non STEM prevalgono le donne, quasi due su tre. Tra i laureati STEM la componente maschile è elevata in particolare tra i gruppi ingegneria (74,0%) e scientifico (68,4%), mentre si osserva un’inversione di tendenza nei gruppi geo-biologico, chimico-farmaceutico e architettura, dove sono le donne a prevalere.

Le donne costituiscono il 40% del totale del personale docente e ricercatore, con delle differenze tra i vari livelli della carriera accademica. Sono oltre il 50% del totale dei titolari di assegni di ricerca, la loro presenza si riduce mano a mano che si avanza nella scala gerarchica fino a raggiungere il 21% tra i professori ordinari.

 

Alcune considerazioni a partire dai dati

Il livello di scolarizzazione raggiunto dal dopoguerra ad oggi è un risultato straordinario, reso ancora più incisivo dal sorpasso delle donne sugli uomini, che non era prevedibile né scontato. L’esclusione dall’istruzione e da certi tipi di studi appare ai nostri occhi come uno dei principali fattori di discriminazione che le donne del novecento hanno dovuto affrontare. Costituisce la chiave di volta e insieme un simbolo della lotta per il raggiungimento della parità. Ciò è di palmare evidenza in quei paesi – ancora troppi – dove le donne non hanno pari opportunità di accesso allo studio. Finora l’istruzione è stato un elemento necessario, ancorché non sufficiente, per la mobilità sociale e comunque un fattore di promozione della persona, a prescindere dal genere e dalla posizione lavorativa occupata.

C’è poi un fatto particolare, che riguarda la nostra scuola. L’apparato amministrativo, fino alla secondaria di secondo grado, appare saldamente in mani femminili. Dai Dipartimenti del Miur, alle Direzioni generali, alle Direzioni scolastiche regionali fino alla dirigenza scolastica, per non parlare della docenza, c’è una maggioranza al femminile.

Sarebbe interessante sapere se e come questa prevalenza di genere possa o meno influire su politiche educative per l’empowerment femminile, e quali scenari si possano prevedere e determinare, laddove crescesse una consapevolezza del potere oggi disponibile per le donne in questo campo. Un potere che almeno al primo sguardo non appare né esibito, né rivendicato, né esercitato. Nel dibattito pubblico si parla quasi esclusivamente della prevalenza della docenza al femminile come possibile criticità in termini di modello educativo (OCSE 2016) e le azioni che il Ministero intraprende in materia educativa a favore della parità sono poco più che atti dovuti.

Certamente la maggiore qualificazione femminile rimane non del tutto efficace rispetto ai risultati occupazionali. Le donne operano scelte ancora fortemente segnate dalla necessità di conciliare i tempi di lavoro con quelli di cura che rimane loro appannaggio, almeno in Italia, in attesa di politiche a favore della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Ed è ancora oggi più difficile per le donne raggiungere posizioni significative in quei settori in cui è presente un effettivo esercizio del potere culturale, economico, politico.

Per ora la femminilizzazione della formazione scolastica non universitaria, non sembra abbia prodotto un cambiamento qualitativo, rispetto alle aspirazioni femminili. Sarebbe utile una riflessione che coinvolga attivamente il mondo delle professioniste dell’educazione per meglio contrastare la perdurante marginalità delle donne nelle stanze del potere  politico e culturale.

I risultati raggiunti in termini di parità d’istruzione nascono dalla visione e dallo sforzo di generazioni ormai in uscita dalla scena lavorativa. Le nuove donne saranno portatrici di nuovi bisogni e nuove visioni.

Rimane da affrontare il tema delle aree di attività umana in cui le donne sono ancora minoritarie non solo attraverso il riconoscimento dei meccanismi d’esclusione, ma con la volontà-desiderio di entrare in certe zone, quelle che contano, del sapere e del potere.   Crediamo che una politica a favore delle donne non possa nascere solo all’interno di un mutuo scambio tra donne o sulla base di una presa di coscienza individuale e silenziosa. E’ necessario che il discorso politico, le scienze, l’arte, le religioni concorrano a una nuova visione e pratica del femminile.

Bisogna approfondire le condizioni storiche, la necessità e la possibilità di trasformazioni che introducano cambiamenti significativi. E’ bisognerà analizzare il gioco delle dipendenze tra queste trasformazioni, lasciando da parte considerazioni astratte sui singoli fattori o sul valore quasi taumaturgico di un singolo fattore, quale quello dell’istruzione.

Le donne hanno raggiunto obiettivi importanti nel settore lavorativo e sociale, ma restano ancora ai margini nella condivisione effettiva del potere e soprattutto nella sua elaborazione. Intanto assistiamo all’avanzare di una diversa concettualizzazione del genere, trasformato almeno in prospettiva, in una scelta individuale, strettamente personale, intermediata dalle nuove possibilità offerte dalla scienza. Si potrebbe anche determinare uno scenario radicalmente nuovo inerente la sessualità e potremmo assistere alla nascita di un nuovo pensiero su questi temi.

 

 

(1) Esiti di un questionario somministrato a 1.250 addetti ai servizi formativi operanti in 200 enti di formazione su tutto il territorio italiano (rilevazione CAWI). La survey è stata realizzata negli anni 2015 e 2016 dal Gruppo “Accreditamento e qualità della formazione” (dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP – ex ISFOL), in particolare Andrea Carlini, Daniela Carlini, Laura Evangelista

(2) Rapporto 2018 del consorzio interuniversitario AlmaLaurea

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