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Ci confrontiamo con una diffusa disaffezione e sfiducia verso la politica e i politici: ci si sente lontani da una politica avvertita come distante dal vissuto quotidiano. Pesa su questo l’assuefazione ad una comunicazione fatta di slogan cui corrispondono obiettivi impraticabili. Lo scenario è dominato da una personalizzazione che sposta il discernimento dai possibili programmi alle performance dei leader. Come credenti, superando la frammentarietà del tessuto associativo laicale, siamo più che mai chiamati all’annuncio e questo vale anche per la credibilità politica di una proposta. Occorre far tesoro di questo passaggio elettorale che ha rappresentato per tanti di noi una occasione perduta e allargare lo sguardo mettendo in essere con umiltà, coraggio e una certa creatività, proposte che vadano verso il domani…

Tra astensionismo e spaesamento

Ci confrontiamo con una fase diffusa di disaffezione, di sfiducia verso la politica e verso i politici: ci si sente lontani da una politica avvertita come distante dal vissuto quotidiano. Pesa su questo l’assuefazione ad una comunicazione fatta di slogan cui corrispondono obiettivi impraticabili. Lo scenario è dominato da una personalizzazione che sposta il discernimento dai possibili programmi alle performance dei leader. Questi ultimi, peraltro, in genere protagonisti di brevi parabole politiche, condizionate dai sondaggi sulla base dei quali tutto si decide.

Il rischio che il partito maggioritario sia quello degli astenuti è un segnale preoccupante. Ai motivi di disaffezione per la politica che sono andati crescendo negli ultimi decenni va aggiunta una quota di elettorato che non è estranea alla politica, che anzi ha partecipato alla vita dei partiti e che oggi fa un passo indietro non ritrovandosi nell’offerta elettorale. È anche questo un segmento che si avvicina al voto di protesta. Si tratta di una sorta di astensionismo di ritorno che si rende invisibile non sentendosi più rappresentato ed è un altro segnale che dovrebbe far riflettere i partiti perché va a denunciare la distanza tra la proposta politica e la domanda dei cittadini.

È faticoso rimontare questa china e non è facile motivare chi non è solo disorientato ma vive una sensazione di rigetto della politica, di estraneità alla costruzione di un progetto e non di rado si sente attratto da forme radicali e demagogiche di protesta. Si tratta di una politica che per avere consenso si veste da antipolitica e che, in un clima generale di delusione dove cresce la preoccupazione per il futuro, ha molte possibilità di raccogliere consensi.

Le forme in cui è esercitata la disaffezione non generano nell’elettorato solo un occasionale disorientamento, bensì uno spaesamento che mette in crisi la cittadinanza e porta a non riconoscersi più nel proprio Paese o, al contrario, ad aderire a forme estreme nazionalistiche e neo-identitarie tanto illusorie quanto pericolose.

 

La crisi dei partiti, il loro ruolo e quello dei corpi intermedi

La crisi dei partiti, la loro scomparsa dalla realtà quotidiana per la difficoltà di ripensarsi in una società profondamente cambiata si manifesta non solo nel calo degli iscritti e nello scarso funzionamento dei livelli territoriali, ma anche dalla scorciatoia leaderistica, figlia di un berlusconismo tanto criticato quanto imitato. Ci troviamo di fronte a partiti avvitati intorno al leader e in qualche caso intorno ai capi corrente. Partiti dove si enfatizza la comunicazione costruita sulla base di sondaggi, spendendo parole che solo apparentemente possono assomigliare ad un programma politico. Partiti in cui la classe dirigente è ridotta a ceto politico che cerca di garantirsi, partiti che non sono plurali e che al loro interno mancano di momenti di elaborazione e di confronto.

La rarefazione della vita di base dei partiti dove languono o mancano, salvo rare eccezioni, circoli e sezioni, fa inoltre venir meno i luoghi dove potrebbe avvenire la prima formazione politica. I partiti ormai coincidono in larga misura con gli eletti, l’eletto che si rapporta direttamente al popolo, anche in questo caso avvalendosi della comunicazione e saltando il passaggio di un partito presente sul territorio che ascolta i bisogni e legge le necessità formulando e confrontando proposte di possibili interventi dando così vita e senso alla linea del partito.

La fine del ruolo di mediazione del partito coincide con la fine stessa della sua funzione, nella realtà ormai prevalgono partiti-comitati elettorali, un po’ come nell’Italia liberale che fu. È un aspetto di notevole gravità su cui occorre intervenire con urgenza perché per questa via si va in progressione indebolendo lo stesso impianto della democrazia partecipativa. Questa situazione che si aggrava a causa di una legge elettorale che porta in Parlamento in luogo degli eletti dei nominati dalle segreterie di partiti in cui scarseggia la forma democratica. Una situazione che va avanti da anni ma che oggi è giunta ad un punto critico che chiede di non limitarsi ad una supplenza.

Nel venir meno delle funzioni specifiche del partito in questi anni la società civile ha svolto, accanto al compito che le è proprio, anche un ruolo di supplenza. Da questo punto di vista, l’associazionismo di vario genere e l’ampio campo del terzo settore svolgono un ruolo indispensabile.  In questo campo si è sviluppata nel tempo una vasta capacità relazionale che potrebbe essere messa a frutto in forme occasionali e parziali così come potrebbe concorrere a costruire un “soggetto” che dovrebbe necessariamente avere la caratteristica di essere plurale per un verso, popolare per un altro. Occorrono percorsi e proposte su cui aprire il confronto, occorre dar vita a luoghi espressamente politici sapendo che, per così dire, l’elaborazione culturale è importante ma non si può rinunciare alla politica e alla sua funzione specifica di intervento legislativo e decisionale sulle grandi scelte.

Questa riflessione attraversa il tema cattolici-politica, nel senso che tra i corpi intermedi, tra gli enti e le associazioni più attive, troviamo oggi quelle di ispirazione cristiana. E tale quadro ci dice della necessità di aprire un confronto individuando le strade più efficaci per intervenire nelle dinamiche politiche per spingere nella direzione di riforme oggi davvero urgenti: la legge elettorale; l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione con una legge ordinaria; la riforma dei regolamenti delle Camere.

 

Il contributo dei credenti

Da più parti si torna periodicamente a denunciare l’afasia dei cattolici in politica, la loro eclissi limitata a singole presenze. Il tema esiste ma va affrontato alla luce di un corretto modo di intendere la presenza politica dei cattolici in uno stato laico e in un contesto pluralista, in cui è utile far sentire la propria voce contribuendo al dibattito politico con l’offerta di un’elaborazione culturale. Il rimedio allora non è tanto quello di inseguire posti o costruire nuovi soggetti quanto quello di trovare luoghi e modi per l’elaborazione di una cultura politica che i credenti fanno sotto la loro responsabilità.

Riaccreditare una politica come servizio alla società fatta appunto non per difendere gli “eventuali interessi cattolici” e neppure per difendere principi e valori (questi vanno annunciati e testimoniati), ma per condividere programmi che siano risposte alle istanze della società, ai problemi correnti delle persone. Una politica che annuncia speranza nel chiaro obiettivo di rendere migliore la vita dei cittadini di oggi e di quelli di domani verso cui abbiamo non poche responsabilità. Anche in questo caso le sigle, i nominalismi, i campanilismi, gli irrigidimenti identitari, ecc., prevalgono sulla possibilità di promuovere un lavoro comune che, non solo non rinunci ai propri ideali, ma abbia la sana pretesa di portarli al centro dello scenario politico con proposte credibili e con persone che possano riscuotere fiducia.

Il magistero della Chiesa fa la sua parte offrendo puntualmente documenti che rispondono alle necessità del momento storico, che indicano percorsi, ma il magistero può illuminare il cuore e le menti non può calarsi direttamente nello scenario politico istituzionale. Per questo è necessario che vi siano dei credenti capaci di una mediazione culturale che si avvale di quel magistero e dell’ispirazione cristiana ed elaborare, insieme a donne e uomini di buona volontà, possibili soluzioni politiche.

 

Se guardiamo il dopo elezioni

Nel dibattito di queste settimane, nel confronto con amici impegnati in varie forme di associazionismo e accomunati da un sostanziale disagio rispetto l’offerta politica e dalla necessità di favorire quel contributo che i credenti debbono dare al bene comune, si è ipotizzato qualche possibile percorso da realizzare in breve tempo. Da parte nostra, come Argomenti2000, stiamo lavorando ad alcune proposte che vorremmo presentare nella seconda parte di novembre nell’incontro annuale che teniamo a Roma. Andranno valorizzate tutte le energie possibili. Occorrerà però mettere alcuni punti fermi. Dobbiamo capire come fare rete e sinergia, in modo che si rispetti e valorizzi ciò che ogni singolo soggetto aggregato vuole essere e allo stesso tempo occorre trovare il modo per far crescere una cultura sociale e politica condivisa che diventi il presupposto di un impegno personale in politica.

Tra le difficoltà infatti che rendono difficile una potenziale tensione unitiva di tanti credenti vi è anche la frammentarietà del tessuto associativo laicale. Alla base di alcune divisioni, infatti, vi è la pretesa di alcuni di rappresentare quasi in esclusiva il pensiero e il messaggio cristiano, chiudendosi in una difesa identitaria che oltre che inefficacie rischia di essere sterile. Il credente non è chiamato alla difesa ma all’annuncio e questo, con le dovute distinzioni, vale anche per la credibilità politica di una proposta. Occorre far tesoro anche di questo passaggio elettorale che ha rappresentato per tanti di noi una occasione perduta e allargare lo sguardo mettendo in essere con umiltà, coraggio e una certa creatività, proposte che vadano verso il domani.

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